KARL OVE KNAUSGARD.
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L'ISOLA DELL'INFANZIA. 2015.
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Parte 3.
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Ciclo: Min Kamp (La mia lotta) n. 3.
Traduzione di: Margherita Podest Heir.
2015. Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
Collana: I Narratori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Almeno una, spesso due volte alla settimana quellautunno e quellinverno ero a casa da solo. Pap era alle sue riunioni, Yngve si esercitava con la banda musicale della scuola, era a fare allenamento di pallavolo o di calcio con la squadra, o era a casa dei suoi amici. A me piaceva stare a casa da solo, era una sensazione meravigliosa non avere nessuno che decidesse per me o mi dicesse che cosa dovevo fare, ma al contempo non mi piaceva poi cos tanto perch allesterno faceva buio sempre pi presto e limmagine riflessa sulle finestre delle stanze era quella della mia figura che girava per le stanze ed era estremamente spiacevole da vedere perch in un certo senso era connessa con la morte e i morti.
Sapevo che non era cos, ma a che cosa serviva esserne a conoscenza?
Particolarmente pauroso era quando venivo assorbito da quello che leggevo, perch in quel caso era come se io non fossi ancorato a nessun posto quando sollevavo la testa dalle pagine del libro e mi alzavo. Completamente solo, quella era la sensazione, assolutamente solo, isolato dal buio che si ergeva allesterno come un muro.
Oh, potevo riempire dacqua la vasca da bagno, se avevo abbastanza tempo a disposizione prima che pap tornasse, a lui non piaceva che io facessi il bagno in qualsiasi momento, una volta alla settimana era sufficiente, secondo lui, e teneva sottocchio anche quello, oltre a tutto ci che combinavo. Ma se in quel momento mi prendevo la libert di farlo e cominciavo a far scendere lacqua, mi sedevo nella vasca, accendevo il mangianastri e lasciavo che lacqua calda mi scorresse sul corpo, mi vedevo dallesterno, la bocca come spalancata, come se la mia testa fosse un cranio. Cantavo, la voce mi si rivoltava contro, immergevo il capo e di colpo venivo preso dal terrore: non potevo vedere niente! Qualcuno in agguato poteva sorprendermi! E se cera qualcuno? I due, tre, quattro secondi che ero rimasto sottacqua rappresentavano un buco nel tempo e in quel buco poteva essersi intrufolato qualcuno. Forse non in bagno, no, l non cera nessuno, ma avrebbero potuto farlo nel resto della casa.
In quel caso la cosa migliore era spegnere la luce della cucina o della mia camera e guardare fuori, perch l, quando non cera il riflesso delle finestre, si trovavano le altre case, cerano le altre famiglie, e a volte allesterno cerano anche gli altri bambini. Non cera niente di pi sicuro che vedere tutto questo.
Una di quelle sere me ne stavo seduto in ginocchio sullo sgabello della cucina immersa nelloscurit a guardare fuori, nevicava e spirava un vento terribile. Ululava attraverso il paesaggio, tintinnava lungo le grondaie e soffiava nel camino. Fuori era buio pesto, nel bagliore giallastro dei lampioni non cera anima viva, soltanto le raffiche di neve.
Unautomobile stava percorrendo la salita. Gir nella strada puntando verso casa nostra. Era diretta qui?
Ma certo. Percorse il vialetto e si ferm.
Chi poteva essere?
Corsi in cucina, gi per le scale e uscii nellingresso.
L mi bloccai.
Nessuno veniva a farci visita, no?
Chi poteva essere?
Ebbi paura.
Mi avvicinai alla porta e premetti il naso sul vetro smerigliato. Non avevo bisogno di aprire, mi bastava stare l e vedere se riconoscevo le persone che sarebbero arrivate.
La portiera della macchina si apr e una sagoma cadde fuori!
Quella sagoma si avvicin camminando carponi!
Oh, no! Oh, no!
Ondeggiando come un orso si stava dirigendo verso la porta. Si ferm sotto il campanello, e si rialz sulle due gambe!
Arretrai.
Che razza di creatura era?
Din-don.
La creatura ricadde di nuovo carponi.
Labominevole uomo delle nevi? Lightfoot?
Ma qui? A Tybakken?
La sagoma si alz nuovamente, risuon il campanello, ricadde carponi.
Il cuore mi martellava allimpazzata.
Ma poi capii.
Ma s, certo.
Era quelluomo paralizzato che faceva parte del consiglio comunale.
Doveva essere cos.
Labominevole uomo delle nevi non sarebbe mica arrivato in auto.
Aprii la porta proprio nel momento in cui quella figura aveva cominciato a strisciare verso lauto. Si gir.
Era lui.
Ciao, disse. Tuo padre  in casa?
Scossi la testa.
No, dissi.  a una riunione".
Luomo, che aveva la barba, gli occhiali e sempre un po di saliva allangolo della bocca, e che spesso andava in giro con i giovani in quella sua automobile disegnata su misura, sospir.
Salutalo da parte mia e digli che sono passato, disse.
S".
Si trascin con laiuto delle braccia, apr la portiera e si tir sul sedile. Lo guardai con gli occhi sgranati. Dentro nellauto quel che di lento, impotente, che aveva caratterizzato i suoi movimenti, si trasform, pigi lacceleratore e risal velocemente il pendio in retromarcia prima di sfrecciare via e sparire.
Chiusi la porta e andai in camera. Non ero ancora riuscito a sdraiarmi che sentii la porta dingresso aprirsi.
Dal rumore capii che si trattava di Yngve.
Ci sei? grid per le scale. Mi alzai e uscii.
Ho una fame da lupo, disse. Facciamo adesso lo spuntino serale?
Sono soltanto le otto passate".
Prima mangiamo, meglio , sentenzi. Cos posso anche preparare del t per tutti e due. Sto veramente morendo di fame".
Chiamami quando il t  pronto".
Un quarto dora dopo eravamo seduti a mangiare fette imburrate con ognuno la propria tazzona di t davanti.
Stasera si  fermata qui unauto? domand Yngve.
Feci di s con la testa.
Quelluomo paralizzato che fa parte del consiglio comunale".
Che cosa voleva?
E che ne so?
Yngve mi guard.
Qualcuno oggi ha parlato di te, cominci.
Mi raggelai.
Oh? dissi.
S. Ellen".
Che cosha detto?
Ha detto che cammini in modo strano".
Non ci credo!
Invece s. Ed  vero. Tu cammini in modo un po strano, non ci hai mai pensato?
NON  VERO! gridai.
Oh, s, invece, insistette Yngve. Il nostro patatino non sa neanche camminare come si deve".
Si alz e cominci a camminare lungo il pavimento della cucina mentre sembrava cascare in avanti a ogni passo. Lo guardai con le lacrime agli occhi.
Io cammino normalmente, replicai.
 stata Ellen a dirlo, non io, rispose mettendosi a sedere. Parlano di te, sai. Sei un po particolare".
NON  VERO! gridai scagliandogli addosso la fetta di pane con tutta la forza che avevo. Yngve gir leggermente la testa di lato ed essa and a spiaccicarsi sulla cucina con un piccolo splash.
Adesso il nostro cocco di mamma s arrabbiato? disse.
Mi alzai con la tazza in mano. Quando lo vide, si alz anche lui. Gli gettai addosso il t caldo che lo centr sulla pancia.
Sei cos tenero quando ti arrabbi, Karl Ove, continu. Povero patatino. Ti devo forse insegnare a camminare? Io lo so fare, sai".
I miei occhi erano pieni di lacrime, ma non era per questo che non ci vedevo, era per via della rabbia che mi era montata dentro, riempiendomi la testa come una specie di nebbia rossa.
Volai su di lui e lo picchiai nella pancia con quanta forza avevo. Mi afferr per le braccia costringendomi a girare, cercai allora di scalciare, mi strinse ancora pi forte a s, provai a mordergli la mano, mi spinse via.
Su, su, disse.
Gli saltai nuovamente addosso, lunica cosa che volevo era dargli un pugno sul muso, spaccargli la faccia e se in quel momento ci fosse stato un coltello, non avrei esitato a ficcarglielo nella pancia, ma lui lo sapeva, sapeva tutto questo, era gi successo tante volte prima, cos non fece altro che ripetere gli stessi movimenti, mi blocc e poi mi tenne stretto a s mentre ripeteva che ero un patatino e che ero cos tenero quando mi arrabbiavo, fino a quando cercai di morderlo e lui, non riuscendo pi a tenere lontana la mia testa, mi spinse via. Questa volta non lo aggredii nuovamente, ma uscii di corsa dalla cucina. Sul tavolo del soggiorno cera una fruttiera, presi una delle arance e la scagliai sul pavimento con tutte le mie forze. Si apr e una sottile striscia di succo schizz fuori andando a cadere lungo la tappezzeria della parete.
In piedi sulla porta Yngve osservava la scena.
Che cosa hai fatto? disse.
Lo guardai. Vidi la striscia sulla tappezzeria.
Vedi di lavarla via, deficiente, risposi.
Non  possibile. Il segno diventerebbe ancora pi grande. Pap andr su tutte le furie quando lo vedr. Perch lhai fatto?
Non  sicuro che se ne accorger, commentai.
Yngve si limit a guardarmi.
Speriamo, disse. Dopo essersi chinato, prese larancia e la port in cucina. Dal fruscio che segu, capii che laveva messa nel cestino sotto tutta laltra spazzatura. Torn con uno straccio e asciug il pavimento.
Tremavo a tal punto da riuscire a malapena a reggermi in piedi.
La striscia era sottile ma lunga, e io non ero in grado di capire come pap sarebbe riuscito a non notarla al suo rientro.
Yngve lav il bollitore del t e le due tazze. Butt via la fetta di pane, spazz via le briciole. Io ero seduto sulla sedia davanti al tavolo da pranzo con la testa tra le mani.
Yngve si ferm davanti a me.
Scusa, disse. Non volevo farti piangere".
Invece s".
Ma  soltanto perch tu ti arrabbi cos tanto, rispose. Devi capire che  una cosa troppo allettante. Ti ho chiesto scusa".
Non  questo".
E allora cosa?
Che cammino cos strano".
Ma dai, tutti hanno unandatura diversa. La cosa pi importante  muoversi in avanti. Stavo solo scherzando. Volevo farti arrabbiare. E ci sono riuscito. Non cammini in modo pi strano degli altri".
Sicuro?
Sicuro come loro".
Quando pap torn a casa, ero gi a letto. Sdraiato al buio seguivo i suoi passi. Non si fermarono in corridoio come mi ero aspettato, ma proseguirono in cucina. L armeggi per qualche minuto prima di uscire. Non si ferm neppure questa volta.
Non laveva scoperto.
Eravamo salvi.
La sera dopo andai allallenamento di nuoto con Geir. Prendemmo lautobus da Holtet alla stazione dei pullman di Arendal e a piedi raggiungemmo Stintahllen con ognuno la propria borsa sulla spalla. Nella mia cerano un costume blu scuro dellArena, una cuffia bianca della Speedo con la bandierina norvegese impressa su un lato, un paio di occhialini della Speedo, una saponetta e un asciugamano. Facevamo parte della societ di nuoto Arendal Svmmeklubb dallinverno prima. Allora sapevamo appena nuotare, il solo fatto di percorrere da unestremit allaltra la piscina senza fermarci rappresentava per noi uno sforzo fisico enorme, quasi al confine con limpossibile, ma dal momento che era quello che ci si aspettava da noi, come minimo assoluto in una societ di nuoto, e lallenatore, un uomo con gli zoccoli di legno e i tatuaggi sulle braccia, ci seguiva lungo il bordo gridando, pass incredibilmente poco tempo prima che ci riuscissimo senza problemi. Eravamo tuttaltro che bravi, perlomeno se paragonati ai ragazzi pi vecchi, che ogni tanto giravano allinterno della piscina con i loro corpi dalle articolazioni lunghe, slanciati, eppure muscolosi, e che macinavano vasche come dei treni con le loro bocche aperte e gli occhialini che sembravano insetti. Rispetto a loro sembravamo pi dei girini, pensavo ogni tanto, che sguazzavano e arrancavano e nella corsia si muovevano sia di lato sia in avanti. Ma anche se con il tempo migliorammo e presto fummo in grado di nuotare mille metri nel corso di una seduta di allenamento, non era per via dei progressi che io continuavo, sapevo che non sarei mai diventato un nuotatore a livello agonistico, perch quando arrivavano le gare e io avrei dovuto dare tutto, non era mai abbastanza, non riuscivo neppure a battere Geir  no, quello che mi piaceva era tutto il resto, ci che iniziava nel momento in cui salivamo sullautobus e continuava nelloscurit mentre eravamo diretti ad Arendal, la citt ormai svuotata alla sera quando lattraversavamo, i soliti negozi davanti a cui ci fermavamo sempre prima di raggiungere la piscina e appena entrati nellatrio di quel grande edificio comunale, quella strana mescolanza di dentro e fuori, il modo in cui avveniva il passaggio tra il momento in cui eravamo impacchettati nei nostri indumenti invernali fuori nellingresso a quando quindici minuti dopo, quasi nudi, con indosso soltanto un piccolo pezzetto di stoffa, eravamo sul bordo della piscina dopo aver effettuato tutta quella specie di piccolo rituale consistente nello spogliarsi, nel farsi la doccia e nel vestirsi prima di potersi gettare in quellacqua meravigliosamente trasparente, fredda e che odorava di cloro. Era quello che mi piaceva. I suoni che rimbalzavano avanti e indietro, il buio al di l delle finestre, i separatori di corsia che sembravano gioielli di corallo, i trampolini, le docce calde che facevamo dopo e duravano delle mezzore, quando il processo veniva invertito, e dallessere dei ragazzini pallidi, esili, quasi nudi e dalle teste grandi, ritornavamo a essere imbacuccati di tutto punto pronti ad affrontare linverno che ci attendeva allesterno, con i capelli bagnati sotto il berretto e lodore del cloro sulla pelle, gli arti del corpo piacevolmente spossati.
Mi piaceva anche la sensazione che provavo nel chiudermi in me stesso quando mi mettevo la cuffia e gli occhialini, soprattutto durante le gare, dove avevo anche una corsia tutta mia che mi aspettava sotto il blocco di partenza, ma come capitava quasi sempre, i pensieri che mi attendevano, in quella forma di solitudine legata al nuoto e che ricordava quella di un astronauta, diventavano caotici, a volte inducevano al panico. Poteva entrarmi dellacqua negli occhialini, che si metteva a sciabordare davanti alla pupilla, bruciava e mi impediva di vedere, dettaglio che ovviamente disturbava la limpidezza dei miei pensieri. Potevo bere, potevo sbagliare a girarmi cos che mi veniva il fiatone e bevevo ancora pi acqua. E registravo che quelli che si trovavano nelle corsie accanto alla mia erano molto pi avanti, particolare che mi veniva riferito dalla vocina in me che voleva vincere e con cui potevo mettermi a parlare. Ma anche se quella conversazione interiore, che avveniva in modo piuttosto tranquillo mentre io nuotavo e mi battevo con tutte le mie forze come circondato da unaura di panico che evocava limmagine di un quartier generale militare nascosto nelle viscere di un bunker dove gli ufficiali discutevano in modo pacato mentre le battaglie infuriavano sopra le loro teste, faceva s che io aumentassi il numero di battute e se anche per qualche secondo riuscivo finalmente a dare tutto, non serviva a niente, Geir era e rimaneva davanti a me e io non riuscivo a capire la cosa, in realt io ero meglio di lui, io sapevo molto pi di lui, anche sulla volont di vincere. Eppure era lui quello che toccava il bordo con la mano in quel momento, e io lo facevo... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... in quello.
Quando lallenatore soffi nel fischietto segnalando che lallenamento era finito, non fu senza un certo sollievo che io appoggiai le braccia sul bordo della vasca e mi tirai su di peso prima di attraversare il pavimento fatto di piastrelle insieme a Geir e fiondarmi in doccia, dove sembrava che di colpo la velocit si abbassasse, perlomeno la nostra diminuiva nel momento in cui ci toglievamo le cuffie e i costumi e ci piazzavamo sotto il getto dellacqua per sentire a occhi chiusi il calore diffondersi per il corpo e non cera pi bisogno di dire n di fare nulla, neanche di trovare la forza per ridere se qualcuno degli uomini che faceva il suo ingresso in piscina, da quel momento aperta a tutti, prendeva a canticchiare tra s e s. Cera un che di onirico in quellatmosfera che ci circondava, quei corpi bianchi che apparivano sulla porta e con movimenti lenti e introversi si infilavano sotto la doccia, lo scroscio dellacqua che si abbatteva sulle piastrelle mescolandosi ai suoni ovattati provenienti dallesterno, il vapore che rendeva satura laria, quelleco vuota delle voci che risuonava ogni volta che qualcuno parlava.
Di solito rimanevamo a lungo dopo che quelli che si erano allenati con noi se nerano andati. Geir con il viso rivolto verso la parete, io, per nascondere il sedere, con la faccia girata verso la stanza. Ogni tanto lo guardavo di nascosto quando non se ne accorgeva. Aveva braccia pi sottili delle mie, eppure era pi forte. Io ero un po pi alto di lui, ma lui era pi veloce. Per non era questo il motivo per cui nuotava pi veloce di me. Era perch lo desiderava di pi. Unaltra cosa erano la sua bravura nel disegnare, qualcosa che lui sapeva fare e basta, qualcosa di insito in lui che esisteva da sempre. A parte gli esseri umani, era in grado di riprodurre tutto nei minimi dettagli. Case, automobili, barche, alberi, carri armati, aerei, razzi. Era quasi un mistero. Perch lui non copiava, come facevo io, sua madre non gli permetteva mai di usare il righello o la gomma. Ogni tanto se ne usciva con parole stranamente storpiate, diceva per esempio fantisere e firkanti invece di fantasere e firkantet oppure sbagliava il genere dei sostantivi e diceva et appelsin invece di en appelsin, e anche se io lo correggevo tutte le volte continuava imperterrito, come se quelle alterazioni costituissero una componente fissa del suo essere alla stessa stregua del colore degli occhi o della dentatura.
Quando quella volta si accorse del mio sguardo, i nostri occhi si incrociarono. Con un sorriso sulle labbra, si allung per premere il palmo della mano contro il docciatore in modo da strozzare il getto dacqua che ora sembrava quasi addensarsi sotto le sue dita. Ridendo si gir verso di me. Gli mostrai le mani. La punta delle dita era rossa e gonfia per via dellacqua.
Sembravano delle uvette, commentai.
Si guard le sue.
Anche le mie, afferm. Pensa se tutto il corpo fosse diventato cos quando facevamo il bagno!
Ma la pelle dove ci sono i coglioni  sempre raggrinzita, dissi.
Ci chinammo entrambi in avanti per controllare. Passai lentamente un dito sulle pieghe dure e sensibili dellepidermide e fui percorso da un brivido.
Bello toccarsi l, conclusi.
Geir si guard intorno. Poi chiuse la doccia, si diresse verso la fila di ganci a cui erano appesi gli asciugamani e cominci ad asciugarsi. Io afferrai il sapone e feci per tornare nello spogliatoio. Mi schizz sul pavimento e, dopo essere andato a sbattere contro lo spigolo della parete, si ferm sopra le grate attraverso cui veniva convogliata lacqua. Chiusi la doccia e stavo per seguire Geir quando di colpo mi sembr inaccettabile il pensiero di lasciarlo l, al centro della stanza. Lo raccolsi e lo gettai nel cestino della spazzatura che si trovava attaccato al muro. Premetti la faccia contro il cotone asciutto dellasciugamano.
Pensa a quando ci verranno i peli sulluccello, disse Geir eseguendo qualche passo con le gambe allargate.
Risi.
Immagina quando saranno belli lunghi! esclamai.
Fino alle ginocchia!
E poi ci toccher pettinarli!
Pure fare delle code di cavallo!
Oppure andare dal barbiere! Vorrei una spuntatina ai peli delluccello, grazie!
S. E come li desidera?
A spazzola, per favore!
In quel momento si apr la porta e noi smettemmo di ridere. Entr un uomo anziano e grasso dagli occhi tristi e il vuoto che le risate avevano lasciato dentro di noi fu colmato immediatamente da un certo ridacchiare quando il vecchio ci fece gentilmente un cenno di saluto con la testa prima di girarsi imbarazzato per togliersi il costume. Nellattimo in cui agguantammo le nostre cose e stavamo per uscire dalla doccia, Geir disse ad alta voce:
Il suo  sicuramente enorme!.
O piccolissimo! aggiunsi io, sempre ad alta voce, poi dopo esserci sbattuti la porta alle spalle, ci mettemmo a correre dentro lo spogliatoio. Rimanemmo per un po seduti a ridere mentre ci chiedevamo se luomo ci avesse sentiti, fino a quando, influenzati da quellatmosfera cos tranquilla, cominciammo a mettere via le nostre cose con movimenti indolenti e a vestirci. In quel momento non si sentivano altri suoni che quello dei piedi sul linoleum, il fruscio delle gambe che scivolavano dentro i pantaloni, quello delle braccia che facevano lo stesso nelle giacche, il tintinnio degli armadietti che venivano aperti o chiusi, qualche uomo che sospirava tra s e s, forse stremato dopo il calore della sauna.
Presi la borsa dallarmadietto e cominciai a ritirare i vari oggetti. Prima gli occhialini, che tenni in mano e osservai per un attimo dal momento che provavo una certa gioia nel sapere che erano miei. Poi il costume, la cuffia e lasciugamano, alla fine il portasapone. Con le sue linee dolcemente ricurve, quel colore verdastro e una tenue fragranza di profumo, apparteneva a una sfera diversa dal resto dallequipaggiamento per il nuoto, intimamente connessa alla mamma e alle cose che custodiva allinterno del suo armadio: orecchini, anelli, flaconi, fibbie delle cinture, spille, sciarpe e foulard. Personalmente non era a conoscenza dellesistenza di quel mondo, seppure lo dovesse essere, altrimenti quella volta non mi avrebbe mai comprato una cuffia da donna. Perch la cuffia da donna apparteneva a quello stesso mondo. E se cera una cosa che tutti sapevano, era che quella sfera non doveva mai essere associata allaltra.
Accanto a me Geir era quasi pronto. Mi alzai, mi misi le mutande, presi la calzamaglia e vi infilai prima un piede, poi laltro. La tirai su fino alla vita prima di girarmi e cominciare a cercare le calze tra i vestiti. Ne trovai soltanto una, cos guardai di nuovo tra il mucchio.
Non cera.
Diedi unocchiata nellarmadietto.
Era completamente vuoto.
Oh, no!
No, no, no.
A gran velocit passai unaltra volta in rassegna i vestiti, scossi un indumento alla volta sperando disperatamente di vederla cadere sul pavimento davanti a me.
Ma non cera.
Che c? disse Geir. Era seduto perfettamente vestito sulla panca opposta e mi stava guardando.
Non riesco a trovare laltra calza, spiegai. Tu la vedi?
Si chin in avanti e sbirci sotto la panca.
Qui non c, sentenzi.
Oh, no!
Ma deve pur essere da qualche parte, dissi. Puoi aiutarmi a cercare? Ti prego!
Sentii che la voce mi tremava leggermente. Geir fece finta di niente, qualora avesse colto. Si pieg e controll sotto tutte le panche mentre io ritornavo nella stanza dove cerano le docce nel caso in cui fosse finita dentro lasciugamano e caduta per terra. Non cera neanche l. Forse senza rendermene conto lavevo messa nella borsa insieme al costume?
Mi affrettai a tornare indietro, svuotai tutto il contenuto sul pavimento.
No. Niente calza.
Non era neanche l? chiesi.
No, rispose Geir. Ma adesso dobbiamo muoverci, Karl Ove. Tra poco parte lautobus".
Prima devo trovare la calza".
Ma non  qui. Abbiamo guardato dappertutto. Non puoi andare senza?
Non risposi. Scossi ancora una volta tutti i vestiti, mi accucciai per controllare sotto le panche, ritornai nuovamente dove cerano le docce.
Adesso dobbiamo andare, ripet Geir. Mi mostr lora. Si incazzano se perdo lautobus".
Puoi cercare mentre mi vesto? lo pregai.
Annu e senza troppa convinzione riprese a vagare per lo spogliatoio mentre scandagliava con lo sguardo. Mi infilai la maglietta e il maglione.
Forse era sulla mensola in alto?
Salii in piedi sulla panca per controllare.
Niente.
Mi misi i pantaloni e quelli imbottiti, tirai su la cerniera della giacca e mi sedetti per allacciarmi gli scarponcini.
Adesso devi spicciarti, riprese Geir.
Arrivo, risposi. Aspettami fuori".
Quando se ne fu andato, ritornai in fretta e furia dove cerano le docce. Controllai il cestino della spazzatura, passai la mano sugli infissi della finestra, aprii persino la porta che dava sulla piscina.
Niente.
Quando uscii, Geir era gi vicino alla collina. Si mise a correre gi per la discesa ancora prima che io lo avessi raggiunto.
Aspettami! gridai. Ma lui non fece nessun segno di volersi fermare, non si gir neppure e io accelerai la falcata. Nelloscurit, superando gli alberi grigiastri, prima di riemergere sulla strada illuminata. A ogni passo che facevo, il piede scalzo sfregava contro la pelle ruvida dello scarponcino. Ho perso la calza, dicevo dentro di me. Ho perso la calza. Ho perso la calza. Contemporaneamente cominciai ad avvertire un ticchettio dentro la testa. A volte mi accadeva quando correvo, sentivo questo ticchettare provenire da un punto allinterno dietro la tempia sinistra, tic, tic, faceva, ma anche se la cosa era inquietante dal momento che sembrava che si fosse staccato qualcosa, o piuttosto che questo qualcosa si strofinasse contro un altro qualcosa che cera l dentro, non potevo dirlo a nessuno, avrebbero pensato che mi mancava una rotella e si sarebbero messi a ridere.
Tic, tic, tic.
Tic, tic, tic.
Percorsi tutta la strada correndo dietro Geir fino al negozio che vendeva dolciumi, dove entravamo sempre: il sacchettino con cui uscivamo rappresentava uno dei momenti pi importanti di quei nostri viaggi. Geir mi stava aspettando allesterno saltellando dimpazienza. Mi fermai davanti a lui. La neve accumulata dagli spazzaneve lungo i marciapiedi fece s che noi ci trovassimo mezzo metro pi in alto del solito e per via di quella nuova angolazione anche il negozio mut daspetto. Aveva acquisito laria di una cantina e ci conferiva al locale una nuova dimensione: in un colpo docchio registrai che i ripiani erano soltanto ripiani, che la merce era merce, collocata allinterno di una stanza perfettamente normale di una casa, in breve che il negozio era negozio senza che io fossi in grado di formulare quellidea a me stesso, si trattava soltanto di unintuizione che mi sfior prima di sparire con la stessa velocit con cui era arrivata.
Geir apr la porta ed entr.
Lo seguii.
Abbiamo poco tempo? chiesi.
S, rispose. Lautobus parte tra undici minuti".
Nel retrobottega la commessa appoggi il giornale prima di entrare nel negozio, si piazz dietro il banco con unespressione del viso disinteressata, forse anche leggermente sprezzante. Era vecchia e repellente, da un neo sul mento spuntavano tre lunghi peli grigi.
Tutta una parete era coperta di pipe e scovolini, cartine e macchinette per farsi le sigarette, pacchetti di tabacco, pacchetti di sigarette, scatole di sigari e portatabacco da masticare in diverse forme e colori, tutti con differenti tipi di grafia e immagini piccole e stilizzate, di cani, volpi, cavalli, velieri, auto da corsa, negri sorridenti, marinai che fumavano, donne in posizioni nonchalant. Il ripiano con tutti i dolciumi, che stavamo fissando in quel momento, copriva tutta laltra parete. Al contrario degli articoli per fumatori i dolci erano privi di imballaggio: i cioccolatini, le caramelle e le caramelle gommose si trovavano nei rispettivi contenitori di plastica e rappresentavano se stessi, senza nessuna immagine frapposta tra s e noi: quello che vedevamo era quello che ricevevamo. Il nero sapeva di salato o di liquirizia, il giallo di limone, larancione darancia, il rosso di fragola, il marrone di cioccolato. I piccoli pezzetti quadrati di cioccolato, con la loro superficie compatta e soda che si chiamavano rekrutter, avevano un ripieno di caramello indurito, proprio come prometteva la sagoma, quelli a forma di cuore invece erano pieni di una massa morbida e gelatinosa al sapore di albicocca, anche questo come ci si poteva aspettare. I codici cromatici valevano anche per le caramelle normali e quelle gommose, con qualche rara eccezione che stavamo cercando di mappare durante quelle sere. Alcune caramelle nere potevano avere il gusto di verde scuro, mentre alcune caramelle di color verde scuro sapevano di verde e ricordavano le pasticche per la gola alleucalipto  quindi pi chiare  e non di quel verde dolciume che ci si sarebbe aspettati in base al colore. Poi cerano le caramelle nere che in effetti sapevano di Kongen av Danmark, re di Danimarca, ed erano quindi leggermente allanice e di colore marrone con una sfumatura di arancione. La cosa strana era che non succedeva mai linverso, non esistevano caramelle Kongen av Danmark di colore marrone con una sfumatura di arancione che sapevano di nero, e non cera neanche mai capitato di imbatterci in caramelle di colore verde eucalipto che sapevano di verde o di nero dolciume.
Allora che cosa vuoi? chiese la commessa.
Geir, che aveva appoggiato i soldi che intendeva usare sul banco di vetro, si chin in avanti per studiare meglio la scelta di dolci esposti, palesemente confuso perch avevamo cos poco tempo.
Ehhh..". disse.
Muoviti! intimai.
Poi di colpo parl a raffica.
Tre di quelli, tre di quelli e tre di quelli, e poi quattro di quelli e uno di quelli e uno di quelli, spar mentre indicava i diversi contenitori.
Tre di chiese la commessa aprendo un sacchetto di carta vuoto e girandosi verso lespositore.
Le caramelle verdi. No, facciamo quattro. E poi tre di quelle rosse e bianche. Sa, quelle tipo bastoncini di zucchero e poi cinque succhiotti alla Coca-Cola
Quando uscimmo dal negozio ognuno con il proprio sacchettino in mano, mancavano soltanto quattro minuti prima che lautobus partisse. Ma ce lavremmo fatta, ci dicemmo a vicenda correndo gi per la scala. I gradini erano scivolosi per via della neve battuta e resa liscia a forza di passarci, cos fummo costretti ad aggrapparci alla ringhiera, cosa che era inconciliabile con landatura che volevamo tenere. Sotto di noi cera la citt, le vie bianche che sembravano quasi gialle al bagliore dei lampioni, con la stazione degli autobus, dove i mezzi entravano e uscivano in continuazione scivolando come slitte sulla neve, la grande chiesa dalle tegole rosse e le guglie verdi. Sopra tutto questo si estendeva la volta nera del cielo, cosparsa di stelle scintillanti. Quando ci mancavano soltanto dieci, quindici gradini Geir si stacc dalla ringhiera e si mise a correre. Perse il controllo nel giro di un paio di passi, la sua unica possibilit di rimanere in equilibrio era di fare un ultimo pezzo in discesa a gran velocit. Si precipit verso il basso, poi cambi tattica cercando invece di scivolare, ma il torso aveva acquistato una rapidit maggiore cos che venne scagliato in avanti e and a sbattere contro la massa dura e compatta di neve accumulata lungo la strada. Tutto successe cos velocemente che io non ebbi neanche il tempo di cominciare a ridere prima che lui fosse l steso a terra.
Ahahah!
Non si mosse.
Si era fatto male sul serio?
Percorsi lultimo tratto il pi rapidamente possibile e mi fermai accanto a lui. Allinizio respir affannosamente come se stesse singhiozzando. Poi emise un sospiro lungo e sordo.
PORCA TROIA! sussurr stringendosi il petto. PORCA TROIA. PORCA TROIA. PORCA TROIA".
Sarei felice se tu non dicessi le parolacce, dissi.
Mi fulmin con unocchiataccia.
Ti sei fatto male? domandai.
Inspir nuovamente.
Ti manca il respiro?
Annu e, dopo essersi tirato su a sedere, riprese a respirare normalmente. Aveva le lacrime agli occhi.
Adesso lautobus labbiamo perso di sicuro, commentai.
Non riuscivo pi a respirare, disse. Non sto piangendo".
Quando si alz, tenne la mano premuta su un fianco mentre faceva una smorfia.
Ce la fai a camminare? domandai.
S, certo, rispose.
Dallatrio del centro commerciale Arena vedemmo il nostro autobus mettersi in movimento, svoltare sulla strada e sparire dietro langolo. Quello successivo sarebbe partito mezzora dopo.
Ci sedemmo nella stazione dei pullman, sulla panchina accanto alla macchinetta per fare le foto, a mangiare i nostri dolciumi. Cera poca gente. Due giovani che stavano comprando hamburger e patatine fritte mentre a poca distanza il motore della loro automobile girava a vuoto, un alcolizzato seduto con la testa in avanti che dormiva, lamica di una ragazza che lavorava nel chiosco.
Geir si infil in bocca una delle caramelle rosse e bianche.
Di che colore sanno? domandai.
Mi guard con espressione interrogativa.
Di rosso e bianco, no! rispose.  una caramella rossa e bianca".
Per non  scontato che per questo abbia proprio quel sapore, gli feci osservare. Immagina che io la mangiassi e per esempio sapesse di verde".
Di che diavolo stai parlando? disse.
Pensa se invece sapesse per esempio di marmellata, continuai.
Marmellata?
Ma non capisci proprio niente? insistetti. Non possiamo sapere se hanno lo stesso sapore".
Non capiva. In effetti non ero neppure io sicuro di capirmi da solo. Ma una volta Dag Lothar e io ci eravamo messi in bocca la nostra rispettiva caramella nera a forma di bullone, ci eravamo guardati ed entrambi avevamo commentato che sapevano di verde! E poi quellautunno i nonni paterni, Gunnar, Alf, il fratello del nonno, e sua moglie Slvi erano venuti a cena a casa nostra, avevamo mangiato gamberetti, granchi e un astice che pap aveva pescato per caso con la rete alcuni giorni prima e, mentre mangiavamo, Slvi aveva guardato pap, dicendo:
E pensare che lhai pescato proprio tu.  delizioso.
Davvero squisito, comment la nonna.
Non c niente di pi buono di un astice, disse pap. Ma non possiamo sapere se ha lo stesso sapore per tutti noi".
Slvi lo guard.
Che cosa intendi dire?
Io so che sapore ha per me, spieg pap. Ma non ho idea di che sapore abbia per te".
Ma di astice, ovvio! esclam Slvi.
Tutti risero.
Non capivo di che cosa ridessero. Avevano ragione in questo. Ma risi anchio.
Ma come fai a sapere che lastice ha lo stesso sapore per me e per te? le chiese pap. Per quanto ne sai, per me potrebbe avere quello della marmellata".
Slvi stava per dire qualcosa, ma si trattenne, diede unocchiata prima allastice e poi a pap. Scosse la testa.
Non capisco, disse lei. Lastice  qui. E sa di astice. Non di marmellata!
Gli altri si rimisero a ridere. Io mi rendevo conto che pap aveva ragione, senza capire esattamente il perch. Rimasi a lungo seduto a meditare sulla questione. Avevo limpressione che per tutto il tempo fossi sul punto di capirlo, ma poi, nel momento in cui stavo per farlo, il significato mi scivolava via. Quel pensiero era probabilmente un po troppo grande per me.
Ma lo era stato ancora di pi per Geir, pensai mentre guardavo la porta che si apr proprio in quel momento. Era Stig. Si illumin in viso quando ci vide e ci raggiunse.
Ciao, disse.
Ciao, rispose Geir.
Ciao, dissi io.
Avete perso lautobus? comment prima di sedersi accanto a noi.
Geir scosse la testa.
Ne vuoi un po? gli disse tenendo il sacchetto aperto davanti a lui. Stig sorrise e prese un succhiotto. Cos adesso anchio ero costretto a offrirgliene. Perch diavolo lo aveva fatto? Non avevamo cos tanti dolciumi.
Stig frequentava una classe sopra la nostra e faceva allenamento di ginnastica in citt tre volte la settimana. Gareggiava a livello nazionale ma in lui non cera niente di spocchioso, come per esempio con Snorre, che invece gareggiava a livello nazionale nel nuoto, e non voleva avere niente a che fare con noi. Stig era gentile e buono, in effetti una delle persone pi gentili e buone che conoscessi. Quando arriv lautobus si sedette sul sedile davanti a me e Geir. Pi o meno alla fine di Langbrygga la conversazione non era pi altrettanto fluida, cos si gir in avanti rimanendo seduto in quella posizione per tutto il tragitto. Anche io e Geir rimanemmo in silenzio e il pensiero della calza mancante mi assal nuovamente.
No e poi no.
Come sarebbe andata a finire?
Come sarebbe andata a finire?
No, no, no e poi no.
No, no, no!
Il fatto che fossimo tornati con mezzora di ritardo forse avrebbe dirottato la sua attenzione su di me. Magari era l che stava aspettando. Daltro lato poteva anche succedere che cos non fosse, che era impegnato con qualcosaltro e in quel caso ero al sicuro: se soltanto fossi riuscito a passare inosservato dal corridoio alla stanza della caldaia, tutto sarebbe andato bene perch l sotto cerano altre calze e avrei potuto indossarne un paio.
Lautobus imbocc il ponte e il vento cominci a soffiare sulla carrozzeria. I vetri dei finestrini tremavano. Geir, che come sempre voleva essere il primo a tirare la cordicella dello stop, tese la mano per afferrarla anche se eravamo gli unici a scendere in quel punto. La fermata si trovava in fondo alla discesa e io di solito mi sentivo sempre la coscienza sporca quando scendevo l perch quando il pullman doveva ripartire non riusciva a riprendere velocit prima di aver superato la cima del pendio che si trovava a qualche centinaio di metri in salita. A volte quella sensazione era cos forte che io non scendevo prima della fermata successiva, vicino al B-Max, soprattutto quando ero da solo. Anche adesso, con il pensiero della calza che mi bruciava nella mente, provai una punta di disagio quando Geir tir la cordicella e il pullman cominci a frenare irritato per farci scendere.
Rimanemmo attaccati al cumulo di neve lungo il bordo della strada aspettando che fosse ripartito. Stig alz la mano in segno di saluto. Poi attraversammo e risalimmo il sentiero che portava al quartiere residenziale.
Di solito avevo labitudine di sbattere gli scarponcini contro la veranda di legno davanti allingresso in modo da pulirli della neve e poi spazzolare lestremit dei pantaloni con la scopa che era appoggiata alla parete a quello scopo, ma questa volta decisi di evitare i calci, si potevano sentire, e di limitarmi ai pantaloni, poi aprii con precauzione la porta e la richiusi dietro di me.
Ma fu sufficiente. Sentii aprire quella del suo studio e poi laltra che dava sul corridoio.
Era in piedi davanti a me.
Sei in ritardo, disse.
S, mi spiace, risposi. Ma Geir  caduto per strada e si  fatto male e cos abbiamo perso lautobus per un pelo".
Cominciai a slacciare lo scarponcino dove avevo la calza.
Non fece segno di andarsene.
Tolsi il piede e appoggiai la scarpa vicino alla parete.
Alzai lo sguardo verso di lui.
Che c? chiese.
No, niente".
Il cuore mi martellava nel petto. Alzarmi e camminare con ai piedi soltanto uno scarponcino era ovviamente impensabile. Ma lo era anche rimanere immobili e aspettare che lui se ne andasse, perch non lavrebbe fatto.
Lentamente cominciai a sciogliere i lacci dellaltra scarpa. Nel frattempo mi venne unidea, mi tolsi la sciarpa, la appoggiai accanto allo scarponcino e quando le stringhe erano slacciate e feci per toglierlo, afferrai contemporaneamente la sciarpa cercando casualmente di coprire il piede nudo.
Cos, con la sciarpa abbandonata a met sul piede nudo, mi alzai.
Dov la calza? domand pap.
Abbassai lo sguardo sul piede. Gli lanciai una rapida occhiata.
Non sono riuscito a trovarla, risposi, di nuovo con gli occhi abbassati.
Lhai persa? disse.
S".
Un attimo dopo mi era addosso, mi strinse con violenza le braccia e mi spinse contro la parete.
Hai PERSO la calza?
S! gridai.
Mi scroll. Poi mi lasci andare.
Ma quanti anni hai in realt? E quanti soldi credi che abbiamo? Pensi che ne possediamo abbastanza da poterti permettere di perdere i vestiti?
No, risposi parlando in direzione del pavimento e con gli occhi pieni di lacrime.
Mi strinse un orecchio e me lo torse.
Figlio degenere! continu. Devi imparare a tenere in ordine le tue cose!
S, risposi.
Non andrai pi in piscina. Sono stato chiaro?
Eh?
NON ANDRAI PI IN PISCINA! grid.
Ma..". singhiozzai.
NIENTE MA!
Mi lasci andare lorecchio e si diresse verso la porta. Si gir verso di me.
Non sei grande abbastanza. Me lo hai dimostrato stasera. Dora in poi non ci andrai pi. Questa era lultima volta. Sono stato chiaro?
S, risposi.
Bene. Fila in camera tua. Niente spuntino serale stasera. Vai subito a letto".
La settimana dopo non andai allallenamento di nuoto, ma mi mancava cos tanto che quella dopo ancora feci finta che non fosse successo niente, preparai la borsa e presi lautobus insieme a Geir e Dag Lothar. Di tanto in tanto venivo attanagliato dalla paura, ma qualcosa in me diceva che tutto sarebbe andato bene e in effetti fu cos, quando tornai a casa era tutto normale e cos continu a essere, non disse pi niente sul fatto che non potevo pi andare in piscina.
Allinizio di dicembre, tre giorni prima del mio compleanno e due giorni prima che la mamma tornasse a casa, ero al cesso e stavo cacando quando il rombo noto dellautomobile di pap che girava nel vialetto e parcheggiava fu seguito non da quello altrettanto noto della porta che si apriva e si richiudeva, ma dal campanello che suonava.
Che cosa cera adesso?
Mi affrettai a pulirmi il culo, tirai lo sciacquone, mi abbottonai i pantaloni, aprii la finestra sopra la vasca da bagno e guardai fuori.
Sotto di me cera pap con indosso un eskimo nuovo. Aveva un paio di pantaloni alla zuava, i calzettoni lunghi blu e ai piedi un paio di scarpe da sci di fondo blu e bianche, tutto nuovo.
Dai, muoviti! disse. Andiamo a sciare!
Mi vestii in fretta e furia e mi avvicinai a lui che era indaffarato a fissare i miei sci e bastoncini sul portapacchi dellauto accanto a un paio di sci di legno nuovi fiammanti della Splitkein.
Ti sei comprato gli sci? domandai.
S, rispose. Non sei contento? Cos possiamo andare a sciare insieme".
S, dissi. Dove andiamo?
Possiamo fare un giro verso la parte esterna dellisola. A Hove".
Ci sono piste l?
Ma certo! esclam. Quelle pi belle sono proprio laggi".
Ne dubitavo, ma non dissi niente, mi sedetti accanto a lui che sembrava un estraneo con quei vestiti nuovi fiammanti e ci dirigemmo verso Hove. Non dicemmo una parola fino a quando non ferm lauto e scese.
Eccoci qui! disse.
Aveva guidato attraverso quello che un tempo era stato un accampamento militare che consisteva di una serie di case rosse e di baracche risalenti a quei giorni di guerra, a quanto pare erano stati i tedeschi a costruirlo, proprio come il campo da tiro, che da quanto avevo sentito era stato un aeroporto, le torrette in cemento dotate di cannoni che si trovavano sopra gli scogli e le spiagge fatte di ciottoli, pressappoco al limitare del bosco, e i bunker bassi e affascinanti dentro il bosco, dove eravamo soliti giocare quando eravamo in quella zona durante i festeggiamenti pomeridiani il 17 maggio, e salivamo sul tetto e dentro le stanze: aveva superato in auto tutto questo, proseguendo per una stradina che si snodava nel bosco e finiva in prossimit di una piccola cava di sabbia dove si era fermato e aveva parcheggiato.
Dopo aver tolto gli sci dalla capote, tir fuori una valigetta contenente diversi tipi di scioline e gli attrezzi necessari, aveva comprato anche questa, preparammo gli sci con la Swix blu, che dopo aver letto le istruzioni scritte sul retro di uno dei tubetti gli sembr essere la pi appropriata. Ci impieg un po pi tempo di me a mettersi gli sci, non sembrava avere grande dimestichezza con gli attacchi. Poi infil le mani attraverso la cinghia dei bastoncini. Ma non lo fece partendo da sotto in modo che la cinghia non scivolasse da s se si perdeva la presa sulla manopola. No, vi infil direttamente le mani.
Si comportava alla stregua dei bambini pi piccoli che non sapendo come fare si accontentavano di tenere le bacchette in qualche modo!
Era una pena vederlo, ma non potevo dire niente. Invece tolsi le mani e le infilai nuovamente in modo che, se lui fosse stato attento, avrebbe capito come bisognava fare.
Ma lui non mi guard, aveva gli occhi puntati sul lieve dorso della collina che si trovava sopra la cava di sabbia.
Andiamo! disse.
Anche se non lavevo mai visto prima andare sugli sci, neanche con la pi grande fantasia sarei mai riuscito a immaginarmi che di fatto non ne fosse capace. E in effetti era cos. Non faceva scivolare gli sci quando si muoveva, avanzava come se stesse camminando a piedi, passi brevi, esitanti che alla fine risultavano incerti perch ogni tanto si congelava nei movimenti e doveva infilare la punta del bastoncino nel terreno per non cadere.
Pensai che forse era solo linizio, che presto avrebbe ripreso il ritmo di un tempo e sarebbe scivolato via lungo le piste. Ma quando raggiungemmo la cima della collina, dove si vedeva il mare tra gli alberi, grigio con la cresta bianca e spumeggiante delle onde, e cominciammo a seguire il tracciato, continu allo stesso modo.
Ogni tanto si girava e mi sorrideva.
Provavo cos tanta pena per lui che sarei stato capace di mettermi a urlare mentre sciavo.
Povero pap. Povero, povero pap.
Al contempo provavo anche un certo imbarazzo, mio padre non sapeva andare sugli sci e per tutto il tempo mi tenevo a una certa distanza da lui in modo che gli eventuali sciatori non mi collegassero a lui. Quelluomo era soltanto uno che mi precedeva, un turista, io ero l da solo, ero del posto, sapevo sciare.
La pista prosegu nuovamente nel bosco, ma anche se la vista del mare scomparve, se ne sentiva il brusio tra le piante che si alzava e si abbassava, lodore di acqua salata e di alghe imputridite era ovunque e si mescolava a quelli diversi, leggermente invernali, del bosco, dove quella strana mescolanza di marcio e di tenue della neve era forse la pi marcata.
Si ferm e si appoggi ai bastoncini. Mi fermai accanto a lui. Una nave stava scivolando allorizzonte. Il cielo sopra di noi era grigio chiaro. Una zona pallida, giallastra, sopra i due fari allestremit di Torungen rivelarono dove si trovasse il sole.
Mi guard.
Hai una buona presa con gli sci? Scivolano bene? chiese.
Niente male. E tu?
S, rispose. Continuiamo? Tra un po dovremo smettere. Bisogna preparare la cena. Quindi vai!
Non vuoi andare davanti tu?
No, vai prima tu. Io ti seguo".
Questa nuova disposizione scombussol tutto quello che avevo nella testa. Se lui veniva dietro di me, avrebbe visto come io, che sapevo sciare, mi muovevo e quindi avrebbe capito che il suo stile era goffo. Ogni volta che spostavo un bastoncino, vedevo quel gesto attraverso i suoi occhi. Mi squartavano come coltelli dentro la coscienza. Dopo soli pochi metri rallentai landatura, cominciai a procedere in modo pi tranquillo e meno fluido, pi come lui, solo non in modo altrettanto impacciato, perch in quel caso si sarebbe accorto di quello che stavo facendo e quindi sarebbe stato ancora peggio. Sotto di noi le onde si infrangevano spumeggianti e lente sulla spiaggia di ciottoli. In alcuni punti il vento sollevava in aria la neve dai sassi. Un gabbiano veleggi in lontananza senza muovere le ali. Ci avvicinammo allauto e nellultima piccola salita mi venne unidea, cambiai il ritmo, accelerai per qualche metro il pi possibile poi feci finta di perdere lequilibrio e mi lasciai cadere nella neve accanto alla pista. Mi alzai il pi velocemente possibile e rimasi fermo a spazzolare i pantaloni quando lui mi super.
La cosa importante  stare in piedi, sentenzi.
Ritornammo a casa in silenzio e io ero sollevato quando finalmente girammo nel vialetto e la nostra sciata era definitivamente finita.
Non dicemmo una parola neanche mentre eravamo nellingresso a spogliarci. Ma poi, nel momento in cui apr la porta delle scale, si gir verso di me.
Vieni a farmi compagnia mentre preparo la cena, disse.
Annuii e lo seguii al piano di sopra.
In soggiorno si ferm e guard la parete.
Ma che diavolo? Lhai mai vista prima?
Mi ero dimenticato completamente della riga lasciata dallarancia. Lo stupore che espressi scuotendo la testa doveva avere in s qualcosa di genuino perch la sua attenzione mi abbandon mentre si chinava in avanti e passava il dito su quella linea sottile. Persino la sua fantasia non poteva arrivare al punto di immaginarsi che io avevo scagliato unarancia per terra proprio in quel punto, nel corridoio davanti alla cucina.
Si raddrizz ed entr in cucina, mi sedetti come sempre sullo sgabello, prese una confezione di merlano dal frigorifero, lo appoggi sul ripiano, and a prendere farina, sale e pepe dallarmadietto, vers tutto quanto su un piatto e cominci a infarinare quei filetti morbidi e scivolosi.
Domani dopo la scuola andiamo in citt a comprare il tuo regalo di compleanno, disse senza guardarmi.
Vengo anchio? Non dovrebbe essere un segreto? domandai.
Lo sai quello che vuoi, no? Una divisa da calcio, giusto?
S".
Allora tanto vale che la provi, cos sappiamo che ti va bene, concluse mentre spingeva con il dito un pezzetto di burro dalla lama del coltello nella padella.
Quella che volevo era la divisa del Liverpool. Ma quando entrammo nel negozio della Intersport non era esposta.
Non possiamo chiedere a qualcuno di quelli che lavorano qui? Magari ne hanno una in magazzino".
Se non  appesa qui, significa che non ce lhanno, comment pap. Prendine una delle altre".
Ma io faccio il tifo per il Liverpool".
Prendi quella dellEverton. Tanto  la stessa citt".
Guardai la divisa dellEverton. Blu con i pantaloncini bianchi. Umbro.
Guardai pap. Sembrava impaziente, si guard intorno pi volte.
Mi infilai la maglia sopra il maglione e tenni i pantaloncini davanti a me.
Be,  bella, dissi.
Allora prendiamola, rispose pap che, afferrata la divisa, and a pagare. Gliela impacchettarono per bene mentre lui contava le banconote che aveva nel suo portafoglio rigonfio, con una mano si pettin i capelli allindietro, diede unocchiata allesterno, la via era piena di gente che faceva acquisti, mancavano tre settimane a Natale.
Il giorno del mio compleanno mi alzai prestissimo. Il pacchetto contenente la divisa era nel mio armadio. Non vedevo lora di mettermela. Strappai la carta, presi la divisa e me la premetti contro il naso: esisteva odore migliore di quello degli indumenti nuovi? Mi infilai i pantaloncini con la loro stoffa lucente, poi la maglietta, che era un po pi ruvida, pareva quasi ispida sulla pelle, e i calzettoni bianchi. Infine andai in bagno a specchiarmi.
Mi giravo da una parte allaltra.
Era magnifica.
Non era quella del Liverpool ma era bella lo stesso, e poi tutte e due le squadre arrivavano dalla stessa citt.
Di colpo pap spalanc la porta.
Cosa stai combinando, ragazzo? disse.
Mi guard.
Hai aperto il regalo! url. Mentre eri da solo?
Mi afferr per un braccio prima di trascinarmi in camera.
Adesso la RIMETTI nel pacchetto! sbrait. SUBITO!
Piangendo mi tolsi la divisa e, dopo averla piegata come meglio potevo, la riposi nella carta, gliela avvolsi intorno e la fissai con lunico pezzetto di nastro adesivo che appiccicava ancora.
Pap rimase immobile a sorvegliare ogni mio gesto. Non appena ebbi finito, mi strapp il pacchetto dalle mani e usc.
Dovrei portartelo via, sentenzi. Comunque adesso lo nascondo fino a quando non riceverai gli altri regali. Dopotutto oggi  il tuo compleanno".
Dal momento che sapevo cosa mi avrebbero regalato e visto che avevo anche provato la divisa nel negozio, ero sicuro che quello che contava fosse il giorno in s, che in quel giorno avrei potuto indossarla. Non avevo preso in considerazione la possibilit di ricevere altri doni, che mi diedero al pomeriggio mentre mangiavamo la torta. Era impossibile farlo capire a mio padre. Ma avevo ragione io, non lui. La divisa era mia! Lo era diventata il giorno del mio compleanno!
Piansi sdraiato sul letto fino a quando non si alzarono gli altri. Tutta felice la mamma mi fece gli auguri quando entrai in cucina, la sera prima aveva impastato dei panini che adesso stava scaldando in forno, e stava anche facendo bollire delle uova, ma tutto mi lasciava indifferente, lodio che provavo per mio padre oscurava tutto.
Nel pomeriggio mangiammo la torta e bevemmo bibite. Non avevo mai avuto ospiti in occasione del mio compleanno, neanche questa volta. Ero acido e reticente, mangiai il dolce senza dire una parola e quando pap mi mise davanti i regali, con un sorriso che non mostrava nessuna forma di empatia n di consapevolezza per quanto era successo la mattina, come se io e lui avremmo potuto ricominciare da capo come se niente fosse, abbassai lo sguardo e aprii il pacchetto contenente la divisa dellEverton senza esternare alcun segno di gioia.
Che bella, disse la mamma. Non te la provi?
No, risposi. Lho gi fatto al negozio. Andava bene".
Mettitela, insistette pap. Cos la mamma e Yngve la vedono".
No, dissi.
Mi guard.
La presi e andai in bagno, mi cambiai, tornai nella stanza.
Meravigliosa, comment pap. Scommetto che questinverno agli allenamenti di calcio sarai il pi fico".
Posso togliermela? chiesi.
Aspetta che prima finiamo con i regali, rispose pap. Questo  da parte mia".
Mi porse un pacchettino quadrato che doveva essere una cassetta.
Lo aprii.
Era quella nuova dei Wings. Back to the Egg.
Lo guardai. Stava fissando un punto fuori dalla finestra.
Piaciuto il regalo? domand.
Oh s, risposi.  lultima cassetta dei Wings! Voglio sentirla subito!
Aspetta un attimo, disse. Ci sono ancora un paio di regali".
Questo  da parte mia, un pensierino, intervenne la mamma.
Era grande, ma leggero. Che cosa poteva essere?
Una cosina per la tua camera, aggiunse.
Lo aprii. Era uno sgabello. Quattro gambe di legno con una specie di sedile fatto a rete teso nel mezzo che le univa.
Cos non dovrai pi farmi da sgabello, comment Yngve.
Grazie, dissi. Lo posso usare quando leggo!
E poi un regalo da parte mia, intervenne nuovamente Yngve.
Ah s? esclamai. Che cosa t venuto in mente questa volta?
Era un libro per imparare a suonare la chitarra.
Guardai Yngve con gli occhi lucidi.
Grazie, grazie".
Ci sono le scale, gli assoli e tutto quanto, spieg. Molto semplice. C un puntino nero su dove devi premere le dita. Lo capisci persino tu!
Per tutto il resto della sera ascoltai Back to the Egg.
Yngve entr in camera mia dicendo che John Bonham, il batterista dei Led Zeppelin, suonava in uno dei pezzi. E che aveva letto sul giornale che si sentiva la voce di un prete norvegese che parlava prima di una canzone. Doveva essere sicuramente allinizio dellalbum, concludemmo, prima di Reception, dove cerano delle registrazioni prese da una radio.
Ecco, adesso! esclam Yngve. Fammelo risentire!
E questa volta colsi anchio le parole pronunciate in norvegese.
Proviamo per un attimo a interpretare tutto questo alla luce del Nuovo Testamento, disse la voce fioca e stridula di un anziano.
Il pensiero che n Paul McCartney, Linda McCartney, Denny Laine, Steve Holly o Laurence Juber avessero la pi pallida idea di quello che veniva detto, ma che invece lo capivamo io e Yngve dal momento che eravamo norvegesi, era una sensazione da capogiro.
Come sempre pap fu gentile durante tutto il periodo di Natale, persino di mattina. Quando si avvicin lultimo dellanno, e i negozi rimasero finalmente aperti per qualche ora, la mamma si rec in citt per fare la spesa e comprare i fuochi dartificio. Probabilmente doveva aver sottolineato con una certa insistenza che forse non era il caso di spendere centinaia di corone in botti, come faceva sempre pap, fatto sta che la responsabilit di acquistarli fu affidata a lei, mentre pap si tir indietro rimanendo in disparte.
Non and bene.
Di solito pap ci mostrava i fuochi dartificio che si era procurato uscendo con frasi del tipo questanno gliela facciamo vedere ai Gustavsen, per esempio, oppure questanno s che ci saranno dei botti degni di questo nome!. Quando arrivava la sera, lo vedevamo indaffarato sul prato lucente di neve, intento a preparare in modo meticoloso e accurato le diverse postazioni di lancio. Con una ciocca di capelli che gli pendeva sul viso e che la barba faceva quasi sparire in tutta quelloscurit, posizionava lo stendibiancheria nella neve prima di appoggiarci i razzi pi grandi e piazzare gli altri dentro unintera batteria di bottiglie o di altri oggetti cavi che aveva allineato precedentemente sul terreno. Quando aveva ultimato i preparativi, non rimaneva altro che aspettare fino alle undici e mezza. Allora ci chiamava fuori e veniva annunciato linizio del nuovo anno con una raffica di fuochi dartificio. Cominciava sempre in piccolo, poteva trattarsi di qualche petardo o stella filante che distribuiva a me e Yngve, prima di aumentare gradatamente e far esplodere il razzo pi grande a mezzanotte precisa. Quando tutto era finito, era capace di sostenere che quellanno erano stati sparati tanti bei fuochi dartificio, ma che noi avevamo come sempre i pi belli. Era ovviamente unaffermazione discutibile perch non eravamo gli unici a investire un mucchio di soldi in botti, lo stesso valeva per i Gustavsen e i Karlsen.
Ma quel capodanno pap, il re dei fuochi dartificio, aveva abdicato.
Per un po mi chiesi quale fosse il motivo di quella decisione, ma indipendentemente dalla causa intuivo che le conseguenze sarebbero state notevoli. No, non intuivo, sapevo.
Quando ormai erano gi passate da qualche minuto le undici e mezza e la mamma sugger che forse era arrivato il momento di uscire e sparare il razzo, rimasi attonito a bocca aperta.
Il razzo? esclamai. Ne abbiamo soltanto uno? Uno solo?
S, rispose la mamma. Basta e avanza, no?  uno di quelli grandi. Nel negozio mi hanno detto che era uno dei pi belli che avevano".
Pap fece un sorrisetto sardonico tra s e s. Segu me e Yngve allesterno, si piazz accanto a noi sulla terrazza sul retro della casa, dove sarebbe avvenuto il lancio.
In effetti il razzo era davvero grosso, la mamma aveva ragione.
Lo infil in una bottiglia, ma era troppo piccola e si rovesci insieme al fuoco dartificio. La mamma si raddrizz e prese a guardarsi in giro. Il suo cappotto di pelle chiaro era aperto, la cerniera degli stivaletti abbassata li faceva sembrare due esemplari di piante rare che si schiudevano ogni volta che lei si spostava. Intorno al collo si era avvolta la sciarpa spessa, di color ruggine.
Ci servirebbe qualcosa di pi grande per poterlo sparare, disse.
Pap rimase in silenzio.
Di solito pap usa lo stendibiancheria, intervenne Yngve.
 vero! esclam la mamma.
Lo stendibiancheria di legno, che si usava soltanto destate, era appoggiato al muro. La mamma and a prenderlo e lo apr in mezzo alla neve. Vi appoggi il razzo, ma si rese subito conto che non era possibile, quindi si raddrizz con il fuoco dartificio in mano. Intorno a noi cera unesplosione di petardi di ogni tipo, il cielo era carico di boati e colori che intuivamo pi che vedere perch era nuvoloso e cera la nebbia, e quando tutto quello spettacolo di tinte e disegni fin non rimase altro che il tremolante luccichio delle stelle.
Appoggialo di lato, sugger Yngve. Pap lo fa sempre".
La mamma esegu.
 mezzanotte, comment pap. Ci vuole ancora tanto prima di sparare il nostro razzo?
Adesso, rispose la mamma. Prese un accendino dalla tasca, si accovacci e proteggendo la fiammella con la mano gir tutto il corpo da unaltra parte, come se dovesse fuggire. Nel momento in cui la miccia prese fuoco, corse verso di noi.
Buon anno, allora! esclam.
Buon anno, rispose Yngve.
Io non dissi nulla perch dal razzo, che era stato raggiunto dalla miccia, giunse una specie di sibilo. Poi la fiammella si spense e il rumore cess.
Oh, no! dissi. Non funziona! Era difettoso! E ne abbiamo soltanto uno. Perch ne hai comprato soltanto uno? Come hai potuto fare una cosa del genere?
E questo era il nostro capodanno, comment pap. Magari lanno prossimo mi occuper di nuovo io dei fuochi dartificio?
Non avevo mai provato tanta compassione per la mamma come in quel momento, quando lasciammo il punto da cui avremmo dovuto sparare il razzo e rientrammo al caldo, circondati dai botti e dalle grida felici dei vicini. La cosa pi dolorosa era che lei aveva fatto del suo meglio. In effetti non avrebbe saputo fare meglio di cos.
Un pomeriggio di due settimane dopo ero al lago di Tjenna e avevo i piedi e le gambe congelate. Framlaget, lorganizzazione per i giovani dellArbeiderpartiet, il Partito laburista norvegese, di cui facevo parte insieme alla stragrande maggioranza dei bambini che abitavano in quella zona, aveva organizzato una gara di sci di fondo. Cerano una pettorina con tanto di numero e medaglie per tutti, ma soprattutto faceva un freddo cane perch bisognava aspettare il proprio turno prima di cominciare. Quando tocc a me, gli sci non avevano una buona presa e scivolavo continuamente allindietro, cos non riuscii mai ad acquistare una certa velocit e il mio risultato finale fu tra i pi scarsi. Non appena superato il traguardo mi diedero la medaglia e mi avviai verso casa. Le tenebre sembravano pendere tra i rami, il freddo mi mordeva le dita dei piedi, gli sci continuavano a slittare, riuscii a superare la salita pi ripida soltanto procedendo con gli sci in perpendicolare rispetto al pendio e non a spina di pesce. Finalmente raggiunsi la strada con i suoi lampioni accesi che al crepuscolo sembravano formare un nastro illuminato. La nostra casa era sul lato opposto. Con laiuto dei bastoncini arrancai lungo il vialetto, mi tolsi gli sci e li appoggiai al muro, aprii la porta e mi fermai.
Cosera quellodore?
La nonna?
Cera la nonna?
No, figuriamoci, era impossibile.
Magari pap era stato a Kristiansand e si era portato dietro quella fragranza?
No, porca miseria, qualcuno stava parlando su in cucina!
Mi tolsi velocemente le scarpe, ma mi resi conto che le calze erano bagnate, non potevo entrare in casa cos, lo avrebbero notato subito, quindi feci quasi di corsa il corridoio e mi precipitai dentro la stanza della caldaia dove ce nera appeso un altro paio, me le infilai e risalii le scale il pi rapidamente possibile, mi fermai.
Lass il profumo era ancora pi forte. Non cera dubbio, la nonna era l.
Sei tu, vagabondo? disse pap.
S, risposi.
Vieni un po qua!
Entrai in cucina.
L seduta cera la nonna!
Corsi verso di lei e la strinsi.
Scoppi a ridere mentre mi arruffava i capelli.
Come sei diventato grande! esclam.
Cosa fai qui? chiesi. Dov lauto? E il nonno?
Ho preso lautobus, rispose.
Lautobus?
S. Mio figlio  da solo con i bambini, ho pensato, quindi perch non andare a trovarli e dare una mano? Vi ho gi preparato la cena, sai".
Quanto rimani?
Rise.
Mah, pensavo di prendere lautobus domani mattina. Qualcuno deve prendersi cura anche del nonno. Non pu stare da solo per troppo tempo".
No, dissi prima di abbracciarla nuovamente.
Su, su, intervenne pap. Adesso vai in camera tua, ti chiamo quando  ora di mangiare".
Ma prima devo dargli il regalo, obiett la nonna.
A proposito, grazie per quello di Natale, dissi. Era molto bello".
La nonna si chin in avanti per prendere la borsa, ne estrasse un pacchettino che mi porse.
Strappai la carta.
Era una tazza dellIK Start.
Era bianca, con il logo della squadra su un lato e quello di un calciatore con la maglia gialla e i pantaloncini neri dallaltra.
Oh, una tazza dello Start! esclamai abbracciandola ancora una volta.
Era strano avere la nonna l da noi. Non lavevo quasi mai vista senza il nonno, e quasi mai da sola con pap. Rimasero seduti in cucina a chiacchierare, potevo sentirli attraverso la porta della mia camera che avevo lasciato socchiusa. Ogni tanto cadeva il silenzio e allora uno dei due si alzava per fare qualcosa. Poi riprendevano a parlare, la nonna rideva e raccontava una storia, pap borbottava. A un certo punto pap ci chiam, mangiammo. Pap era molto diverso dal solito, sembrava che alternasse in continuazione momenti in cui era presente ad altri in cui era assente. A volte seguiva con grande attenzione quello che diceva la nonna, poi allimprovviso pareva astrarsi completamente e si metteva a sbirciare fuori dalla finestra o si alzava per fare qualcosa, poi la guardava di nuovo, le sorrideva, se ne usciva con qualche commento che la faceva ridere prima di riprendere a guardare da unaltra parte.
La nonna part la sera dopo. Abbracci me e Yngve e pap laccompagn alla stazione degli autobus in citt. Io misi Rubber Soul e mi sdraiai sul letto con una biografia su Madame Curie. Quando cominciarono a risuonare le note della seconda canzone, Norwegian Wood, alzai lo sguardo dal libro e rimasi immobile a guardare il soffitto mentre latmosfera che emanava quella musica mi penetrava in modo inspiegabile e mi sollevava facendomi raggiungere le sue vette. Era una sensazione meravigliosa. Non soltanto perch era bella, ma perch in essa cera qualcosa che non aveva nulla a che vedere con la stanza in cui mi trovavo n con il mondo che mi circondava.
I once had a girl, or should I say, she once had me?
She showed me her room, isnt it good, Norwegian wood?
Fantastico, fantastico.
Poi ricominciai a leggere di Madame Curie fino a quando si fecero le dieci e spensi la luce. Mentre mi stavo addormentando, in quel momento in cui tutto ci che si trovava nella stanza intorno a me veniva diluito da immagini di cui non conoscevo la provenienza, ma che accettavo senza remore, la porta si apr di colpo e si accese la luce del lampadario.
Era pap.
Quante mele hai mangiato oggi? mi chiese.
Una, risposi.
Ne sei sicuro? La nonna mi ha detto che te ne ha data una lei".
Davvero?
E te ne  stata data una anche dopo cena. Ricordi?
Oh, me lero scordato! dissi.
Pap spense la luce e chiuse la porta senza aggiungere altro.
Il giorno successivo mi chiam dopo cena. Andai in cucina.
Siediti, esord. Voglio darti una mela".
Grazie, risposi.
Me ne porse una.
Rimani qui a mangiarla, aggiunse.
Alzai velocemente lo sguardo verso di lui. Incroci il mio, i suoi occhi erano seri, abbassai i miei e mi misi a mangiare la mela. Quando ebbi finito, me ne porse unaltra.
Da dove laveva fatta saltare fuori? Ne aveva un sacchetto dietro la schiena?
Eccotene unaltra, disse.
Grazie, risposi. Ma ne mangio soltanto una al giorno".
Ieri ne hai prese due, no?
Annuii, la afferrai e la sbocconcellai.
Me ne porse unaltra.
Eccotene ancora una. Oggi  il tuo giorno fortunato".
Sono pieno, dissi.
Mangia la tua mela".
La mangiai. Fu molto pi difficile che con le prime due. Era come se dentro lo stomaco i pezzi si sovrapponessero uno alla volta sopra la cena, avevo quasi la sensazione di percepire la consistenza della polpa.
Pap me ne diede unaltra.
Non mi va, dissi.
Ieri per te non cerano limiti. Te lo sei scordato? Non ti sei forse preso due mele perch era quello che volevi? Oggi invece ne puoi mangiare quante ne desideri. Mangia".
Scossi la testa.
Si chin in avanti. I suoi occhi erano gelidi.
Mangia la tua mela. Adesso".
Cominciai a mangiarla. Ogni volta che deglutivo la pancia si contraeva e dovetti mandare gi pi volte la saliva per non vomitare.
Era in piedi dietro di me, non cera modo di farla franca. Piangevo e deglutivo, deglutivo e piangevo. Alla fine non ce la feci pi.
Sono proprio pieno! esclamai. Non ce la faccio pi!
Mangia, continu pap. A te le mele piacciono cos tanto".
Provai a dare ancora un paio di morsi, ma dovetti rinunciare.
Non ci riesco, dissi.
Mi guard. Poi prese la mela mangiata a met e la butt nel cestino della spazzatura che si trovava nellarmadietto sotto il lavello.
Puoi andare in camera tua. Spero che ti sia servito da lezione".
Nella mia stanza cera soltanto una cosa di cui sentivo la mancanza, e cio diventare grande. Decidere liberamente della mia vita. Odiavo pap, ma ero nelle sue mani, non esisteva nessuna via duscita per sottrarmi al suo potere. Era impossibile vendicarsi. Soltanto nei miei pensieri e con la fantasia, cos tanto acclamata, ero in grado di distruggerlo. L potevo crescere, diventare pi grande di lui, mettergli la mano sulle guance e schiacciargliele con tanta forza che le sue labbra avrebbero assunto quellespressione cos stupida con cui mi faceva spesso il verso dicendo che era quella che avevo per via dei miei denti sporgenti. Nella fantasia potevo picchiarlo a tal punto da fracassargli il naso e farlo sanguinare senza piet. O ancora meglio, in modo che il setto nasale gli si conficcasse nel cervello e lui morisse. Ero in grado di scagliarlo contro una parete, buttarlo gi dalle scale. Potevo afferrarlo per la collottola e sbattergli la faccia sul tavolo. Era quello che potevo immaginare di fare con la mente, ma nellattimo in cui ero nella stanza con lui tutto si dissolveva, lui era mio padre, un uomo adulto, tanto pi grande di me che tutto doveva accadere secondo la sua volont. La mia, quella la spezzava come se niente fosse.
Doveva essere questo il motivo per cui, naturalmente senza saperlo, trasformavo linterno della mia camera in uno spazio esterno immenso. Quando leggevo, e per parecchio tempo non feci altro che quello, era sempre quel mondo l fuori quello in cui mi muovevo quando giacevo a letto immobile, e non si trattava soltanto di quello contingente di quel momento, con tutti i suoi paesi ed esseri umani sconosciuti, ma anche di quello che esisteva gi da prima a partire dai libri su Bjrneklo, il bambino dellet della pietra, e di quelli che si sarebbero susseguiti, come apparivano per esempio nelle opere di Jules Verne. E poi cera la musica. Anchessa dilatava lo spazio, con le sue atmosfere e quelle sensazioni forti che mi faceva provare, che non avevano nulla a che fare con quelle che avvertivo di solito nella mia vita. Ascoltavo soprattutto i Beatles e i Wings, ma anche la musica di Yngve, da tempo rappresentata da band e artisti come Gary Glitter, Mud, Slade, Sweet, Rainbow, Status Quo, Rush, Led Zeppellin e Queen, ma che durante le scuole medie era cominciata a cambiare quando tra tutte quelle vecchie cassette e dischi prese a insinuarsi anche una musica totalmente differente, come i The Jam e il singolo dei The Stranglers, che si intitolava No More Heroes, gli lp con i Boomtown Rats e The Clash, la cassetta con gli Sham 69 e i Kraftwerk, oltre alle canzoni che registrava dallunico programma musicale che esisteva alla radio, Pop Spesial. Yngve cominci ad avere amici a cui interessava lo stesso genere di musica e che suonavano a loro volta la chitarra. Uno di loro si chiamava Brd Torstensen, e un giorno allinizio di maggio, quando pap sarebbe rimasto fuori per qualche ora e di conseguenza la casa era aperta e accessibile, lo fece entrare in camera sua. Suonarono insieme la chitarra e ascoltarono dischi. Dopo un po bussarono da me, Yngve voleva mostrare qualcosa a Brd. Io, che ero sdraiato sul letto a leggere, mi alzai quando arrivarono.
Guarda qui, disse Yngve dirigendosi verso il poster di Elvis appeso sopra la mia scrivania. Riesci a immaginarti cosa c sul retro?
Brd scosse la testa.
Yngve stacc le puntine, prese il poster e lo gir.
Ecco! esclam. Johnny Rotten! E invece lui fa vedere Elvis!
Risero entrambi.
Me lo vendi? mi chiese Brd.
Feci di no con il capo.
 mio".
Ma se ce lhai appeso dalla parte sbagliata! comment Brd ridendo nuovamente.
Niente affatto, replicai.  Elvis!
Elvis non  niente! proclam Brd.
S invece, Elvis Costello, proclam Yngve.
Giusto,  vero, disse Brd.
Quando se ne furono andati, rimasi a guardare per un po le due facciate del poster. Quello che si chiamava Johnny Rotten era brutto, Elvis invece era bello. Perch avrei dovuto appendere quello brutto allesterno e quello bello allinterno?
Allaperto seguivamo gli stessi rituali di tutte le primavere: recidere i rami di betulla, legare delle bottiglie allestremit dei monconi rimasti, andare a prenderle il giorno dopo piene di linfa chiara e viscosa che bevevamo. Tagliavamo i ramoscelli dei saliconi e dalla corteccia ricavavamo dei flauti. Raccoglievamo grandi mazzi di anemoni bianchi per donarli alle nostre madri. Be, a dire il vero ormai eravamo un po troppo grandi per questo genere di cose, ma si trattava di un gesto gentile, cos una mattina che avevamo soltanto tre ore portai con me Geir nel bosco, conoscevo un posto dove cerano cos tanti anemoni che in lontananza il terreno pareva coperto di neve. Non senza un certo rimorso perch i fiori erano vivi, raccoglierli equivaleva a ucciderli, ma era per una buona causa, con il loro aiuto avremmo infuso gioia. I raggi di luce filtravano tra i rami come dardi, il muschio era di un verde brillante e tutti e due raccogliemmo un enorme mazzo con cui corremmo a casa.
Da me cera pap. Quando arrivai, era gi in lavanderia. Si gir verso di me con la rabbia che traspariva da ogni suo movimento.
Ho raccolto dei fiori per te, gli dissi.
Tese la mano, li prese e li gett nel grande lavabo.
Sono soltanto le femminucce che raccolgono i fiori, rispose.
Aveva ragione. Probabilmente si vergognava di me. Una volta alcuni suoi colleghi erano venuti a casa nostra e mi avevano visto seduto sui gradini, con i miei capelli biondissimi, abbastanza lunghi, perch era inverno, e la calzamaglia rossa.
Che bella bambina che hai, aveva commentato uno di loro.
 un maschio, aveva risposto pap. Aveva sorriso, ma io lo conoscevo abbastanza bene da sapere che non aveva gradito quellaffermazione.
Io con la mia fissa per i vestiti, io che mi mettevo a piangere se non mi compravano le scarpe che volevo, io che scoppiavo in lacrime perch fuori faceva troppo freddo quando eravamo in barca, s, io a cui si gonfiavano subito gli occhi di pianto quando lui alzava la voce, e in situazioni dove era perfettamente naturale alzarla: era poi cos strano che pensasse, che razza di figlio mi  capitato in sorte?
Ero anche un mammone, mi ripeteva in continuazione. E lo ero anche. Sentivo la mancanza della mamma. E nessuno era pi felice di me quando ritorn definitivamente alla fine di quel mese.
Quando termin lestate e io avrei cominciato la quinta, fu la volta di pap. Sarebbe andato fino a Bergen dove avrebbe abitato in una specie di citt studentesca che si chiamava Fantoft Studentby, avrebbe preso la specializzazione in letteratura nordica e sarebbe salito di graduatoria come insegnante.
Purtroppo non potr tornare a casa tutti i fine settimana, disse durante la cena appena prima di partire. Forse non pi di una volta al mese".
Che peccato, commentai.
Uscii sul vialetto per salutarlo. Infil la valigia nel bagagliaio e poi si sedette sul sedile accanto a quello del conducente perch era la mamma che lo avrebbe accompagnato allaeroporto.
Fu la cosa pi strana che avessi mai visto.
Pap stonava dentro un Maggiolino, questo era certo. E se proprio doveva salirci, non doveva essere a fianco del guidatore, leffetto era grottesco, soprattutto quando la mamma si accomod accanto a lui e dopo aver acceso lauto gir la testa e cominci a fare retromarcia.
Pap non era fatto per fare il passeggero, per niente.
Lo salutai agitando la mano, lui alz a malapena la sua, e di colpo non cerano pi.
Che cosa avrei fatto adesso?
Andare gi nella stanza dove teneva tutti i suoi attrezzi e mettermi a segare e a piantare chiodi, tagliare e spaccare fino a dove potevo?
Salire in cucina e preparare dei waffel? Uova fritte? Del t?
Sedermi in soggiorno con i piedi sul tavolino?
No, sapevo che cosa.
Entrare in camera di Yngve, prendere uno dei suoi dischi, e suonarlo a tutto volume.
Presi Play dei Magazine.
Misi il volume quasi al massimo, aprii la porta e andai in soggiorno.
Il basso faceva quasi tremare le pareti. La musica straripava fuori dalla sua stanza. Chiusi gli occhi e cominciai a dondolarmi avanti e indietro a tempo. Dopo averci dato dentro per un po, ritornai in cucina, presi una tavoletta di cioccolato fondente e me la mangiai. La musica rimbombava intorno a me, ma io non ero dentro di essa, era pi come una parte della casa, il tavolo da pranzo o i quadri appesi alla parete. Mi misi a ondeggiare nuovamente e in quel momento fu come se io assorbissi la musica e lavessi dentro di me. Soprattutto quando chiudevo gli occhi.
Ci fu qualcuno che url da sotto.
Aprii gli occhi ed emisi un gemito.
Avevano dimenticato qualcosa ed erano tornati indietro?
Mi precipitai in camera e azzerai il volume.
Cosa cavolo stai combinando? grid Yngve dal pianterreno.
Oh. Meno male.
Niente, risposi. Ho preso in prestito uno dei tuoi dischi".
Sal le scale. Dietro di lui cera un altro ragazzo. Non lavevo mai visto prima. Forse uno della pallavolo?
Ti sei rincoglionito del tutto? esclam Yngve. Potresti far saltare gli altoparlanti. Adesso saranno sicuramente rovinati. Deficiente!
Non lo sapevo, risposi. Scusa. Mille volta scusa".
Laltro sorrise.
Questo  Trond, disse Yngve. E questo  quellidiota del mio fratellino".
Ciao, fratellino, esord Trond.
Ciao, risposi.
Yngve and in camera sua, alz leggermente il volume prima di appoggiare lorecchio sulle casse.
Per fortuna non sono rotte, constat raddrizzandosi. Sei stato fortunato. Altrimenti me le dovevi comprare nuove. E ti giuro che mi sarei occupato personalmente della faccenda".
Mi guard.
 da tanto che sono partiti?
Mezzora, risposi.
Yngve chiuse la porta della camera e io rimasi per un po a ciondolare in soggiorno fino a quando vidi allesterno Marianne e Solveig che spingevano una carrozzina. Uscii e le raggiunsi di corsa.
Facciamo un pezzo insieme?
Va bene, risposero entrambe. Dove stai andando?
In su".
Da chi?
Mi strinsi nelle spalle.
Di chi  il piccolo?
Dei Leonardsen".
Quanto vi danno?
Cinque corone".
Le mettete da parte per comprarvi qualcosa?
Niente di particolare. Una giacca, forse".
Anchio voglio comprarmene una nuova, commentai. Una invernale della Matinique, nera. Lavete vista?
No".
Le maniche sono ampie e di una stoffa diversa dal resto. Sembra quasi crespa. E poi ha un inserto centrale che copre la cerniera. E tu che tipo di giacca vorresti?
Marianne si strinse nelle spalle.
Un cappotto, pensavo".
Un cappotto? Uno chiaro?
Forse. Abbastanza corto".
Sei lunico maschio che parla di vestiti, comment Solveig.
Lo so, risposi. Era qualcosa che avevo scoperto di recente. Era cos difficile parlare con le ragazze. Dopo che uno aveva strappato loro il berretto o aveva urlato qualche parola offensiva ai loro danni mentre si allontanavano, di solito la cosa finiva l. Forse si poteva parlare di compiti. E basta. Poi di colpo mi era venuto in mente quello: i vestiti, quello s che  un argomento che a loro interessava. Uno poteva andare avanti allinfinito.
Quando ci avvicinammo al B-Max le salutai e corsi lungo la discesa che portava al parco giochi, adesso deserto, alzai lo sguardo al versante erboso dove cera il rottame dellauto, era deserto, scandagliai il campo da calcio di terra, era deserto, prima di dirigere lattenzione oltre il recinto dei Prestbakmo e sulla porta anteriore della loro casa, dove suonai il campanello. Ma Geir stava cenando e poi sarebbe andato da Vemund.
Ah.
Anche la via era deserta. Era domenica, ora di cena, i bambini stavano mangiando o erano in visita a casa di qualcuno o in giro con i propri genitori.
Di colpo ebbi una folgorazione: Yngve aveva un ospite! Magari potevo sedermi in camera con loro?
Feci di corsa il pendio, ma le bici non cerano pi, sicuramente se ne erano gi andati.
Che cosa potevo inventarmi?
Era nuvoloso e non faceva molto caldo: a Nabben non cera sicuramente nessuno.
Mi diressi lentamente verso i pontoni. Anche l molto probabilmente era deserto, ma perlomeno avrei potuto studiare le barche ormeggiate e respirare quellodore particolare di fibra di vetro e legno, benzina e acqua salata, che cera sempre laggi.
Invece no. Cera un bel po di gente.
Mi confusi tra di loro senza farmi notare. Alcuni avevano la barca, erano seduti a bordo e sputavano dentro lacqua mentre ascoltavano quelli in piedi sul molo che non avevano unimbarcazione, ma se ne stavano l nei paraggi per essere vicini a quelli che ne possedevano una. Ero l tra di loro, ma non sognavo di avere una barca tutta mia, quello era un desiderio talmente irreale che era come sognare di svegliarmi il mattino dopo allepoca dei Vichinghi, come aveva fatto un ragazzo in uno dei libri che avevo letto. No, se sognavo qualcosa, si trattava di un paio di scarpe da tennis bianche e nuove con il logo azzurro della Nike, come quelle che aveva Yngve, o un paio di pantaloni blu chiaro della Levis, o una giacca azzurra della Catalina. Oppure un paio di scarpe da pallone nuove della Puma, una tuta della Admiral, pantaloncini della Umbro. Oppure un costume da bagno della Speedo. Le scarpe bianche e nere Adidas Olympia erano qualcosa a cui pensavo spesso. Poi cerano anche un paio di parastinchi con cavigliera e un borsone della Puma e in inverno sci da slalom dellAtomic e scarponi da slalom della Dynastar. Desideravo anche un paio di pantaloni da slalom e una giacca a vento di vero piumino doca. Sci in fibra di vetro della Splitkein, attacchi nuovi Rottefella. E stivaletti in pelle alla lappone, quelli che avevano una piccola punta finale che sembrava una minuscola proboscide. E una camicia bianca nuova e una felpa rossa. Avrei preferito degli stivali di gomma bianchi invece di quelli blu scuro che avevo adesso. Desideravo anche una collanina di corallo rosso chiaro che avevo visto, al massimo bianca.
A barche, moto e automobili pensavo di meno. Ma dal momento che non potevo dirlo a nessuno, avevo anche qui alcune marche preferite. Barche: un With Dromedille da dieci piedi con un motore a cinque cavalli della Yamaha. Moto: Suzuki. Automobili: BMW. Che fossero proprio queste era pi connesso al fatto che si trattava di lettere dellalfabeto alquanto insolite: Y, Z, W. Per la stessa ragione avevo sempre provato una forte attrazione per i Wolverhampton Wanderers, la prima squadra di calcio per cui tifai e anche se in seguito il loro posto fu preso dal Liverpool, il mio cuore batteva anche per i Wolves: del resto come poteva essere possibile qualcosa di diverso quando il loro campo da gioco si chiamava Molineux Ground e il loro simbolo era un lupo nero su sfondo arancione?
A pantaloni, giacche, maglioni, scarpe e attrezzatura sportiva pensavo molto perch volevo avere un bellaspetto e volevo vincere. Quando a McEnroe, che io consideravo uno dei pi grandi in assoluto, spuntava quel bagliore pericoloso nello sguardo a seguito di una decisione arbitrale, quando lanciava unocchiata veloce verso il direttore di gara mentre lasciava cadere la pallina prima di battere il servizio, pensavo disperato, no, non farlo, non farlo, non si pu, che problema c se perdi un punto, non farlo!  e quasi non ero in grado di stare a guardare quando invece si comportava cos, quando arrivava a inveire senza ritegno contro larbitro, magari scagliando anche la racchetta per terra con tanta violenza da farla rimbalzare parecchi metri pi in l. Mi identificavo a tal punto in lui da piangere ogni volta che perdeva e da non riuscire a starmene chiuso in casa, dovevo uscire in strada, dove mi sedevo sul bordo del marciapiede soffrendo terribilmente per la sconfitta con le guance bagnate di lacrime. Lo stesso valeva per il Liverpool. Se perdevano la finale della Coppa dInghilterra, mi trovavo costretto a sparire fuori piangendo. Della squadra il mio preferito era Emlyn Hughes, ma tifavo ovviamente anche per gli altri, in particolare Ray Clemence e Kevin Keegan, prima che questultimo sparisse ad Amburgo e Newcastle. In una delle riviste di calcio di Yngve avevo letto un articolo che paragonava Kevin Keegan al suo sostituto, Kenny Dalglish. Erano stati valutati sotto ogni aspetto e anche se avevano punti di forza e punti deboli differenti, la loro valutazione complessiva era abbastanza simile. Ma cera una cosa che mi era rimasta impressa. Nella rivista cera scritto che Kevin Keegan era estroverso mentre Kenny Dalglish era introverso.
Il solo vedere quella parola, introverso, mi turbava profondamente.
Ero introverso?
Non lo ero?
Non piangevo di pi di quanto ridevo? Non me ne stavo chiuso tutto il tempo in camera a leggere?
Non era un comportamento da introversi?
Introverso, introverso, io non volevo essere introverso.
Era lultima cosa in assoluto, la peggiore.
Invece lo ero e questa consapevolezza crebbe dentro la mia mente con la forza di un cancro.
Kenny Dalglish stava perlopi per conto suo.
Oh, come me! Ma io non volevo! Io volevo essere estroverso! Estroverso!
Unora dopo, quando avevo imboccato il sentiero attraverso il bosco per tornare a casa e dopo essermi arrampicato su un albero per vedere fino a dove potevo vedere da l, sbucai sulla strada proprio nel momento in cui il Maggiolino della mamma spunt dalla salita. Le feci un cenno con la mano, ma lei non mi vide e io mi misi a correre dietro allautomobile, su per il pendio, fino al piccolo spiazzo pianeggiante e dentro il vialetto, che raggiunsi nello stesso istante in cui la mamma stava chiudendo la portiera dopo essere scesa ed essersi messa la borsa sulla spalla.
Ciao, disse. Vuoi aiutarmi a fare il pane?
Poteva essere lanno in cui pap moll la presa che aveva su di noi.
Molti anni dopo avrebbe affermato che aveva cominciato a bere a Bergen.
Non riuscivo a dormire, dichiar. Cos ho iniziato a bere un goccetto la sera prima di andare a letto".
In seguito disse anche che a Bergen aveva unamica.
Salt fuori per caso, ero andato a trovarlo unestate allinizio degli anni novanta, era ubriaco e quando gli comunicai che quellinverno mi sarei trasferito in Islanda, afferm di essere stato una volta a Reykjavik.
Ma non  vero, replicai. E quando sarebbe stato?
Quando abitavo a Bergen, sai, rispose. Avevo unamica, era islandese, siamo andati a Reykjavik insieme".
Mentre stavi con la mamma?
S. Avevo trentacinque anni e abitavo in una casa dello studente".
Non ti devi scusare. Puoi fare quello che vuoi".
S, grazie, figlio".
Allora non sapevamo niente della sua relazione, ovviamente, e non avevamo neanche abbastanza esperienza per immaginarcela. Tutto quello che per me contava era che lui non fosse con noi. Ma anche se la casa si apr e io per la prima volta nella mia vita potevo fare quello che volevo, il pensiero di mio padre quando sporcavo lingresso mentre entravo, o sbriciolavo mentre stavo mangiando o addirittura quando il succo di pera mi colava lungo il mento quando ne mangiavo una continu stranamente a esistere come se un fulmine lo scagliasse dentro di me. Non sei neanche capace di mangiare una pera senza sporcarti, ragazzo, sentivo pronunciare dalla sua voce. E se prendevo un bel voto in un compito in classe, era sempre lui la persona a cui avrei desiderato raccontarlo, non alla mamma, non era la stessa cosa. Al contempo ci che accadeva allesterno mut lentamente di carattere, in un certo senso miglior e peggior al tempo stesso, era come se il mondo morbido dellinfanzia, dove i colpi che si abbattevano erano sordi e quasi sempre casuali nel senso che riguardavano tutto e niente, fosse diventato pi nitido e palese, come se fosse stato spianato ogni dubbio, sei tu e quello che tu dici non ci piace e, anche se la cosa rappresentava indiscutibilmente un limite, al contempo fece s che si schiudesse qualcosa di diverso che non dipendeva da me personalmente, ma che forse mi riguardava ancora di pi perch ne facevo parte, e quella parte non aveva nulla a che fare con la mia famiglia, quel qualcosa era nostro, di noi che eravamo l fuori. Lestate in cui cominciai la quinta, ero enormemente attratto da quasi tutte le ragazze, ma non le percepivo come qualcosa di radicalmente diverso, avevo in me qualcosa che mi permetteva di avvicinarmi a loro. Che fosse un grande errore, s, il pi grande che un maschio possa commettere, non lo capivo affatto.
Quellanno ci assegnarono uninsegnante pi anziana, la signora Hst, lavevamo per molte materie e amava ricorrere al teatro come forma di espressione. Spesso trasformava delle situazioni in piccoli episodi da recitare e io mi proponevo sempre come volontario, era una delle cose che adoravo, il fatto che tutti mi vedessero e che interpretassi unaltra persona. Avevo uno spiccato talento nellinterpretare le femmine. Ero bravo in questo. Mi scostavo i capelli dietro le orecchie, appuntivo leggermente le labbra, camminavo sculettando, parlavo con un tono di voce un po pi affettato del solito.
Una sera che ero in giro con Sverre, a cui pure piaceva recitare, e che era altrettanto bravo a scuola, e daspetto mi assomigliava a tal punto che due supplenti uno indipendentemente dallaltro avevano creduto che fossimo gemelli, gli proposi di andare a trovare la signora Hst. Abitava a forse tre chilometri a est del nostro quartiere.
Bella idea, comment Sverre. Ma ho la bicicletta bucata. Andarci a piedi  troppo lontano".
Facciamo lautostop, dissi.
Okay".
Scendemmo fino allincrocio e ci piazzammo sul bordo della strada. In quellultimo anno avevo fatto parecchio lautostop, quasi sempre con Dag Magne, fino a Hove o a Roligheden o verso quei posti che ci ispiravano, e non era mai successo che avessimo aspettato pi di unora senza ricevere un passaggio.
Quella sera si ferm la prima automobile.
Erano due giovani.
Salimmo. Suonavano la musica a tutto volume, i finestrini tremavano per via del basso. Il guidatore si gir verso di noi.
Dove dovete andare?
Glielo dicemmo, inser la marcia e part accelerando a tal punto che andammo a sbattere contro lo schienale dei sedili posteriori.
Chi ci abita?
La signora Hst, rispose Sverre. La nostra insegnante".
Ah! esclam il tipo che sedeva accanto al conducente. Andate fin l per combinargliene qualcuna? Lo facevamo anche noi da piccoli. Ci presentavamo davanti a casa loro e gli facevamo vedere i sorci verdi".
No, non  per questo, intervenni io. Vogliamo soltanto andare a trovarla".
Si gir a guardarmi.
Andare a trovarla? Perch? Compiti?
No-o, continuai. Perch ne abbiamo voglia".
Si volt di nuovo. Il resto del viaggio prosegu in silenzio. Si fermarono di colpo allincrocio.
Forza, saltate gi, bambini, disse il guidatore.
Avevo un po la coscienza sporca, mi rendevo conto di averli delusi, ma non era assolutamente il caso di dire bugie. Quindi li ringraziai nel modo pi caloroso possibile.
Sfrecciarono via nel buio con la musica a tutto volume.
Sverre e io ci incamminammo lungo la stradina coperta di ghiaia. Su entrambi i lati si ergevano delle grandi latifoglie con i rami che sporgevano da tutte le parti. Non eravamo mai stati in quella casa, ma sapevamo bene dove si trovava.
Fuori cerano due automobili, tutte le finestre erano illuminate.
Suonai.
Siete voi? esclam la signora Hst stupita quando apr la porta.
Abbiamo pensato di venire a trovarla, dissi.
Possiamo entrare? chiese Sverre.
Esit.
Be, ho visite. Non sarebbe il momento pi adatto. Ma avete fatto tutta questa strada soltanto per vedermi?
S".
Entrate! Potete rimanere qui una mezzora se volete. In effetti ho dei dolci. E dello sciroppo!
Entrammo.
Il soggiorno era pieno di adulti. La signora Hst ci present, ci sedemmo ognuno sul suo sgabello vicino al tavolo, lei mise davanti a ognuno di noi un piattino con tre biscotti e un bicchiere di sciroppo.
Disse che noi eravamo i suoi allievi preferiti e che eravamo bravi a recitare.
Non potete mostrarci qualcosa? chiese qualcuno.
La signora Hst ci guard.
Certo, dissi. Ci stai?
S, ovvio rispose Sverre.
Mi scostai i capelli dietro le orecchie, appuntii le labbra e cominciammo, improvvisando in parte, ma riuscendo comunque a far ridere i presenti. Quando la scenetta fin, ci inchinammo, leggermente rossi in viso, ma soddisfatti di noi stessi, per via degli applausi.
Il successo si ripet prima di Natale durante una festa in costume quando Dag Magne e io ci eravamo travestiti da donna, con tanto di trucco, vestito e borsetta, e la mia imitazione si mostr cos buona che nessuno mi riconobbe, neanche Dag Lothar, che soltanto dopo cinque minuti che mi trovavo accanto a lui cap allimprovviso chi fosse quella ragazzina sconosciuta.
Ma anche se era cos, che non mi vergognavo di vestirmi da femmina, n di parlare con loro di cose da ragazze, mi misi in effetti con alcune di loro. La pi bella si chiamava Mariann, dur due settimane, andavamo a pattinare insieme, si sedeva in braccio a me e mi baciava, quando mi presentai alla sua festa di compleanno ero lunico maschio presente, e anche in quelloccasione si sedette sulle mie gambe mentre parlava con le amiche e io la cingevo con un braccio, poi pomiciammo, ma alla fine non ne potei pi, perch anche se lei mi piaceva  era senza dubbio una delle pi belle della scuola, seppur non il massimo in assoluto  e forse provavo anche un po di pena per lei perch abitava da sola con sua madre e sua sorella ed erano abbastanza povere, per esempio non le compravano praticamente mai vestiti nuovi, la madre faceva del suo meglio per riciclare quelli che aveva e quelli che ereditava dai parenti, provavo soltanto un senso di vuoto quando ero nella sua camera e di claustrofobia quando ci baciavamo, lunica cosa che volevo era andarmene e alla fine riuscii a convincere Dag Magne a dirle che era finita. Quello stesso giorno commisi un grande errore, lei stava correndo dietro di me sotto la tettoia per ripararsi dalla pioggia e, nel momento in cui stava per superarmi, distinto allungai il piede, inciamp e and a sbattere con il muso sullasfalto, le usc sangue e si mise a piangere, ma quella non fu la cosa peggiore, il peggio fu la rabbia che segu e che mi vomit addosso, che contamin anche le altre ragazze che si strinsero intorno a lei per mostrarle il loro appoggio. Purtroppo nelle settimane a venire non godetti di grande popolarit. Il fatto che io non avessi compiuto quel gesto per qualche scopo recondito, ma solo per divertimento, non trov la bench minima comprensione. A volte era come se le femmine mi odiassero per davvero, che pensassero che io fossi soltanto una specie di feccia, altre volte era esattamente il contrario, non solo volevano parlare con me, ma alle feste di classe che avevamo cominciato a organizzare, sia a casa tra di noi sia a scuola, volevano ballare con me. Anche il mio atteggiamento nei loro confronti era ambiguo, perlomeno per quanto riguardava le mie compagne di classe. Da un lato le conoscevo talmente bene dopo quasi cinque anni di scuola da rimanere del tutto indifferente nei loro confronti, dallaltro avevano cominciato a cambiare, le protuberanze sotto i maglioni crescevano, i loro fianchi si erano allargati e si comportavano in maniera differente, si sentivano superiori a noi, e quando mostravano interesse per i maschi era per quelli che frequentavano due o tre classi sopra la nostra. Noi con le nostre voci chiare, che in modo pi o meno nascosto divoravamo con lo sguardo tutti gli attributi che possedevano allimprovviso, per loro eravamo equivalenti allaria. Ma anche se erano e si sentivano cos importanti, non conoscevano affatto il mondo a cui si rivolgevano. Che ne sapevano di uomini, donne e desiderio? Avevano letto Wilbur Smith, dove le donne venivano prese con violenza sotto cieli tempestosi? Avevano letto Ken Follett, dove un uomo rasava la fica di una donna che giaceva con gli occhi chiusi in una vasca da bagno piena di schiuma? Avevano letto Insektsommer di Knut Faldbakken, il passaggio che conoscevo a memoria, quando lui le toglieva le mutandine mentre era distesa sul fieno? Avevano mai tenuto tra le mani una rivista porno? E che ne sapevano di musica? A loro piaceva soltanto quello che piaceva a tutti, The Kids e le stronzate della hit parade, in realt per loro la musica non significava nulla, non avevano idea di cosa fosse n cosa potesse essere. Sapevano a malapena vestirsi, per cos dire, si presentavano a scuola con gli abbinamenti pi strani senza neanche esserne consapevoli. E quelle mi guardavano dallalto in basso? Io avevo letto Wilbur Smith e Ken Follett e Knut Faldbakken, sfogliavo riviste porno gi da parecchi anni, ascoltavo le band che contavano davvero, e sapevo vestirmi. E io valevo meno di loro?
Per dare loro una lezione su come funzionavano veramente le cose, inscenai un piccolo colpo di stato durante lora di musica. Tutti i venerd avevamo quella che veniva chiamata hit parade della classe. Sei allievi portavano a scuola un trentatr giri, che poi tutti votavamo. I pezzi che sceglievo io finivano sempre per ultimi, indipendentemente da quello che facevo sentire. Led Zeppelin, Queen, Wings, Beatles, Police, Jam, Skids  il risultato era sempre uguale, uno o due voti, ultimo posto. Sapevo che votavano contro di me, e non la musica. Non la stavano neanche ad ascoltare per davvero. La cosa mi irritava terribilmente. Mi lamentavo con Yngve, che non solo capiva quanto fosse fastidioso, perch anche lui non sopportava la musica delle hit parade, ma gli venne anche in mente il modo di fregarli. Il secondo disco dei The Kids non era ancora uscito. Un venerd portai il primo album degli The Aller Vrste!, Materialtretthet, che Yngve aveva ricevuto soltanto qualche giorno prima, dicendo che era una copia prenotata in anticipo del nuovo vinile dei The Kids di prossima uscita. Linsegnante di musica, che era stato informato della mia azione, suon il primo pezzo del disco, che tenevo infilato nella copertina interna bianca poich, come spiegai, lalbum era cos recente che la copertina esterna non era ancora pronta. Per loro i The Aller Vrste!, proprio come diceva il nome del gruppo, erano davvero il peggio, lultima volta che li avevo suonati in classe, il singolo Rene Hender, mi avevano fatto il verso per parecchi giorni dopo urlandomi dietro Mani pulite! Mani pulite!, ma quando sentirono le note del primo pezzo del gruppo diffondersi per laula si scaten un mormorio crescente di ammirazione che culmin nella votazione finale che mostr come gli The Aller Vrste! avessero stravinto sotto lo pseudonimo The Kids. Oh, gli occhi mi luccicavano trionfanti quando mi alzai per comunicare loro che non erano The Kids quelli per cui avevano votato, ma The Aller Vrste! Continuai affermando che questo stava a dimostrare che loro se ne fregavano della musica, che erano altri i fattori che pilotavano i loro gusti. Oh, quanto si incazzarono! Ma non potevano replicare. Li avevo sputtanati troppo bene.
Ovviamente non mancavano le critiche nei miei confronti. Ero un presuntuoso, mi credevo di essere chiss chi, dovevano sempre piacermi le cose particolari, e in generale quello che non piaceva agli altri. Per non era sempre cos, io amavo la buona musica e detestavo quella cattiva, era forse colpa mia? Imparai a conoscerla grazie a Yngve e alle sue riviste specializzate che io divoravo, e ai gruppi che suonava per me. Magazine, Cure, Stranglers, Simple Minds, Elvis Costello, Skids, Stiff Little Fingers, XTC, le band norvegesi Kjtt, Blaupunkt, Aller Vrste!, Cut, Stavangerensemblet, DePress, Betong Hysteria, Hrvrk. Mi insegn anche tantissimi altri accordi da eseguire con la chitarra e quando non era a casa suonavo per me stesso con il plettro nero della Gibson in mano e la cinghia nera della Fender sulla spalla. Per sicurezza mi comprai anche un libro per imparare a suonare la batteria, intagliai due bastoncini, disposi alcuni libri in cerchio intorno a me sul pavimento, quello a sinistra doveva essere il charleston, quello accanto il rullante e i tre volumi davanti i tom tom. Lunico a darmi corda era Dag Magne, con cui trascorrevo sempre pi tempo. Eravamo quasi sempre da lui e ascoltavamo musica cercando poi di riprodurla sulla sua chitarra a dodici corde, ma veniva anche da me, e leggevamo ognuno il proprio giornalino perch i divieti della mamma non erano pi cos tassativi, mentre ascoltavamo le mie cassette e parlavamo di ragazze o della band a cui volevamo dare vita, soprattutto al nome. Lui insisteva per Dag Magnes navnlse disipler, I discepoli anonimi di Dag Magne, io invece volevo che si chiamasse Blodpropp, Embolo. Erano tutti e due dei bei nomi, su questo eravamo daccordo, comunque non avevamo bisogno di prendere nessuna decisione al riguardo prima che fosse giunto eventualmente il momento di esibirsi su un palcoscenico.
In quel modo pass linverno, che implic anche le prime feste di classe, dove giocavamo al gioco della bottiglia e ballavamo i lenti, girando e rigirando per la stanza, quasi appiccicati ad alcune delle ragazze con cui eravamo in classe da cinque anni e che conoscevamo quasi meglio dei nostri stessi fratelli, e la mia testa fu sul punto di esplodere quando di colpo avvertii il corpo di Anne Lisbet cos attaccato al mio. Il profumo dei suoi capelli, quegli occhi luccicanti che traboccavano di vita come prima. E, oh, quei piccoli seni sotto la camicetta bianca, sottile.
Che sensazione MAGNIFICA era mai quella?
Era completamente nuova, mai avvertita in tutti quegli anni, ma, adesso che lavevo sentita, era l che volevo tornare.
Pass linverno e la primavera giunse con la sua luce che ogni giorno squarciava un varco sempre pi ampio allincedere della notte, e con la sua pioggia gelida che lentamente fece inabissare la neve prima di farla scomparire del tutto. Una di quelle mattine immerse nel buio e nella pioggia andai in cucina per fare come sempre colazione. La mamma era gi andata via, aveva il primo turno. Si era dimenticata di spegnere la radio. Quando ero ancora in camera mia, avevo capito che era successo qualcosa di grave nel corso della notte perch le voci alla radio, di cui non distinguevo le parole, ma solo il timbro, risuonavano in modo insolitamente drammatico. Dopo essermi imburrato una fetta di pane, ci misi sopra del salame e mi versai un bicchiere di latte. Era avvenuto un incidente nel Mare del Nord, una piattaforma petrolifera si era capovolta ed era sprofondata. Il rumore debole, martellante della pioggia che cadeva sul tetto avvolgeva la casa come una pellicola. Si sentiva il mormorio dellacqua lungo le grondaie. Dai Gustavsen qualcuno avvi il motore dellautomobile, si accesero i fari. Era una catastrofe, il numero di dispersi era incalcolabile, nessuno sapeva con esattezza quanti fossero. Quando arrivai al B-Max mezzora dopo, con i pantaloni infilati dentro gli stivali e il cappuccio della giacca impermeabile annodato stretto intorno alla testa, nessuno parlava daltro. Tutti conoscevano qualcuno che conosceva qualcuno che aveva un padre o un fratello che lavorava proprio su quella piattaforma. Si chiamava Alexander Kielland e uno dei piloni portanti aveva probabilmente ceduto. Era stata unondata eccezionale, di quelle che capitano ogni cento anni, a causare la disgrazia? Una bomba? Un difetto di costruzione?
Durante la prima ora linsegnante si mise a parlare dellincidente anche se in realt avevamo matematica. Mi chiedevo che cosa avrebbe detto adesso il nonno. Lui sosteneva sempre che noi avremmo dovuto cominciare nel settore petrolifero. Che il futuro era l. Ma giungevano anche segnali diversi e contrastanti: in un servizio del telegiornale si parlava delle previsioni secondo cui le riserve petrolifere si sarebbero prosciugate prima del previsto, nellarco di venticinque anni sarebbe finito tutto. Ero affascinato dallanno in cui questo si sarebbe verificato, il 2004, perch pareva cos profondamente proiettato nel futuro da parere irreale, ma nel programma veniva invece discusso come una realt oggettiva, di natura cos diversa da quella che veniva presentata nei libri e nei fumetti di fantascienza, e per questo quasi scioccante: il 2004 sarebbe davvero giunto? Nella nostra vita? Al contempo provavo un forte senso di inquietudine per via della gravit che trapelava dalle voci di quei signori, forieri di qualcosa di terribile, ed ero rattristato al pensiero che qualcosa dovesse finire. La cosa non mi piaceva, io volevo che tutto durasse e continuasse. Tutto ci che cessava faceva paura. Speravo quindi che Jimmy Carter avrebbe ottenuto un nuovo mandato presidenziale, che Odvar Nordli e il Partito laburista norvegese avrebbero vinto le prossime elezioni. Mi piaceva Jimmy Carter. Mi piaceva Odvar Nordli, anche se era sempre cos stanco e spossato. Non mi piaceva Mogens Glistrup n Olof Palme, avevano in loro qualcosa di mellifluo che non prometteva niente di buono, sulle labbra e nello sguardo. Anche Einar Frde e Reiulf Steen ce lavevano, ma non in modo cos marcato. Ma Hanne Kvanmo mi piaceva. Non Golda Meir, n Menachem Begin, nonostante il trattato di Camp David. Anwar Sadat era difficile da giudicare. Lo stesso valeva per Breznev, anche se su una scala diversa. Quando lo vedevo avvolto nella sua folta pelliccia e il suo grande cappello di pelo, con quelle sopracciglia enormi sopra quegli occhi sottili da mongolo e il volto impassibile mentre agitava la mano con movimenti meccanici verso la parata che si svolgeva davanti a lui, dove un razzo dopo laltro sfilava scintillante circondato da migliaia di soldati identici che marciavano a passo doca, non lo consideravo un essere umano, era qualcosaltro, qualcosa a cui era impossibile relazionarsi.
Mi piaceva Per Kleppe?
S, in un certo senso, speravo davvero che il suo pacchetto di proposte anti-inflazione avrebbe funzionato.
Mi piaceva Hans Hammond Rossbach, mentre Trygve Bratteli mi pareva strano con quella voce bassa, sussurrante e quelle r particolari, le spalle strette e la testa grande, che ricordava quasi quella di un teschio con le sopracciglia nere e spesse.
La disgrazia avvenuta nel Mare del Nord fu largomento a cui vennero dedicati i primi quindici minuti della prima ora, poi la lezione continu come sempre, cio facendo alcuni esercizi di aritmetica sul quaderno mentre linsegnante girava tra le file di banchi e aiutava quelli che alzavano la mano e chiedevano la sua assistenza, tutto mentre la morsa del buio stava mollando la sua presa sul mattino, che fuori cominciava a illuminarsi. Nella pausa tra la prima e la seconda ora qualcuno afferm che esisteva la possibilit che dentro la piattaforma si fossero formate delle sacche daria, dentro cui i superstiti avrebbero potuto sopravvivere per parecchi giorni. Altri commentarono che a bordo non cerano genitori di allievi che frequentavano la nostra scuola, ma che il padre di uno della Roligheden era stato dato per disperso. Non era facile stabilire da dove provenissero tutte quelle voci, tantomeno se fossero attendibili. Lora dopo avevamo norvegese. Quando la Maestra si sedette dietro la cattedra, io alzai la mano.
S, Karl Ove?
Ha finito di correggerci i temi?
Aspetta e vedrai, rispose.
Doveva averlo fatto perch subito dopo ripassammo alla lavagna alcune parole e regole che probabilmente corrispondevano agli errori nei compiti che ci aveva assegnato il gioved prima.
S. Ecco spuntare sulla cattedra la grande pila di quaderni che aveva estratto dalla borsa.
Questa volta i temi ben fatti sono stati numerosi, esord. Avrei potuto leggerli tutti quanti, ma purtroppo non ne abbiamo il tempo. Cos ne ho scelti quattro. Questo non significa che siano necessariamente i migliori, lo sapete. Tutti quanti siete bravi a scrivere".
Fissai lo sguardo sulla pila di quaderni per vedere se ero in grado di riconoscere il mio. Non era quello in cima, di questo ero sicuro.
Anne Lisbet alz la mano.
Indossava un maglione bianco che le stava benissimo. I capelli neri e gli occhi scuri si intonavano perfettamente con il bianco, e lo stesso valeva per le labbra purpuree e il rossore che le tingeva sempre le guance quando entrava al caldo.
S? domand la Maestra.
Possiamo lavorare a maglia mentre legge i temi? domand Anne Lisbet.
S, per me non ci sono problemi, rispose la Maestra.
Quattro delle ragazze si chinarono in avanti per prendere loccorrente dalle cartelle.
Possiamo anche fare i compiti? intervenne Geir Hkon.
Qualcuno ridacchi.
Devi alzare la mano come tutti gli altri, Geir Hkon, comment la Maestra. E ovviamente la risposta  no".
Geir Hkon sorrise, leggermente paonazzo in volto non perch era stato redarguito, ma perch aveva trovato il coraggio di parlare davanti a tutti. Diventava sempre cos quando lo faceva.
La Maestra cominci a leggere. Il primo tema non era il mio. Ma ce nerano altri tre, pensai mentre stendevo le gambe sotto il banco. Mi piacevano le prime ore di lezione, quando fuori era completamente buio e noi sembravamo seduti dentro una capsula luminosa, tutti con i capelli leggermente arruffati, gli occhi assonnati e quel che di morbido e indefinito nei movimenti che il giorno avrebbe reso sempre pi nitido fino al momento in cui tutti si sarebbero messi a correre e a parlare in contemporanea con gli occhi sgranati e agitando gambe e braccia da tutte le parti.
Neanche il secondo tema era il mio. E neppure il terzo.
Le lanciai unocchiata inquieta quando prese il quarto quaderno. Non era il mio, giusto?
Oh, non lo avrebbe letto.
Qualcosa in me cedette sotto il peso della delusione, mentre qualcosaltro emergeva al suo posto. Il mio tema era il migliore di tutti, lo sapevo io e lo sapeva lei. Eppure non laveva letto lultima volta e neppure questa. Allora che senso aveva scrivere bene? La volta successiva le avrei consegnato un tema dove mi sarei sforzato di scrivere male.
Finalmente la Maestra fece sparire quellorrida composizione.
Alzai la mano.
Perch non ha letto il mio? domandai. Non andava bene?
Per un secondo i suoi occhi si assottigliarono, poi li apr e sorrise.
Mi avete consegnato venticinque temi. Non posso leggerli tutti, questo lo capisci, vero? I tuoi sono quelli che ho letto pi di tutti ad alta voce. Adesso toccava agli altri".
Batt le mani con un colpo secco.
E questa volta erano davvero belli. Avete una fantasia veramente fervida! Per me  stata una gioia leggerli tutti".
Fece un cenno del capo in direzione di Geir B., che si alz e si avvicin alla cattedra. Per quella settimana era il responsabile della classe e toccava a lui distribuire i temi. Sfogliai rapidamente il quaderno. Cera in media un errore a pagina. Alla fine aveva scritto. Ricco di immaginazione e bello, Karl Ove, ma la storia non finisce in modo un po troppo brusco? Pochi errori, ma devi impegnarti di pi con la calligrafia".
Dovevamo scrivere su qualcosa ambientato nel futuro. Io avevo parlato di un viaggio nel cosmo. O meglio, avevo impiegato cos tanto spazio nel descrivere i differenti tipi di allenamento a cui venivano sottoposti gli astronauti che avevo gi riempito dieci pagine quando era arrivato il momento del lancio, cos dopo averci riflettuto sopra per un attimo, ero arrivato alla conclusione che il viaggio era stato cancellato allultimo minuto per via di un guasto e che gli astronauti erano stati rimandati a casa senza aver potuto compiere la loro missione.
Hotel, avevo scritto da qualche parte. Lei ci aveva aggiunto in rosso unaltra l in bella calligrafia. Alzai la mano e lei mi si avvicin.
Hotel si scrive con una l. Lo so. Lho visto in un libro, quindi sono sicurissimo".
Si chin in avanti. Dalle sue mani si lev un sentore di sapone e dal collo una leggera fragranza di profumo che ricordava lestate.
Be, in un certo senso hai ragione, ma solo in parte. In inglese hotel si scrive con una l, in norvegese con due".
LHotel Phnix ne ha soltanto una, dissi. Ed  in Norvegia. Ad Arendal oltretutto!
Hai ragione".
Allora non  errore?
No. Diciamo cos, va bene? A proposito, hai scritto proprio un bel tema, Karl Ove".
Si raddrizz e torn alla cattedra. Le sue parole mi rincuorarono anche se ero stato soltanto io a sentirle.
Fuori continuava a piovere e a tirare vento. Gli alberi che crescevano oltre il perimetro della scuola ondeggiavano e scricchiolavano e quando ci dirigemmo in palestra dopo la pausa il vento premeva contro quelle pareti cos alte con una forza tale che ogni tanto sembrava che su di esse si abbattessero delle onde. Si sentiva gemere e mugghiare dallimpianto di ventilazione come se ledificio fosse vivo, un animale enorme pieno di stanze, corridoi e cavit che si era sdraiato l accanto alla scuola, e che nella sua prostrazione cantava per s i suoi canti carichi di dolore. O forse erano i rumori a essere vivi, pensavo mentre seduto sulla panca dello spogliatoio mi stavo svestendo. Si alzavano e scendevano, per un attimo parevano turbinare, si muovevano qua e l come se stessero giocando a rimpiattino. Nudo mi alzai, agguantai lasciugamano e puntai verso le docce dentro cui si levava gi il vapore. Mi piazzai al centro di quella ressa di corpi infantili, pallidi, quasi del colore del marmo e fui inondato dal getto di acqua calda che prima mi invest sul cucuzzolo e poi scivol via a fiotti lungo il viso e il petto, la nuca e la schiena. I capelli si appiccicarono alla fronte e io chiusi gli occhi. Fu in quel momento che qualcuno url.
Tor ha luccello in tiro! Tor ha luccello in tiro!
Aprii gli occhi e guardai in direzione di Sverre, era stato lui a gridare. Indicava la parte opposta di quella stanza stretta dove Tor sorrideva con le braccia lungo i fianchi e il cazzo che puntava verso lalto.
Tor aveva luccello pi grande della classe, s, forse di tutta la scuola. Gli pendeva e ciondolava tra le gambe come un gigantesco wrstel e non era un segreto perch portava sempre pantaloni attillati in cui la proboscide era messa di traverso, cos che tutti potevano notarla. S, era grosso, ma adesso che ce laveva duro era enorme.
Alla faccia! esclam Geir Hkon.
Tutti lo guardarono, di colpo latmosfera era diventata elettrica ed era evidente che bisognava fare qualcosa. Non si poteva sciupare unoccasione cos straordinaria.
Lo portiamo dalla signora Hensel! proclam Sverre. Forza, muoviamoci, prima che gli passi!
La signora Hensel era linsegnante di ginnastica. Era tedesca, parlava il norvegese in modo stentato, era severa, sempre perfetta e schifiltosa, caratteristiche che venivano enfatizzate dagli occhialini che portava e dai capelli che raccoglieva con altrettanto rigore in uno chignon. Era meticolosa, ma al contempo distaccata, per noi la parola adatta per definirla era altezzosa. Come insegnante di ginnastica era un incubo perch aveva una predilezione per gli attrezzi e non ci faceva quasi mai giocare a calcio. Nel momento in cui Sverre sugger di portarle Tor mentre era indaffarata a riordinare la palestra, con quel fischietto perennemente appeso al collo e indosso la tuta da ginnastica artistica con i collant bianchi, tutti sapevano che la sua era una proposta perfetta.
No, disse Tor. Non fatelo!
Sverre e Geir Hkon lo afferrarono per le braccia.
Dai! esclam Sverre. Altri due!
Si un a loro Dag Magne, che insieme a Geir B. prese le gambe di Tor. Poi lo sollevarono di peso. Tor protest e si contorse leggermente mentre lo portavamo fuori dalla doccia, ma senza troppa convinzione. Il resto si assiep dietro di loro. Che spettacolo. Tor, nudo come un verme e con un uccello enorme e in tiro, trasportato da quattro ragazzi nudi come lui, seguiti da una piccola processione formata da altri ragazzi altrettanto nudi, che dopo aver attraversato lo spogliatoio si riversarono nella palestra grande e fredda dove la signora Hensel, forse sulla trentina, si gir verso di noi mentre si trovava vicino al palco a una estremit della sala.
Cosa volete? disse.
Quelli che trasportavano Tor, corsero verso di lei. Quando si trovarono in prossimit della signora Hensel, lo raddrizzarono come se si fosse trattato di una statua e lo lasciarono in quella posizione per cinque secondi prima di abbassarlo nuovamente e tornare a precipizio nello spogliatoio.
La signora Hensel non disse niente altro che un no, no, ragazzi, cos non va, senza fare altro. Niente urla, niente grida, niente bocca aperta n occhi strabuzzati, come probabilmente avevamo sperato. Comunque il nostro raid era riuscito: le avevamo fatto vedere luccello duro di Tor.
Nello spogliatoio discutemmo su cosa sarebbe successo. Pochi ritenevano che ci sarebbero state delle rappresaglie per il semplice motivo che per lei sarebbe stato imbarazzante portare avanti la faccenda. Ci sbagliammo di grosso. Si scaten un putiferio, in classe si present pure il preside, i quattro che avevano trasportato Tor furono costretti a rimanere a scuola anche dopo lorario delle lezioni e noi ricevemmo una strigliata senza eguali. Lunico a uscire indenne da questa storia e con lonore intatto fu Tor, che fece la figura sia della vittima  il preside, linsegnante di contatto e la signora Hensel consideravano quanto era accaduto come un episodio di bullismo  sia del vincitore, perch adesso tutti erano a conoscenza, anche le ragazze, di quel dettaglio quasi sensazionale relativo alla sua fisionomia, senza che lui avesse mosso un dito per riuscirci.
Quella sera mi specchiai a lungo nudo.
Fu pi facile a dirsi che a farsi. Lunico specchio intero che avevamo era gi in corridoio accanto alla scala. Non potevo di certo starmene l senza vestiti, anche se la casa era deserta, perch qualcuno poteva sopraggiungere allimprovviso e se io non fossi stato sufficientemente rapido a reagire avrebbe avuto modo di vedere per un attimo il mio culo in fuga su per la scala.
No, dovevo servirmi di quello del bagno.
Per era calcolato unicamente per la faccia. Se ci si fletteva in avanti in modo da avvicinarsi al massimo mentre le gambe rimanevano tese allindietro, era possibile farsi unidea del proprio corpo, ma da unangolazione cos strana che non diceva niente.
Per questo attesi che dopo cena la mamma finisse di lavare i piatti e si fosse seduta in soggiorno con il giornale e una tazza di caff. Poi andai in cucina a prendere una sedia. Se mi avesse chiesto che cosa ci dovevo fare, avrei potuto dirle che ci avrei appoggiato sopra il mangianastri mentre facevo il bagno. E se mi avesse domandato il motivo per cui non lo mettevo per terra come sempre, le avrei spiegato che la combinazione acqua e corrente elettrica era pericolosa e che spesso finiva dellacqua sul pavimento quando ero nella vasca.
Non mi chiese niente.
Chiusi la porta a chiave, mi svestii, appoggiai la sedia accanto alla parete e salii.
Allinizio osservai la parte anteriore del corpo.
Luccello non era esattamente come quello di Tor, no. Sembrava pi un minuscolo turacciolo. O una specie di molla, visto che vibrava leggermente ogni volta che gli davo dei colpetti.
Me lo appoggiai sulla mano. Che lunghezza poteva avere?
Mi girai e lo guardai di lato. Cos sembrava un pochino pi lungo.
Inoltre tutti quelli della classe avevano lo stesso aspetto, a parte quello di Tor, no?
Il vero problema erano le braccia. Erano cos sottili. E lo stesso valeva per la cassa toracica. Me ne ero reso conto allimprovviso guardando una foto della Norway Cup, il busto si stringeva sempre pi a mano a mano che si avvicinava alla testa. Non doveva essere cos. Ogni tanto durante gli allenamenti facevo i piegamenti sulle braccia, ma baravo sempre perch in realt, e lo sapevo soltanto io, in realt non ero capace di farne neanche uno.
Saltai gi, cominciai a riempire la vasca da bagno e mentre si sentiva lo scrosciare dellacqua che usciva dalla minuscola bocca collocata sotto quella specie di piccola barra di ferro su cui spiccavano due occhi, uno rosso e uno blu, mi affrettai a tornare in camera per prendere il mangianastri, misi Outlandos dAmour, che per me era la musica da bagno per eccellenza, lo appoggiai sulla sedia, premetti play e con cautela mi infilai nella vasca. Il calore pungeva la pelle con tanta intensit che era quasi impossibile entrare. Ma ci riuscii. Mi sedetti, mi alzai, mi sedetti, mi alzai fino a quando lepidermide si fu abituata alla temperatura e io potevo starmene l dentro sdraiato e lasciare che lacqua calda fluisse su di me mentre la musica sgorgava da quel piccolo mangianastri e io cantavo a squarciagola sognando di essere famoso, chiss cosa avrebbero detto allora tutte le ragazze. I feel lo lo lo cantavo I feel lo lo lo, I feel lo lo lo. I feel lo lo lo, I feel lo lo lo, I feel lo lo lo. Lo, I feel lo. I feel lo. I feel so lonely. I feel so lonely. I feel so lonely lonely lonely lo. I feel so lonely lonely lonely lo. Lonely lone. Ah I feel so lonely! So lonely. So lonely. So lonely. So lonely. So lonely. So lonely. I feel so lonely. I feel so lonely. I feel so lonely.
Coglievo ogni minima sfumatura della voce di Sting, persino il trillo finale. Nel frattempo battevo il pugno sul bordo della vasca da bagno in preda alleccitazione. Quando la canzone fin, mi asciugai le mani su un asciugamano, girai la cassetta e la riavvolsi fino a Masoko Tanga, unaltra delle mie preferite.
Oh, Masoko Tanga!
Tornato in camera, cercai nellarmadio qualcosa da mettermi. Non era ancora sera, cera qualche ora da sfruttare.
Optai per la camicia azzurra con i bottoni bianchi e i Levis blu scuri.
Quand che andiamo a comprare i vestiti per il 17 maggio? chiesi alla mamma fermandomi davanti a lei in soggiorno.
Siamo soltanto alla fine di marzo, rispose. Ne abbiamo di tempo".
Forse adesso costano di meno".
Vedremo. Adesso che pap sta studiando, non abbiamo molti soldi".
Ma un pochino s? dissi.
Sorrise.
Avrai i tuoi vestiti nuovi per il 17 maggio, dichiar.
E le scarpe".
E le scarpe".
Il 17 maggio era ancora il momento pi importante della primavera, cos come Natale lo era per linverno. A scuola cantavamo Vi ere en nasjon vi med, Norge i rdt, Hvitt og bltt e Ja vi elsker, imparavamo chi era stato Henrik Wergeland e quello che era successo a Eidsvoll nel 1814. A casa si rispolveravano coccarde e bandiere, e tutto quello che esisteva in fatto di fischietti e simili. Il giorno stesso venivano issate le bandiere a tutti i pennoni e gi la mattina presto le famiglie uscivano dalle loro case con indosso i costumi tradizionali norvegesi o vestiti eleganti per le donne e completi da uomo, con sopra il soprabito o il cappotto se faceva freddo o pioveva, i bambini con le bandierine in mano, a volte con la custodia degli strumenti perch molti di loro suonavano nella banda musicale della scuola e quindi portavano luniforme e non gli indumenti della festa, che si sarebbero messi in seguito. La divisa della banda musicale della scuola di Tromya era composta di una giacca color senape e pantaloni neri con un bordo bianco lungo i lati, e in testa un berretto nero che assomigliava a quello della legione straniera. I loro petti erano pieni di medaglie conseguite in occasione dei vari raduni a cui avevano preso parte. Poi una automobile dopo laltra sbucava dal vialetto, imboccava la strada e proseguiva in direzione della citt, dove molti dovevano parcheggiare a una certa distanza dal centro perch la gente vi convergeva da ogni parte e le vie erano gremite di gente che si affollava lungo il tragitto che avrebbe seguito il corteo. E il corteo, eravamo noi. Ci schieravamo a Tyholmen dietro lo stendardo della scuola elementare di Sandnes, sotto cui marciavamo con orgoglio formando una fila quasi infinita che consisteva non soltanto di tutte le scuole di Arendal, ma anche di tutte quelle del distretto. Avremmo percorso in su e in gi le vie della citt suddivisi in due file, tra un mare di persone che si doveva tenere costantemente sotto controllo perch uno dei genitori, che bisognava salutare con un cenno della mano e che doveva scattarti le foto, poteva essersi piazzato in qualsiasi punto.
Il giorno del 17 maggio 1980 fu molto diverso da tutti gli altri 17 maggio che avevo vissuto. Quando ci alzammo, pioveva e la cosa mi spiaceva perch mi toccava infilarmi la giacca e i pantaloni impermeabili sopra i vestiti nuovi. Mi avevano comprato un paio di jeans blu chiaro della Levis, un paio di scarpe da tennis bianche della Tretorn e una giacca di un colore grigio, quasi bianco, corta in vita. Ero particolarmente soddisfatto dei pantaloni. Davanti alle case che si ergevano lungo la salita si sentiva a intervalli irregolari il suono quasi lamentoso dei fischietti di cui erano armati i bambini. Giungevano anche il rumore delle portiere che venivano sbattute, le grida che si levavano tra i sentieri dei giardini, latmosfera era febbrile, stressata, ma carica di aspettative. Quando raggiungemmo il punto di ritrovo a Tyholmen, dove la pioggia scendeva copiosa, ci dissero che avremmo sfilato accanto a una classe di Roligheden. Giocavo a calcio con alcuni di loro, ma molte facce non le avevo mai viste prima.
Si gir una ragazza.
Aveva i capelli biondi e mossi, gli occhi azzurri e mi sorrise. Io non le restituii il sorriso, ma lei continu a tenere lo sguardo fisso su di me prima di voltarsi nuovamente.
Il corteo prese ad avviarsi. Molto pi avanti stava suonando una banda musicale. Uno degli insegnanti si mise a cantare, ci unimmo al canto. Dopo aver marciato per una ventina di minuti la pazienza cominci a scemare in molti di noi, soprattutto i maschi, ci mettemmo a ridere e a scherzare e quando a qualcuno venne in mente di alzare le gonne delle bambine che avevano la bandiera, e la cosa si diffuse un po ovunque, io puntai alla ragazza dai capelli biondi, fortunatamente insieme a Dag Magne, perch cos facevo parte di qualcosa e non agivo da solo. Le infilai la bandierina sotto la piega della gonna e la sollevai, lei si ferm di colpo e la abbass con una mano gridando smettila, smettila. Ma gli occhi che mi guardavano sorridevano.
Ripetei la cosa anche con qualche altra ragazza in modo che non destasse sospetti che io mi rivolgessi di nuovo a lei.
Non farlo! disse questa volta correndo in avanti. Non essere cos infantile!
Pass qualche secondo. Poi si gir verso di me e sorrise. Un sorriso molto breve, ma sufficiente, non era arrabbiata, non le sembrava che io mi comportassi da bambino.
Ma non aveva parlato con una cadenza della Norvegia orientale?
Non veniva dalle nostre parti? Era soltanto in visita?
In quel caso non lavrei mai pi rivista.
Ma no. Calma. Se era solo di passaggio non avrebbe potuto far parte del corteo!
Di colpo mi venne in mente la bandierina che tenevo in mano e la sollevai. Il 17 maggio dellanno prima pap si era irritato perch lavevo tenuta abbassata quando ero sfilato davanti a loro.
Dag Magne sfoder il suo sorriso migliore. Il blitz di una macchina fotografica. I suoi genitori erano l in prima fila. Non sembravano neanche loro, con indosso i vestiti della festa parevano degli sconosciuti.
Guardai nuovamente la ragazza.
Era abbastanza piccola e portava una giacca di colore rosa chiaro, una gonna azzurra e un paio di collant bianchi. I capelli biondi erano ondulati, il naso era piccolo, la bocca grande e sul mento aveva una fossetta.
Avevo mal di pancia.
Quando si era girata per impedire che la gonna le scivolasse allins, avevo visto che aveva i seni grossi perch la giacca era aperta e il maglioncino, sotto di essa, leggero.
Oh caro Dio, concedimi di mettermi insieme a lei.
Ciao Karl Ove, grid di colpo la mamma da qualche parte. Mi guardai intorno. L, sul lato opposto della strada rispetto al Phnix Hotel, ecco doverano. La mamma mi fece un segno con la mano prima di alzare la macchina fotografica e piazzarla davanti allocchio, pap mi salut con un cenno del capo.
Mentre stavamo ritornando verso il centro, lei si gir a guardarmi ancora una volta. Subito dopo il corteo si sciolse e lei scomparve tra la folla di persone.
Non sapevo neppure come si chiamava.
Dopo il corteo in citt tutti tornavano a casa per cambiarsi e mangiare, magari dando unocchiata alla tv dove trasmettevano le riprese delle sfilate che si stavano svolgendo nel resto della Norvegia, prima di rimettersi in auto, questa volta vestiti in modo un po pi informale, e dirigersi a Hove, dove ci sarebbe stato il culmine dei festeggiamenti. L cerano bancarelle dove vendevano hot dog, gelati e bibite, bancarelle dove era possibile comprare i biglietti della lotteria e giocare a tombola, prendere parte a giochi organizzati, e un enorme sciame di bambini con le banconote da dieci corone che gli bruciavano nelle tasche correvano da una parte per comprarsi un wrstel, schizzavano dallaltra per fare la corsa col sacco in quelli neri della spazzatura, con il ketchup sulle maniche e il gelato intorno alla bocca e una bottiglia di Coca-Cola con la cannuccia in mano. Non eravamo ancora cresciuti del tutto da quelle cose, ma la velocit con cui le facevamo forse si era abbassata se paragonata a quella dellanno prima. Da parte mia cercai per tutto il pomeriggio la ragazza del corteo, ogni volta che spuntava una giacca rosa o una gonna azzurra il mio cuore era sul punto di smettere di battere, ma non era mai lei, non cera. Anche se sapevo quale classe frequentava, e bench giocassi a calcio con due che andavano a scuola con lei, non potevo chiedere a nessuno di loro perch avrebbero capito immediatamente qual era il mio stato danimo e senza la minima esitazione lavrebbero raccontato in giro. Comunque prima o poi lavrei rivista, lo sapevo, lisola non era cos grande.
Pap ritorn a casa due settimane dopo, orgoglioso di essere riuscito a conseguire il master in pochi mesi. Aveva venduto la sua collezione di francobolli, si era dimesso da tutti i suoi incarichi politici, il giardino era perfetto, il lavoro come professore delle medie lo conosceva sulla punta delle dita fino alla noia. Quello che fece fu cercarsi un altro lavoro. E se glielo avessero dato, ci saremmo trasferiti l. Sperava che lanno a venire sarebbe stato lultimo in cui avrebbe lavorato in una comunissima scuola media inferiore.
Allinizio di quellestate si compr una barca, una Rana Fisk 17 con un motore fuoribordo Yamaha da 25 cavalli. In piedi sui pontoni la mamma, Yngve e io eravamo in attesa di vederlo arrivare per la prima volta mentre percorreva lo stretto partendo da Arendal. Era al timone di quellimbarcazione che fendeva le acque e bench non sorridesse n ci facesse un segno di saluto con la mano, al suo arrivo capii che era molto fiero.
Rallent e la prua della barca si abbass sulla superficie del mare, ma non abbastanza in fretta da permettergli di attraccare al nostro posto come aveva pensato, limbarcazione scivol in avanti e and a toccare il pontone. Invert la marcia, poi avanz fino a raggiungere lentamente il punto giusto. Lanci gli ormeggi alla mamma, che non sapeva esattamente che cosa doveva fare.
Va bene la barca? gli chiesi.
S, certo. Lhai vista, no?
Con un balzo salt sulla terraferma tenendo in mano una tanica rossa per la benzina. Dopo aver disteso il telone, rimase per un attimo a osservare con attenzione limbarcazione prima che salissimo tutti in automobile per tornare a casa, al volante pap anche se era lauto della mamma.
Quando cominci lanno scolastico, dovevo andare con lui di pomeriggio a buttare le reti e alzarmi la mattina allalba per andare a tirarle su. Ingurgitavamo un paio di fette imburrate, i volti tirati dalla stanchezza, e uscivamo nelloscurit, lui accendeva lauto e si dirigeva verso i pontoni, deserti e avvolti dal silenzio, sollevava il telone dalla barca, riponeva la tanica rossa, mollava gli ormeggi, avviava il motore e si staccava in retromarcia con prudenza. Io mi sedevo davanti, dietro il parabrezza, appallottolato in avanti con le braccia strette intorno al corpo e le mani infilate in tasca perch faceva freddo, e anche se la barca era pi veloce di quella vecchia a doppia prua che avevamo prima, spingersi al largo richiedeva sempre una mezzora. Con le mani sul timone pap portava limbarcazione con grande prudenza lungo un corridoio che si apriva tra la terraferma e lisolotto di Gjerstadholmen, dove cera uno scoglio sommerso su cui era gi andato a incagliarsi quellestate. Quando uscimmo nello stretto si sedette e ci spingemmo al largo con le onde che sbattevano sulla parte inferiore dello scafo in plastica e gli spruzzi che si spargevano in aria. Di solito buttava le reti abbastanza vicino alla costa e il mio compito era quello di stare in piedi a prua e afferrare il galleggiante a cui erano fissate. Era difficile, era scivoloso e se non ci riuscivo al primo tentativo pap urlava che dovevo svegliarmi, si trattava soltanto di afferrarlo, io avevo le mani gelate, lacqua era ghiacciata e l in mare aperto soffiava sempre a quellora un vento freddo. I capelli di pap erano scarmigliati, i suoi occhi brillavano di irritazione quando doveva invertire la marcia e riportare la barca nuovamente vicino al galleggiante e se neanche quella volta riuscivo a prenderlo, mi insultava e io scoppiavo a piangere, lui si infuriava ancora di pi, a volte sopraggiungeva con passo pesante per recuperarlo da solo mentre mi comandava di prendere il timone e di puntare verso quel galleggiante del cazzo, diceva, verso il galleggiante, ti ho detto, deficiente! Non sei proprio capace a far niente? Non  facile dirigere la barca, rispondevo e lui, non si dice divigeve la bavca, ma dirigere la barca!!!! rrr dirigere! Io piangevo e avevo freddo e pap si chinava oltre il parapetto e tirava il galleggiante a bordo. E mentre venivamo cullati dalle onde, con la luce dellalba che appariva come una striscia allorizzonte, lui ripescava la rete mentre il bagliore dira che scintillava nei suoi occhi scemava a poco a poco e allora cercava a volte di rimediare alla sua sfuriata, ma era troppo tardi, il freddo si era impadronito della mia anima come delle mie mani, lo odiavo come si pu odiare solo il proprio padre, e ritornando verso la terraferma, con i pesci che guizzavano ancora dentro la tinozza bianca, rimanevamo in silenzio. Mentre puliva il pesce in lavanderia, io preparavo la cartella e uscivo per affrontare la giornata che per i miei compagni di classe era appena cominciata, ma che per me durava gi da parecchie ore.
Quellautunno stesso la band divenne finalmente una realt. Ebbe la meglio la mia proposta, fu Embolo il nome che scrivemmo sulle nostre giacche e cartelle e ci esercitavamo nello scantinato della nuova sala parrocchiale. Fu Dag Magne a pensarci, sua madre faceva le pulizie da un medico che sedeva anche nel consiglio della parrocchia. Era anche lunico a saper suonare e a mostrare un certo talento musicale. Suonava la chitarra e cantava, io suonavo la chitarra, Kent Arne il basso, che sua madre gli aveva comprato, Dag Lothar alla batteria. Avremmo suonato nella palestra della scuola in occasione della recita di Natale. Yngve mi aveva insegnato gli accordi di Forelska i Lrern, la grande hit dei The Kids e anche se suonare una canzone dal titolo innamorata dellinsegnante era come vendersi, almeno per me, era il pezzo pi semplice che venne in mente a Yngve e probabilmente lunico che fossimo in grado di eseguire. Anche se il gruppo si sciolse poco dopo, tutti strimpellarono seguendo il proprio ritmo e Kent Arne si mise ad accordare il basso sul pi bello, quasi tutti ci criticarono, alcuni della quarta osarono persino, e a ragione, fare dei commenti sul fatto che non sapevamo suonare, la sensazione che provammo dopo, mentre eravamo nel cortile della scuola, vestiti con jeans bucati e giubbotto di jeans e una sciarpa intorno al collo, fu ineguagliabile. Frequentavamo la settima, presto saremmo passati alle medie e suonavamo in una band. Che ci sciogliessimo subito dopo, poich Dag Lothar e Kent Arne non volevano pi suonare, fu un brutto colpo, ma Dag Magne e io continuammo come duo per un po, registravamo le canzoni da lui, ascoltavamo la musica sognando di sfondare, per esempio in occasione della manifestazione Saganatt che avrebbe avuto luogo in citt in estate e dove potevano esibirsi gruppi nuovi. Andai da Hvard, che suonava nellunica band punk della citt, abitava vicino al ponte e aveva cinque anni pi di noi, per chiedergli se poteva aiutarci a partecipare. Non era in grado di prometterci niente, ma avrebbe fatto presente la questione a chi di dovere mettendo una buona parola, dovevamo solo aspettare e sperare.
Durante una serata che si tenne a scuola quella primavera, alla presenza dei genitori, suonammo due pezzi. Dag Magne alla chitarra, io al rullante, prima quella di cui io avevo scritto il testo, Tramp p en soss, Calpesta uno snob, e poi Ramp, Gentaglia, di ge Aleksandersen. Prima di cominciare, tenni una piccola lezione introduttiva ai genitori sulla musica punk.
Negli ultimi anni in Inghilterra  nato tra la classe operaia un nuovo genere musicale, esordii. Alcuni di voi ne hanno probabilmente sentito parlare. Si chiama punk. Quelli che lo suonano non sono musicisti provetti, ma ribelli che vogliono lottare contro la societ. Indossano giubbotti di pelle e cinture borchiate e hanno spille da balia ovunque. La spilla da balia  quasi il loro simbolo".
Guardavo eccitato quella platea di parrucchiere, segretarie, infermiere, donne delle pulizie e casalinghe. Avevo dodici anni e negli ultimi cinque anni a ogni Natale e a ogni estate mi avevano visto stare sul palco a parlare, o nei panni del sindaco in Borgermester i Byen o in quelli di Giuseppe a Betlemme, e adesso ero di nuovo l, questa volta come portavoce del punk e membro del gruppo Embolo.
Adesso vi daremo un assaggio di questo genere musicale. Cominceremo con una canzone che abbiamo composto noi e si intitola Tramp p en soss".
Cominci a suonare Dag Magne, che per tutto il tempo era rimasto in piedi accanto a me con la dodici corde sulla spalla, mentre io lo accompagnavo con il rullante percuotendolo a mio piacimento e cantando.
La nostra esibizione successiva avvenne durante una lezione. Suonammo gli stessi due pezzi. Quando finimmo, la maggior parte dei nostri compagni si mise a fischiare e Finsdal, linsegnante dalla barba rossa responsabile della classe, and da Dag Magne per dirgli che finalmente adesso aveva cominciato a prendere dimestichezza con la chitarra.
Furono parole che bruciarono.
Come risposta mandai in gran segreto una lettera alla NRK che trasmetteva un programma dove i bambini potevano esibirsi con i loro idoli. Scrissi che mi sarebbe piaciuto suonare Ramp con ge Aleksandersen.
A lungo vissi nella speranza che il mio sogno si realizzasse, ma non ricevetti mai risposta e lentamente scomparve anche quello di diventare famoso come popstar nellarco di una notte. Al loro posto ne spunt un altro perch yvind, il nostro allenatore, ci aveva riunito alla fine di un allenamento per dirci che forse avremmo giocato la partita preliminare prima del match tra Start-Mjndalen. Per me, che lanno prima ero presente alla finale di campionato al Kristiansand Stadion, avevo visto lo Start vincere il titolo allultimo secondo, invaso il campo insieme a centinaia di altri tifosi, mi ero piazzato davanti agli spogliatoi e cantato e fatto festa e reso omaggio ai giocatori, e avevo persino messo le mani sulla maglia di Svein Mathiesen, che a dire il vero mi era stata strappata via dalle dita da un adulto dagli occhi avidi soltanto un attimo dopo, per me che ogni due domeniche e da molti anni assistevo a tutte le partite che giocavano in casa, e il cui zio Gunnar conosceva un pochino Svein Mathiesen, ma abbastanza da farsi fare un autografo per Yngve, per me giocare al Kristiansand Stadion, con la possibilit di essere visto non soltanto dal grande pubblico, ma anche dagli stessi calciatori, era qualcosa che aveva unimportanza enorme. La squadra in cui militavo era una delle migliori a livello regionale, vincevamo la maggior parte delle partite con molti gol di scarto e surclassando gli avversari, da quando giocavo con loro ogni anno avevamo vinto il campionato, e il fatto che fossi il peggiore della squadra, lento e tecnicamente scarso, pensavo fosse qualcosa di passeggero, che in realt io fossi bravo, che in realt sapessi fare quello che sapevano fare gli altri. Era solo una questione di tempo e presto avrei avuto la possibilit di mettere in mostra le mie doti. Con il pensiero ero in grado di segnare tonnellate di gol da tutte le posizioni immaginabili come faceva John, dribblare e saltare chiunque mentre avanzavo sulla fascia come ala, proprio come Hans Christian. Bastava soltanto far coincidere lazione con il pensiero, fare in modo che diventassero una cosa sola, e allora il gioco era fatto. Perch mai questo non poteva succedere durante una partita preliminare allo Stadion come nel corso di un allenamento a Hove? Non era forse vero che nelle settimane in autunno miglioravo sempre? Che in effetti riuscivo a superare sia un giocatore che laltro con la palla al piede?
S, era cos. Era tutto nella mia testa e per quanto non avessi ancora messo in mostra niente di quello che speravo di sapere, giocavo stranamente da titolare a centrocampo. Allinizio della primavera avevamo giocato la nostra prima amichevole sul campo in terra battuta davanti al nuovo palazzetto dello sport, il Tromyhallen, che si trovava vicino alla scuola di Roligheden, e quando ero stato sostituito nel secondo tempo avevo gli occhi gonfi di lacrime nelluscire dal campo. Anche se tenevo lo sguardo basso, lallenatore lo percep e corse verso di me quando stavo per entrare nello spogliatoio. Sarei dovuto rimanere per vedere il resto della partita, ma ero in parte deluso per via della sostituzione da non averne voglia, in parte non volevo che nessuno mi vedesse piangere, ovvio.
Cosa c, Karl Ove?
Niente, risposi.
 perch ti ho sostituito? Tutti devono avere la possibilit di provare. Questo non significa mica che sei escluso dalla squadra. Perch non  cos.  soltanto per oggi.  unamichevole".
Sorrisi tra le lacrime.
Non  niente, risposi. Va tutto bene".
Sicuro?
S, dissi mentre sentivo gli occhi gonfiarsi nuovamente di lacrime.
Okay".
Dopo quellepisodio pensavo a volte che forse mi faceva giocare perch gli suscitavo compassione o perch non voleva rivivere una situazione analoga. Non era un pensiero simpatico, al contempo per per me la cosa pi importante era essere in squadra, a dispetto delle mie numerose lacune.
Ci allenavamo e giocavamo le partite in casa a Kjenna, un campo che si trovava sotto la grande zona residenziale di Brattekleiv, da dove proveniva la maggior parte dei miei compagni di squadra.
Fu l che la vidi di colpo.
Inizio di giugno, il cielo azzurro e senza una nuvola. Ci stavamo allenando a portare palla tra i coni che erano stati disposti in una sola met del campo perch intorno alle porte e al centro lerba era gi scarsa e calpestata, il fondo del terreno sconnesso, e anche se il sole era basso e le ombre degli alberi si allungavano fin sul campo, faceva cos caldo che il sudore ci colava sulla fronte e sulla nuca mentre correvamo a caccia del pallone. Gli uccelli cinguettavano lungo i bordi del campo, i gabbiani gridavano, qualche automobile passava rombando, in un punto in lontananza si sentiva il ronzio di un tagliaerba che si alzava e abbassava e in fondo, accanto alle baracche che venivano usate provvisoriamente come spogliatoi, riecheggiavano urla e risate, un gruppo di bambini stava facendo il bagno nelle acque calde e marroni del laghetto di Tjenna, tutto mentre noi sbuffavamo e ansimavamo e ci scambiavamo la palla con piccoli tonfi sordi. Per quella stagione giocavo nella squadra migliore, i miei compagni avevano un anno pi di me, ma per via della mia data di nascita lanno successivo avrei fatto come quello precedente, cio avrei giocato con quelli pi giovani di un anno. Eravamo nettamente in testa alla classifica e tra un mese avremmo partecipato nuovamente alla Norway Cup a Oslo, con la speranza di superare tutte le qualificazioni e arrivare a giocare la finale allo stadio di Ullevl. Avevo i pantaloncini bianchi della Umbro e un paio di scarpe della Le Coq Sportif che ingrassavo e lucidavo dopo tutti gli allenamenti, e quando le rigiravo tra le mani le guardavo ancora con immenso piacere e soddisfazione.
Quella sera quattro ragazze saltarono gi dalla bici vicino allestremit pi corta del campo e, dopo averle abbandonate in quel punto, si arrampicarono sul pendio roccioso che delimitava il lato pi lungo, si sedettero e si misero a guardarci mentre chiacchieravano e ridevano. Era gi capitato altre volte, ma quella era la prima che vedevo anche lei. Perch era lei, non cera dubbio. Adesso indossava un paio di jeans blu e una maglietta bianca.
Durante il resto dellallenamento la consapevolezza che lei fosse l non mi abbandon mai. Tutto quello che facevo, lo facevo per lei. Quando finimmo, dopo aver fatto gli esercizi di stretching ed esserci lanciati le bottiglie di XL-1, mi sedetti sullerba proprio sotto di loro insieme a Lars e Hans Christian. I due lanciarono delle invettive in direzione delle ragazze che risero prima di rispondere a tono.
Le conoscete? chiesi il pi delicatamente possibile.
S, rispose Lars disinteressato.
Sono in classe con voi?
S. Kajsa e Sunnva. Le altre due vanno in quella di HC".
Quindi si chiamava o Kajsa o Sunnva.
Mi chinai allindietro con le mani appoggiate sullerba e gli occhi socchiusi puntati verso i raggi del sole arancione. Uno dei miei compagni di squadra immerse la testa nel secchio dacqua che era stato lasciato lungo il bordo del campo. Dopo essersi raddrizzato, scosse la testa. Per un secondo le gocce dacqua formarono un arco scintillante nellaria prima di sparire. Con le dita a mo di rebbi si pass entrambe le mani tra i capelli bagnati.
Una lho gi vista prima, dissi. Quella in fondo a destra. Come si chiama?
Kajsa?
Ah s?
Lars mi guard. Aveva i capelli ricci, le lentiggini e unaria un po strafottente, ma gli occhi erano caldi e aveva sempre un guizzo nello sguardo.
Siamo vicini, comment. La conosco da quando ho imparato a camminare. Ti interessa?
No-o, risposi.
Lars mi pungol pi volte il petto con un dito.
S, invece, ridacchi. Vuoi che ti presenti?
Presenti? ripetei, con la bocca improvvisamente secca.
Non  cos che si dice, tu che sai tutto?
S, si dice cos. No. Non adesso. O meglio, niente affatto. Non mi interessa, ecco. Mi chiedevo. Visto che lavevo gi vista prima".
Kajsa  una bella tipa, afferm Lars. Poi sussurr: Ha i seni grossi.
S, dissi. Mi girai senza pensarci e la guardai. Ridendo Lars si alz in piedi. Lei mi guard.
Mi alzai anchio e seguii Lars verso gli spogliatoi.
Me ne dai un po?
Mi lanci la bottiglia di XL-1, piegai la testa allindietro e spruzzai quel liquido verdastro gi in gola attraverso il beccuccio di plastica lungo e sottile.
Vieni a fare il bagno? mi chiese.
No, devo tornare a casa, risposi.
Magari lo faceva anche Kajsa, aggiunse.
Ma dai, dissi. Mi guard. Scossi la testa. Sorrise. Dietro di noi gli altri stavano arrivando ciondolando. Nello spogliatoio mi cambiai soltanto la maglietta e le scarpe, mi infilai il giubbotto della tuta, fissai la borsa sul portapacchi e mi diressi a casa pedalando lungo la vecchia strada coperta di ghiaia attraverso il bosco, dove laria si fece subito pi pungente nei punti in cui il sole non vi penetrava da un po. Dovetti chiudere la bocca perch quei tratti grigi e pi freddi erano invasi da sciami di insetti. Sul pendio a fianco, completamente brullo per via di un incendio divampato lanno prima, splendeva il sole che per scomparve del tutto quando cominciarono le colline e su entrambi i lati si stagliavano simili a un muro boschi molti fitti di abeti. La mia bicicletta era la stessa che avevo da piccolo, una DBS kombi, dove sia il manubrio sia il sellino erano stati alzati al massimo e questo la faceva sembrare una specie di mutante, la prima trasformazione rozza e goffa di una bici scaturita da una bici. Cantavo ad alta voce mentre a gran velocit scansavo buche e asperit del terreno, e a volte derapavo lateralmente con la ruota posteriore bloccata.
 Muoviti!
 Dodiddilidodo
 Muoviti!
 Dodiddilidodo
 Muoviti!
 Dodiddilidodo
 You come all flattarp he come
 Groovin ut slowly he got
 Ju ju eyeball he won
 Holy roller he got
 Here down to his knees
 Got to be a joker he just do what he pleases
 Muoviti!
 Dodiddilidodo
 Muoviti!
 Dodiddilidodo
 Muoviti!
 Dodiddilidodo
Era il pezzo dapertura dellalbum Abbey Road, Come Together, quello che imitavo e riproducevo cos come suonava alle mie orecchie. O meglio, sapevo che non era esattamente quello che cantavano, ma che importanza poteva mai avere mentre sfrecciavo gi per il bosco completamente inondato di felicit? Frenai allaltezza della strada asfaltata per far passare unauto, poi ripresi a pedalare con quanta forza avevo lungo la salita sul lato opposto. Ingoiai un moschino o due e cercai inutilmente di liberarmene tossendo, attraversai la strada principale in cima a Speedmannsbakken e seguii la pista ciclabile gi fino alla Fina, dove il solito gruppetto di giovani sedeva ai tavolini posti allesterno, e non come dinverno dentro la caffetteria. Le loro biciclette e motorini erano parcheggiati a poca distanza. Anche se non avevo pi paura di entrare l dentro, visto che la cosa peggiore che mi poteva accadere era che qualcuno se ne uscisse con qualche commento, preferivo evitare, cos quando li superai lo feci rimanendo sullaltro lato della strada. Quella sera cerano tre miei compagni di classe, oltre a John vidi Tor e Unni, e poi Mariann che frequentava la classe parallela, con cui ero stato tempo prima. Nessuno si cur di me, ammesso poi che mi avessero visto.
La via pi veloce per tornare a casa in bicicletta era lungo la strada principale, ciononostante decisi di scendere dalla bici e risalire a piedi il sentiero spingendola con le mani. Gli alberi mi preclusero subito la vista della strada che si snodava alle mie spalle. In quel tratto il paesaggio ricordava quello della campagna e quella trasformazione mi piaceva a tal punto che a volte mi concedevo i minuti extra necessari per godermi quello spettacolo.
Poi ecco riapparire i boschi, sempre e soltanto boschi, niente case, niente strade, ovunque non si vedevano che alberi, piante alte dalla chioma lussureggiante, costellate di foglie verdi e che brulicavano di uccelli cinguettanti. Il sentiero di terra battuta che in alcuni punti presentava qualche lastra di pietra nuda era solcato di tanto in tanto da radici enormi simili ad animali preistorici. Lerba che cresceva lungo il letto del torrente era spessa e rigogliosa, tra la boscaglia si vedevano per terra alberi divelti dai tronchi lisci, dove tra i rami secchi e morti crescevano vegetali di ogni tipo e che erano l da quando ero in grado di ricordare, dietro ancora cera la cresta di una collina ricoperta di ceppi che spuntavano tra lerba alta insieme ai nuovi alberelli che stavano crescendo. Percorrendo i primi cento metri di sentiero, si era spinti a credere che il bosco fosse profondo, infinitamente profondo, e pieno di misteri. Che in autunno e in inverno fosse possibile intravedere tra i rami il lungo pendio roccioso gi dalla strada che girava intorno allintera zona residenziale e che questo valesse anche per il tetto arancione di una delle case era un pensiero che si dimenticava facilmente. Il problema non  tanto che il mondo pone limiti alla fantasia, quanto che la fantasia pone limiti al mondo. Questa volta per non ero l allaperto per giocare, ma soltanto per circondarmi di qualcosa che mi piaceva e per rivivere e coltivare quella sensazione di libert che mi aveva dispensato lo sguardo di Kajsa.
Kajsa, si chiamava Kajsa.
Con la bicicletta che sobbalzava al mio fianco, risalii i diversi pendii fino a raggiungere il punto in cui la salita si faceva pi dolce e balzai nuovamente in sella quando spuntai sulla strada, proprio sotto la sala parrocchiale. Davanti alla casa di Ketil la via era piena di bambini che giocavano a pallone. Suo padre era seduto in terrazza su una sedia da campeggio con indosso un paio di pantaloncini e la pancia che gli strabordava dalla camicia aperta a maniche corte. Non lontano da lui si alzava il fumo di un barbecue.
Ah, quellodore!
Sul lato opposto Tom stava lavando lautomobile. Aveva gli occhiali da sole da pilota e un paio di pantaloncini di jeans sfilacciati allaltezza delle cosce, nientaltro. La musica che fuoriusciva dalle portiere aperte che facevano sembrare lauto un piccolo aereo dalle forme tozze, la riconobbi, era Dr. Hook. Raggiunto il pendio, vidi lo stretto che giaceva blu in lontananza dietro gli alberi verdi, e le cisterne bianche di gas sullaltra sponda. Il vento mi fece lacrimare gli occhi mentre mi lanciavo in picchiata. Un altro gruppetto di bambini stava giocando a pallone davanti a casa nostra. Il fratellino di Marianne, il fratellino di Geir Hkon, il fratellino di Bente e il fratellino di Jan Atle. Mi salutarono, io non ricambiai il saluto, ma scesi al volo dalla bici e la spinsi lungo il vialetto dove cerano parcheggiate due automobili. Era la grossa Citron di Anne Mai e la 2CV di Dagny. Mi ero completamente dimenticato che sarebbero venute e un piccolo brivido di gioia mi attravers quando le vidi.
Erano sedute in soggiorno con la mamma quando le raggiunsi. La mamma aveva preparato una torta, forse ne restava ancora un terzo, e fatto bollire il caff. Stavano parlando avvolte dal fumo delle sigarette. Le salutai, mi chiesero come andava, risposi bene e che ero stato allallenamento di calcio, mi domandarono se erano cominciate le vacanze, risposi di s e che era meraviglioso. Anne Mai tir fuori un sacchetto di M.
Sei troppo grande per le noccioline ricoperte di cioccolato?
Scherzi? risposi. Per gli M, mai".
Presi la confezione e mi girai per andare in cucina quando Anne Mai esclam:
Cosa diavolo hai scritto sulla schiena? Trauma?.
Scoppi a ridere.
 il nome della sua squadra di calcio, si chiama cos, spieg la mamma.
Trauma! ripet Dagny. Risero tutte e tre.
Che c di male? domandai.
Noi lavoriamo proprio con quel genere di cose. Pu subentrare quando accade qualcosa di terribile. Allora s che ti pu venire un trauma. Buffo vederlo scritto sulle tue spalle".
Ah, risposi. Ma non si riferisce a quello. Viene da Thruma, lantico nome di Tromya. Dallepoca dei Vichinghi, in effetti".
Continuarono a ridere quando andai in camera mia. Misi nel mangianastri la cassetta dei The Specials e mi sdraiai per leggere mentre gli ultimi raggi di sole brillavano sulla parete opposta al letto e allesterno il quartiere si stava svuotando di ogni rumore.
Le settimane successive Kajsa era costantemente nei miei pensieri. Due erano le immagini che ricorrevano nella mia mente. In una si girava verso di me, con i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri, aveva gli abiti rosa e azzurri che indossava il 17 maggio. Nellaltra era distesa nuda su un prato davanti a me. Questultima immagine mi appariva quasi tutte le sere prima di addormentarmi. Il pensiero di quei seni grossi e bianchi dai capezzoli rosa mi faceva quasi male. Mi rigiravo mentre rimuginavo sulle cose vaghe ma intense che avrei fatto con lei. Avevo in mente anche unaltra scena che per risvegliava in me qualcosa di diverso ed evocava momenti di altri tempi: mi lanciavo dallo scoglio dellisolotto e mentre mi libravo nel cielo con il sole che mi abbagliava la vedevo per un istante, e una gioia quasi selvaggia esplodeva dentro di me quasi nello stesso momento in cui i miei piedi fendevano lo specchio del mare e il corpo sprofondava dentro quelle acque verdibluastre per parecchi metri e io, circondato da tutte quelle bollicine spumeggianti e con il sapore di sale sulle labbra, ritornavo in superficie con movimenti lenti e un brivido di felicit che mi esplodeva nel petto. Oppure a tavola durante la cena mentre ero impegnato per esempio a togliere la pelle dal trancio di merluzzo o mentre stavo masticando una forchettata di polmone macinato dalla consistenza cos sgradevole che allinizio mi si gonfiava dentro la bocca riempiendomela completamente, e poi quando lo masticavo i denti affondavano attraverso quella massa molle che opponeva resistenza soltanto alla fine quando si attaccava al palato: ecco che allora limmagine di lei poteva spuntare allimprovviso ed era cos luminosa che tutto quello che mi circondava veniva relegato nellombra. Ma vederla in realt, quello no. La distanza in linea daria tra le due zone residenziali doveva essere soltanto di qualche chilometro, ma quella sociale era maggiore e non la si poteva ricoprire n in bicicletta n con lautobus. Kajsa era un sogno, unimmagine nella mia testa, una stella del firmamento.
Poi avvenne qualcosa.
Giocavano sul campo di Kjenna, la stagione primaverile si era finalmente conclusa, ma una partita era stata cancellata e rimandata fino a quel momento, quindi eccoci l a correre sullerba avvolti dal caldo, con i soliti dieci, quindici spettatori, quando con la coda dellocchio vidi tre sagome che stavano arrivando lungo la linea di bordocampo, e seppi subito che era lei. Durante il resto del gioco seguii tanto le persone sedute sulla roccia quanto la palla.
Dopo la partita mi si avvicin una ragazza.
Posso parlarti un attimo? disse.
S, certo, risposi.
Una speranza tanto selvaggia da costringermi a sorridere si accese dentro di me.
Sai chi  Kajsa? domand.
Arrossii e abbassai lo sguardo.
S, dissi.
Devo chiederti una cosa da parte sua, continu.
Cosa hai detto?
Unondata di calore avvamp dentro di me, come se il petto si fosse riempito di sangue.
Kajsa si chiedeva se volevi metterti con lei, spieg. Vuoi?
S, risposi.
Bene. Glielo dico".
Fece per allontanarsi.
Dov adesso? domandai.
Si gir.
Sta aspettando vicino allo spogliatoio. Dopo ci raggiungi?
S. Certo".
Mentre se ne andava, abbassai lo sguardo per un attimo.
Grazie, Dio, mormorai dentro di me. Perch adesso era successo. Adesso ero insieme a Kajsa!
Era vero?
Ero davvero insieme a Kajsa?
A Kajsa?
Sconvolto e stordito mi avviai lungo la linea di bordocampo. Perch allimprovviso mi resi conto che adesso bisognava affrontare un grande problema. Lei mi stava aspettando. Dovevo dirle qualcosa, dovevamo fare qualcosa insieme. Cosa?
Mentre ero diretto verso lo spogliatoio avrei potuto fare finta di non vederla o limitarmi a sorriderle, tanto dovevo andare dentro a cambiarmi. Per quando uscivo
Era una serata mite, laria profumava di erba ed era colma del canto degli uccelli, noi avevamo vinto e le voci che giungevano dallo spogliatoio erano felici ed esaltate. Kajsa stava aspettando l vicino insieme ad altre due ragazze. Teneva la bicicletta e lanci una breve occhiata verso di me quando la guardai. Mi sorrise. Le sorrisi.
Ciao, dissi.
Ciao, rispose.
Devo solo cambiarmi. Arrivo".
Annu.
Dentro lo spogliatoio che sapeva di baracca, mi cambiai il pi lentamente possibile mentre cercavo febbrilmente un modo per svignarmela senza perdere la faccia. Uscire con lei cos, del tutto impreparato, era fuori discussione, non avrebbe funzionato. Quindi bisognava trovare una scusa plausibile.
I compiti? pensai mentre mi toglievo il parastinchi, che allinterno era fradicio di sudore. No, si sarebbe fatta una brutta idea di me.
Dopo aver infilato il parastinchi nella borsa, mi tolsi anche laltro mentre fissavo il laghetto attraverso la piccola finestra. Mi srotolai la benda dal piede e la riavvolsi. I primi erano gi usciti. John esclam oddio, ma sei proprio scemo? a Jostein, che gli stava dando una sberla sulla guancia con i guanti da portiere. La smetti, deficiente, url John. Sto con Kajsa, avevo voglia di dire, ma ovviamente non lo feci. Invece mi alzai e mi infilai i jeans blu chiaro.
Che razza di pantaloni da snob, comment Jostein.
Guarda che sei tu quello con i pantaloni da snob, risposi.
Questi? disse indicando i suoi a righe neri e rossi.
S".
Sono pantaloni da punk, coglione".
Ma figurati, replicai. Li hai comprati da Intermezzo e quello s che  un negozio per quelli con la puzza sotto il naso".
E che mi dici della cintura? Anche quella da snob? insistette.
No, risposi.  una da punk".
Ah, ecco. Comunque i tuoi pantaloni sono e rimangono da snob".
Io non sono affatto uno snob del cazzo, risposi.
Per sei un po checca, se ne usc John.
Checca? Cosa voleva dire?
Ah ah ah! rise Jostein. Dai, checca!
Ma senti chi parla, questo figlio di pap del cazzo, risposi.
 colpa mia se mio padre ha tanti soldi? esclam.
No, dissi mentre mi tiravo su la cerniera del giubbotto bianco e blu della Puma. Ciao".
Ciao, risposero e cos uscii senza avere avuto il tempo di prepararmi.
Ciao, esordii fermandomi davanti a loro con le mani sul manubrio della bici.
Siete stati proprio bravi, comment Kajsa.
Indossava una maglietta bianca sotto cui si vedeva il rigonfiare dei seni. Levis 501 con una cintura di plastica rossa. Calze bianche. Scarpe da tennis bianche della Nike con il logo azzurro.
Deglutii.
Davvero? dissi.
Annu.
Vieni con noi?
Stasera non ho proprio tempo".
Oh?
S. Devo andarmene via subito".
Ah, peccato, rispose incrociando il mio sguardo. E cosa devi fare?
Ho promesso a mio padre di aiutarlo. Con un muro che sta costruendo. Non possiamo vederci domani?
S".
Dove?
Posso venire da te dopo la scuola".
Sai dove abito?
Tybakken, giusto?
S".
Feci passare la gamba sopra il sellino.
Allora, ciao! dissi.
Ciao! rispose. A domani".
Mi allontanai in modo apparentemente disinvolto fino a quando non mi poterono pi vedere, poi mi sollevai sui pedali, mi chinai in avanti e cominciai a darci dentro come un forsennato. Era assolutamente fantastico e assolutamente terribile. Vengo da te, aveva detto. Sapeva dove abitavo. E voleva stare con me. Non solo. Eravamo insieme. Io stavo con Kajsa! Oh, tutto quello che desideravo era l a portata di mano! O forse non ancora. Di che cosa avrei parlato con lei? Che cosa avremmo fatto?
Quando girai nel vialetto una mezzora dopo, la mamma era seduta in terrazza sul retro della casa, stava leggendo il giornale e aveva una tazza di caff sul tavolino da campeggio davanti a s. La raggiunsi e mi sedetti.
Dov pap?
 andato a pescare. Come  andata la partita?
Bene, risposi. Abbiamo vinto".
Per un po cadde il silenzio.
 successo qualcosa? disse la mamma guardandomi.
No".
C qualcosa a cui stai pensando e che vuoi chiedermi?
No, a dire il vero, no".
Mi sorrise e poi riprese a leggere il giornale. Su dai Prestbakmo proveniva il suono di una radio. Alzai lo sguardo e guardai in quella direzione. Martha era seduta proprio come la mamma, su una sedia da campeggio con il giornale aperto davanti a s. Vicino al recinto di pietra accanto al bosco cera Prestbakmo in persona, chino su una aiuola dellorto con una zappa in mano. Poi un movimento sul sentiero mi fece girare la testa in quella direzione. Era Freddie, notai subito, era albino e i suoi capelli bianchissimi erano inconfondibili. Andava in quarta. Aveva un arco sulla spalla.
Guardai nuovamente la mamma.
Sai cosa vuol dire la parola checca, mamma?
Abbass il giornale.
Checca? disse.
S".
Pu essere il diminutivo di un nome femminile".
Quindi qualcosa a che fare con le donne?
S, esatto. Qualcuno ti ha chiamato cos?
No. No, niente affatto. Lho sentito dire oggi dopo la partita. Lo stavano dicendo a un altro. Solo che non avevo mai sentito prima questa parola".
Mi guard, mi resi conto che aveva pensato di aggiungere qualcosa, cos mi alzai.
Va bene, lanticipai. Meglio che porti dentro la roba dellallenamento".
Dopo lo spuntino serale andai da Yngve per raccontargli quello che era successo.
Stasera mi sono messo insieme a Kajsa, esclamai.
Alz gli occhi dai sussidiari che aveva davanti a s sulla scrivania e sorrise.
Kajsa? Non ne ho mai sentito parlare. Chi ?
Va alla Roligheden. Sesta classe.  proprio bella".
Non ne dubito, comment Yngve. Complimenti".
Grazie, risposi. C solo una cosa Forse ho bisogno di un consiglio
S?
Non so Non la conosco affatto. Non so che cosa dobbiamo fare? Domani viene qui, capisci. Non so neanche cosa dirle!
Andr benissimo, rispose Yngve. Basta non pensarci e andr benissimo. Potete sempre pomiciare!
Ah ah".
Andr tutto bene, Karl Ove. Rilassati".
Lo pensi per davvero?
Certo".
Okay. Che cosa stai facendo?
Compiti. Chimica. E poi geografia".
Non vedo lora di cominciare il liceo, dissi.
C tanto da studiare, comment Yngve.
S, dissi. Non importa".
Yngve riabbass lo sguardo sul libro e io andai in camera mia. Aveva appena finito la prima liceo e da quanto avevo capito desiderava continuare a studiare scienze sociali, invece pap aveva insistito che facesse scienze naturali, quindi alla fine aveva scelto quello. Strano, visto che pap era laureato in norvegese e inglese.
Misi Cartney II e mi sdraiai sul letto per meditare cosa dire e fare lindomani. Ogni tanto mi venivano i brividi. Ero insieme a Kajsa! Magari adesso era nel suo letto, nella sua camera, nella sua casa e mi stava pensando? Magari era andata a letto con indosso soltanto le mutandine? Mi girai sulla pancia e presi a sfregare il bassoventre sul materasso mentre cantavo Temporary Secretary meditando su tutto quello che mi aspettava.
Arriv unora dopo che avevamo finito di cenare. Per tutto il tempo avevo fatto la spola davanti alle finestre che davano sulla via, e mi ero preparato al meglio. Eppure fu per me uno choc quando la vidi spuntare in bicicletta lungo la salita. Per qualche secondo non fui pi in grado di respirare come si deve. Kent Arne, Geir Hkon, Leif Thore e yvind erano l fuori appoggiati alle bici e quando girarono la testa verso di lei fui trafitto da un guizzo dorgoglio. Non avevano mai visto una ragazza cos bella a Tybakken. Ed era venuta da me.
Mi infilai scarpe e giacca e uscii.
Si era fermata davanti a loro e stava parlando.
Presi la bici per mano e mi diressi verso di lei.
Voleva sapere dove abiti, Karl Ove! esclam Geir Hkon.
Ah s? gli dissi. Incrociai lo sguardo di Kajsa. Ciao, non hai avuto problemi a trovare la strada?
No, rispose. Non sapevo con esattezza solo quale fosse la casa, ma
Andiamo?
S".
Mi sedetti sulla bici. Lei fece lo stesso.
Ciao! dissi rivolgendomi agli altri quattro. Mi girai verso di lei. Possiamo fare questa salita".
Va bene".
Sapevo che ci stavano seguendo con lo sguardo e che provavano nei miei confronti una gelosia che andava oltre il normale. Come cavolo aveva fatto? Dove laveva rimorchiata? E, soprattutto, come diavolo era riuscito a mettersi con lei?
Dopo aver percorso un tratto del pendio Kajsa scese dalla bicicletta. Io feci lo stesso. Una folata di vento percorse il bosco, le foglie accanto a noi frusciarono per un attimo, poi si fece silenzio. Il suono delle ruote che giravano sullasfalto. I gambali dei pantaloni che sfregavano luno contro laltro. I tacchi di sughero dei suoi sandali sulla strada.
Aspettai che mi raggiungesse e si affiancasse a me.
Che bella giacca che hai, dissi. Dove lhai comprata?
Grazie, rispose. Da Bajazzo a Kristiansand".
Oh".
Arrivammo allincrocio con la Elgstien. I suoi seni ondeggiavano, i miei occhi venivano attirati in continuazione verso di essi. Se nera accorta?
Possiamo fare un salto al negozio e vedere se c qualcuno, dissi.
Mm, rispose.
Si era gi pentita?
Avrei dovuto baciarla adesso? Sarebbe stato giusto?
Raggiungemmo la sommit e io inforcai la bicicletta. Aspettai che anche lei fosse pronta, poi cominciai a pedalare. Ci lamb un altro soffio di vento. Tenevo una mano sul manubrio, ero girato a met verso di lei.
Conosci Lars? le chiesi.
Lars, s, rispose. Siamo vicini di casa e frequentiamo la stessa classe. Sai chi ? Certo che lo sai. Giocate insieme".
S. Ieri hai visto tutta la partita?
S. Siete bravi!
Non dissi niente al riguardo. Misi anche laltra mano sul manubrio e sfrecciai lungo quella piccola discesa fino al negozio. Era chiuso e fuori era deserto.
A quanto pare qui non c nessuno, dissi. Andiamo fin da te?
Va bene".
Decisi che lavrai baciata se mi si fosse presentata la bench minima occasione. Almeno tenerle la mano. Qualcosa doveva pur succedere, adesso eravamo insieme.
Kajsa era la mia ragazza!
Ma non ce ne furono. Pedalammo lungo la vecchia via coperta di ghiaia attraverso il bosco e su fino a Kjenna, che era deserto, proseguimmo fino alle colline su cui sorgeva la sua casa e ci fermammo allesterno. Durante il tragitto non ci eravamo scambiati molte frasi, ma abbastanza da sapere che non era stato un disastro.
Mamma e pap sono a casa, disse. Quindi non puoi entrare".
Questo significava che avrei potuto farlo una volta che non cerano?
No, risposi. Comunque si sta facendo tardi. Forse  meglio che torni".
S,  un bel pezzo! comment.
Ci vediamo domani? chiesi.
Non posso, rispose. Usciamo con la barca".
Gioved allora?
S. Vieni qui tu?
Va bene".
Per tutto il tempo cerano tra di noi le biciclette. Non cera nessuna possibilit di chinarsi in avanti e baciarla. E magari lei non voleva nemmeno, l proprio davanti a casa sua.
Mi sedetti sul sellino.
Allora io vado. Ciao!
Ciao, rispose.
Mi allontanai il pi velocemente possibile.
No, non era andata poi cos male. Non mi ero spinto molto in l, ma almeno per ora non era successo niente di irreparabile. Che non potesse continuare cos lo capivo, non era possibile limitarsi al parlare, in quel caso sarebbe morto tutto. Dovevo baciarla, dovevamo metterci insieme sul serio. Ma come? Avevo pomiciato con Mariann, ma di lei non mi era mai importato molto, non era stato un problema, quando la abbracciavo lei premeva il suo corpo su di me e mi baciava. Le avevo preso soltanto la mano quando camminavamo. Ma non potevo farlo con Kajsa, passarle semplicemente le braccia intorno alle spalle, cos, di punto in bianco, e se non voleva? E se non trovavo il coraggio di farlo? Doveva succedere, e doveva avvenire gi la volta dopo, poco ma sicuro. E in un luogo adeguato, dove nessuno ci poteva vedere.
Grazie al cielo cera quella gita in barca! Mi avrebbe permesso di riflettere e pianificare per due giorni.
Appena prima di dormire, mi venne in mente che gioved avevo lallenamento. Questo voleva dire che dovevo chiamarla e dirglielo. Tutto il giorno dopo quel pensiero mi torment. Il telefono di casa era nel corridoio, tutti potevano sentire quello che dicevo, a meno che io non avessi chiuso la porta scorrevole, ma la cosa avrebbe sicuramente stuzzicato la loro curiosit, quindi era meglio telefonarle da una cabina. Ce nera una vicino alla fermata dellautobus davanti alla stazione di servizio della Fina e la raggiunsi in bici il pi tardi possibile, cio appena passate le otto. Quando non cera niente di speciale dovevo andare a letto per le otto e mezza, quella regola era ancora inamovibile anche se tutti quelli che conoscevo stavano su molto pi a lungo.
Con la bicicletta parcheggiata davanti alla cabina cercai il suo numero nellelenco telefonico. Avevo pensato e ripensato a quello che le avrei detto.
Composi tutto il numero, eccetto lultima cifra, velocemente. Aspettai qualche secondo cercando di respirare con calma, poi premetti anche lultimo numero.
Pedersen, rispose una voce femminile.
Potrei parlare con Kajsa? dissi rapidamente.
Chi parla?
Karl Ove, risposi.
Un attimo".
Ci fu una pausa. Sentii il rumore di passi che si allontanavano, voci. Un autobus spunt lungo la discesa e lentamente si piazz dove cera la fermata. Premetti con pi forza la cornetta sullorecchio.
Pronto? disse Kajsa.
Kajsa, sei tu? chiesi.
S".
Sono Karl Ove".
Lavevo capito".
Ciao".
Ciao, rispose.
Domani ho lallenamento. Non posso venire da te come eravamo rimasti daccordo".
Allora ti raggiungo io. Siete a Kjenna, giusto?
S".
Pausa.
Ti  piaciuto? domandai.
Che cosa?
Il giro in barca? Bello?
S".
Pausa.
Allora ci vediamo domani! dissi.
S. Ciao".
Ciao".
Riagganciai e incrociai lo sguardo di un vecchio insegnante sulla quarantina che lavorava con pap, era seduto sullautobus e guard da unaltra parte quando mi accorsi di lui. Aprii la porta polverosa della cabina e uscii. Laria era calda e satura dei gas di scarico che fuoriuscivano dallautobus in moto. Davanti alla Fina cera seduta una famiglia con due bambini, stavano mangiando il gelato. Nel momento in cui stavo superando la stazione di servizio, usc John. Aveva in mano un casco. Torso nudo, zoccoli ai piedi.
Ciao, Karl Ove! grid.
Ciao, risposi urlando.
Si infil il casco, era nero con la visiera dello stesso colore e si sedette sul sedile posteriore di una moto. Il conducente lavvi con due colpi secchi e decisi del piede. Poco dopo mi raggiunsero rombando lungo la salita. John agit un braccio in aria quando mi superarono. Avevo la fronte madida di sudore. Mi passai la mano tra i capelli. Anche la mano era sudata. Invece i capelli erano a posto, li avevo lavati la sera prima in modo che fossero perfetti per lindomani quando avrei incontrato Kajsa. Sostai davanti alla fermata dellautobus di fronte al B-Max. Appoggiai il piede sul bordo del marciapiede.
Di colpo seppi come avrei fatto.
Qualche settimana prima mi trovavo l con un gruppo di ragazzi, Tor era al centro dellattenzione. Si era costruito una bici tutta sua, aveva messo al posto del sellino quello di una moto, poi aveva sostituito il pignone con uno nuovo ed enorme. Andava avanti e indietro in impennata mentre sputava grandi quantit di saliva lungo lasfalto. Cera anche Merethe, la sua ragazza. Io ero l per caso, insieme a Dag Magne, li avevamo visti e ci eravamo uniti a loro. Tor aveva puntato verso Merethe e laveva baciata. Poi aveva estratto lorologio dalla tasca interna, che teneva attaccato a una catenella e dopo avergli dato unocchiata aveva detto, vediamo per quanto tempo riusciamo a pomiciare? Merethe aveva annuito, i due si erano avvinghiati luno allaltra e si erano messi a limonare. Si vedevano le lingue che lavoravano instancabili dentro le loro bocche. Lei teneva gli occhi chiusi e aveva le braccia intorno a lui, lui se ne stava con le mani in tasca e aveva gli occhi aperti. Li stavano guardando tutti. Dopo dieci minuti aveva ripreso lorologio e si era raddrizzato prima di asciugarsi la bocca con il dorso della mano. Dieci minuti, aveva sentenziato.
Era cos che bisognava fare. Dovevo mostrarle lorologio e chiederle se le andava di vedere quanto tempo riuscivamo a baciarci. E poi via.
Mi diedi una spinta in avanti con il piede e pedalai verso Holtet. Era fondamentale trovare un posto adatto. Nel bosco, ovvio, ma dove? Su da lei? No, non conoscevo la zona. Doveva essere qualcosa qui nei paraggi.
Magari non proprio vicino a casa nostra.
Ci saremmo incontrati da lei.
Ma certo. Oh, s. Nel bosco vicino al sentiero che saliva dalla stazione di servizio della Fina. L sotto le piante. Era perfetto. Nessuno ci avrebbe visto. Il terreno era morbido. E la luce filtrava meravigliosamente tra le chiome.
Il pomeriggio dopo, per non arrivare prima di tutti gli altri allallenamento, spinsi la bicicletta su per tutte le salite, senza che la cosa servisse a un granch perch quando vidi il campo davanti a me era completamente deserto, ma pieno di innaffiatori ronzanti e ticchettanti che seguendo ognuno il proprio ritmo lanciavano getti dacqua intorno a s. Christian e Hans Christian erano seduti sulla sbarra allingresso e mi guardarono in controluce con gli occhi socchiusi.
Nessuno ha un pallone? chiesi.
Scossero la testa.
 vero che stai con Kajsa? chiese Christian.
S, risposi mordendomi il labbro per non sorridere.
 una bella ragazza, s, disse.
Christian non era mai stato con nessuna, non era il tipo. Ma lestate scorsa alla Norway Cup la sera in cui eravamo arrivati si era comprato una rivista porno in un chiosco davanti alla scuola dove avremmo alloggiato. Sfortunatamente per lui, suo padre, che allenava gli esordienti, lo aveva sorpreso mentre se ne stava rannicchiato dentro il sacco a pelo intento a fissare quelle foto ipnotiche. Alla presenza di tutti i componenti della squadra era stato costretto a buttarla nella spazzatura e a chiedere scusa al padre.
S-, dissi.
Subito dopo arriv yvind con i palloni e le chiavi, noi ci mettemmo a correre tra gli innaffiatori fino alla porta pi lontana contro cui cominciammo a calciare mentre yvind chiudeva lacqua e spostava gli innaffiatori fuori dal campo. Quando ci furono tutti, facemmo qualche giro di corsa intorno al terreno di gioco, poi gli esercizi di riscaldamento e quelli con la palla prima di fare una partitella sette contro sette usando soltanto una delle due met del campo. Kajsa arriv soltanto verso la fine, insieme alle altre tipe con cui era gi venuta. Mi fece un cenno di saluto con la mano, ricambiai.
Concentrati, Karl Ove! grid yvind. Prima lallenamento, poi le ragazze!
Dopo aver finito, immersi la testa nel secchio dacqua che era stato messo alloccorrenza lungo la linea di bordocampo cercando di fare finta di niente. Ma non era facile, la consapevolezza che lei era lass, e non soltanto lei, ma anche le sue amiche, e che mi stavano guardando, mi bruciava nella mente.
Mi raggiunse.
Vai a cambiarti? chiese.
Annuii.
Vengo con te. Dopo ho qualcosa da dirti".
Da dirmi? Voleva gi farla finita?
Mi avviai. Tese la mano. Sfior appena la mia. Era stato per sbaglio? O potevo stringerla?
La guardai.
Mi sorrise.
Le afferrai la mano con un movimento rapido.
Qualcuno fece un fischio dietro di noi. Mi girai. Erano Lars e John. Alzarono gli occhi al cielo. Sorrisi. Lei mi strinse con cautela la mano.
Il campo non mi era mai sembrato cos lungo come quella sera. Tenerla per mano era quasi insopportabile, provavo in continuazione limpulso di ritrarre la mia per porre fine a quella gioia indicibile.
Muoviti, mi disse quando fummo arrivati.
S, risposi.
Dentro lo spogliatoio rimasi seduto sulla panca con la testa appoggiata alla parete. Il cuore mi batteva allimpazzata. Poi mi ripresi, mi vestii in fretta e uscii. Le ragazze erano raggruppate con le loro biciclette sulla via che costeggiava il campo da calcio. Mi diressi verso di loro e mi fermai accanto a Kajsa. Sembrava felice. Si scost una ciocca di capelli dal viso con la sua manina. Le unghie erano coperte da uno smalto rosa quasi trasparente. Come a un segnale le sue amiche salirono in bici e si allontanarono.
Sabato sono a casa da sola, disse. Ho detto alla mamma che viene Sunnva. Ci far la pizza e ci comprer la Coca-cola. Ma Sunnva non verr. Ti va?
Deglutii.
S, risposi.
Alcuni dei miei compagni di squadra si misero a fare il tifo dalla baracca. Kajsa aveva una mano sul manubrio, laltra lungo il fianco.
Ce ne andiamo? dissi.
Per me va bene".
In gi? suggerii.
Annu e salimmo sulle bici. Pedalammo diretti verso la stradina coperta di ghiaia avvolta nellombra, io davanti, Kajsa subito dietro di me. In cima a quel lungo pendio frenai leggermente in modo da poter sfrecciare insieme uno accanto allaltra gi per la discesa. Il sole illuminava la collina sullaltro lato. Gli insetti che brulicavano nellaria assomigliavano a polverina luccicante che qualcuno aveva sparso in giro. A met strada un vecchio sentiero che attraversava il bosco si apriva sulla destra, pensai subito che forse conducesse a un posto adatto e con il vento che mi scompigliava i capelli gridai a Kajsa di imboccarlo, annu, girammo e proseguimmo rapidi per altri dieci metri prima che la velocit svanisse del tutto e saltassimo gi dalle bici. Non disse niente, non dissi niente, camminavamo su quel viottolo ricoperto derba dove qua e l erano disseminati pezzi di corteccia e di legno. Raggiunta la cima, constatai dando unocchiata verso linterno del bosco che il posto non era adatto, il terreno era pieno di ceppi e, dove finivano, gli abeti si ergevano fitti come un muro.
No, dissi. Non va bene. Continuiamo".
Kajsa era sempre silenziosa, sal sulla bici in contemporanea con me e riprendemmo la discesa, lei in piedi sui pedali e pi decisa di me nel frenare.
No, era il sentiero sopra la Fina quello giusto.
A quel pensiero provai unondata di terrore. Era come essersi arrampicati troppo in alto su una roccia e vedere sotto di s la superficie dellacqua sapendo che o si sfidava la paura e ci si tuffava o si faceva la figura dei codardi.
Lei sapeva cosa sarebbe successo?
La guardai di sottecchi.
Oh, come le ondeggiavano i seni.
Oh, oh, oh.
Ma il suo viso era serio. Cosa voleva dire?
Scendemmo dalle biciclette e percorremmo la salita che sbucava sulla strada principale, sotto le ombre profonde delle latifoglie le cui corone si allargavano sopra di noi. Non ci eravamo scambiati una parola da quando eravamo a Kjenna. Se adesso dovevo dire qualcosa di importante, non poteva trattarsi di certo di una banalit.
I suoi pantaloni erano di cotone, verde pastello, ed erano legati in vita da una corda. Erano molli sulle cosce, ma si stringevano allaltezza del bassoventre e del sedere. Sul busto aveva una maglietta con sopra una giacchina leggerissima fatta a maglia, era bianca con dentro una sfumatura di giallo. I piedi erano nudi nei sandali. Le dita avevano lo stesso smalto di quello delle mani. A un piede le pendeva una cavigliera.
Era bellissima.
Quando raggiungemmo la strada principale e ci separavano soltanto una discesa e una salita da quello che sarebbe successo, ero tentato di scappare via. Pedalare e scomparire dalla sua vita. E se soltanto lavessi fatto non cera alcun motivo di limitarsi a quello. No, potevo allontanarmi in bici anche da casa. Tybakken, Tromya, Aust-Agder, la Norvegia, lEuropa, mi sarei messo tutto alle spalle. Lolandese pedalante mi avrebbero chiamato. Condannato per leternit a pedalare per il mondo, con la luce spettrale del faretto posto sul manubrio a illuminargli le strade.
Dove stiamo andando? chiese mentre sfrecciavamo lungo il pendio.
Conosco un bel posticino, risposi. Non  lontano".
Non disse niente. Superammo la Fina, le indicai la salita tra gli alberi, salt di nuovo gi quando il pendio si fece pi ripido. Un sottile strato di sudore le imperlava la fronte facendola luccicare. Superammo la vecchia casa bianca e il vecchio fienile rosso. Il cielo era terso e azzurro. Il sole ardeva silenzioso sopra le alture a ovest. I suoi raggi facevano brillare intensamente le foglie delle piante davanti a noi. Laria era piena del canto degli uccelli. Stavo per vomitare. Entrammo nel sentiero. La luce filtrava tra i rami proprio come me lero immaginato. Veniva spezzata allo stesso modo come avveniva sottacqua. Colonne di luce che digradavano di traverso sul terreno.
Mi fermai.
Possiamo lasciare qui le bici, dissi.
Facemmo cos. Con la punta del piede abbassammo il cavalletto inclinando le biciclette. Mi incamminai. Mi segu. Cercai un posto adatto dove sdraiarsi. Erba o muschio. I nostri passi riecheggiavano innaturalmente alti l dentro. Non osavo guardarla. Ma era dietro di me. Era una buona premessa.
Possiamo sdraiarci qui, suggerii. Non la guardai quando mi sedetti. Lei esit nellaccomodarsi accanto a me. Infilai la mano in tasca e afferrai lorologio. Lo estrassi e glielo mostrai mentre lo tenevo sul palmo della mano aperto.
Prendiamo il tempo e vediamo fino a quando riusciamo a baciarci? dissi.
Cosa?
Ho lorologio, continuai. Tor ha pomiciato per dieci minuti. Noi possiamo fare di meglio".
Appoggiai lorologio per terra, erano le sette e quarantadue, memorizzai, le appoggiai le mani sulle spalle e la spinsi dolcemente allindietro mentre in contemporanea le infilavo la lingua tra le labbra, incontrai la sua, appuntita e morbida come un animaletto, e cominciai a ruotare la mia. Tenevo le mani incollate al corpo, la toccavo soltanto con la bocca e la lingua. I nostri corpi giacevano come due piccole imbarcazioni in disarmo l sotto le corone degli alberi. Tutta la mia concentrazione era focalizzata sul fatto che la lingua riuscisse a girare nel modo pi morbido possibile e senza ostacoli mentre il pensiero dei suoi seni cos vicini, delle sue cosce cos vicine e di quello che cera tra le sue gambe, sotto i pantaloni, sotto le mutandine, mi bruciava dentro. Eppure non avevo il coraggio di toccarla. Giaceva con gli occhi chiusi ruotando la lingua contro la mia, io li tenevo aperti, con la mano tastai in giro alla ricerca dellorologio, lo trovai e feci in modo di poter leggere lora. Erano passati tre minuti. Della saliva le colava allangolo della bocca. Si contorse leggermente. Premetti il bassoventre per terra mentre lasciavo che la lingua continuasse a ruotare, a ruotare. Non era cos bello come credevo, in effetti era alquanto faticoso. Alcune foglie secche scricchiolarono sotto la sua testa quando la spost. Le nostre bocche erano piene di saliva vischiosa. Sette minuti. Ancora quattro. Mmm, disse, ma non era unespressione di godimento, cera qualcosa che non andava, si spost leggermente, ma io non mollai la presa, la seguii con la testa mentre continuavo a far ruotare la lingua. Apr gli occhi, ma non mi guard, fissavano il cielo sopra di noi. Nove minuti. Mi faceva male la radice della lingua. La saliva continuava a colare agli angoli della bocca. Il mio apparecchio dei denti si appoggiava di tanto in tanto sui suoi. A dire il vero era pi che sufficiente resistere per dieci minuti e un secondo per battere Tor. Ed era in quel momento. Ora lavevamo sconfitto. Ma a quel punto potevamo distruggerlo con un margine di tempo molto pi grande. Quindici minuti, sembrava fattibile. Ne mancavano cinque. Avvertivo un dolore alla lingua, sembrava che mi stesse gonfiando dentro la bocca, e la saliva, che non si notava granch quando era calda, suscitava invece una leggera sensazione di disgusto quando colava fredda lungo il mento. Dodici minuti. Forse bastava cos? Abbastanza adesso? No, ancora un pochino. Ancora un pochino.
Quando mancavano esattamente tre minuti alle otto staccai la testa. Lei si alz e si asciug intorno alla bocca con la mano senza guardarmi.
Siamo riusciti a baciarci per quindici minuti! esclamai alzandomi. Abbiamo battuto Tor di cinque minuti!
Le biciclette brillavano a una certa distanza da noi lungo il sentiero. Ci dirigemmo l, lei si pul i pantaloni e il giacchino per togliere le foglie e i rametti.
Aspetta, dissi. Hai qualcosa anche sulla schiena".
Si ferm e io le tolsi i pezzetti che erano rimasti attaccati alla maglia.
Ecco fatto".
Adesso dovrei tornare a casa, disse arrivati alle bici.
Anchio, risposi prima di indicare un punto verso lalto. L c una scorciatoia che attraversa il bosco".
Ciao, disse prima di salire in bicicletta e allontanarsi lungo il sentiero dissestato.
Ciao, risposi, appoggiai le mani sul manubrio e attaccai la salita.
Quella sera a letto fantasticai sui suoi seni, bianchi come il latte e grandi, e tutto quello che avremmo potuto fare l distesi nel bosco, fino a quando mi addormentai. Dovevo telefonarle perch non eravamo rimasti daccordo su quando dovevo recarmi da lei quel sabato, ma rimandai la cosa per tutto il giorno dopo e anche per una parte del sabato stesso, fino a quando non cera pi via di scampo e verso le due pedalai nuovamente fino alla cabina telefonica. Cera anche un altro problema, cio che dovevo essere a casa per le otto e mezza di sera, cosa assolutamente inconciliabile con la vita che adesso conducevo. Non potevo andarmene da casa sua dicendole che era ora di dormire, cosa avrebbe pensato di me? Alla mamma accennai che quella sera avevo qualcosa di importante da fare, se potevo tornare a casa per le nove e mezzo, o ancora meglio per le dieci? Voleva sapere dove dovevo andare, risposi che non potevo dirglielo. In quel caso, ribad, non posso darti il permesso. Devo sapere dove sei e che cosa fai. Allora forse ne possiamo parlare. Questo lo capisci, vero? S, lo capivo ed ero disposto a piegarmi e a raccontarle di Kajsa. Ma prima dovevo parlare con lei.
Il cielo era nuvoloso e la coltre di nubi grigia e opaca sembrava risucchiare i colori del paesaggio. La strada era grigia, i sassi nel fossato erano grigi, persino le foglie sugli alberi avevano una trama di grigio nel loro tessuto verde. Anche il caldo dei giorni precedenti era svanito. Non faceva freddo, forse cerano sedici, diciassette gradi, ma sufficienti per convincermi ad abbottonare la giacca fino alla gola mentre percorrevo in bici la discesa. Si gonfiava come un palloncino sotto la pressione dellaria. Alla fermata, che in realt era una stazione di minibus, dove a volte quei mezzi rimanevano parcheggiati per tutta la notte, cerano due autobus. Avevano il motore acceso ed erano diretti verso due direzioni diverse, uno verso lestremit dellisola e laltro allinterno, verso la citt. I due autisti avevano parcheggiato in modo da potersi parlare attraverso i grandi finestrini.
Appoggiai la bicicletta dietro la tettoia in fibra di vetro verde che assomigliava a un cappello. In quel punto scorreva un ruscello, tra i ramoscelli, i cespugli e un mucchio di spazzatura, perlopi carta del cioccolato o dei dolci che probabilmente proveniva dalla Fina: Caramello, Hobby, Nero, Bravo, ne intravidi una blu dellHubba Bubba, ma cerano anche bottiglie lucide senza etichetta, alcuni giornali e uno scatolone pieno di ciarpame. Presi i soldi dalla tasca, entrai nella cabina e li appoggiai sul telefono a gettoni. Composi il numero che si trovava sullelenco telefonico mentre mi veniva in mente che il colmo per una centralinista era avere problemi di linea, e quello per un insegnante di matematica era dare i numeri, e che se alzavi la cornetta e chiedevi chi era il pi bello del reame, il telefono rispondeva sempre tu tu tu. Con lindice sotto il numero e la cornetta in mano rimasi a lungo a sbirciare fuori dal vetro della cabina reso opaco dalla polvere senza rendermi conto in realt di quello che vedevo, prima di farmi coraggio, appoggiare la cornetta allorecchio e comporre il numero.
Pronto? disse una voce.
Era quella di Kajsa!
Ciao, risposi. Sono Karl Ove. Sei tu, Kajsa?
S. Ciao".
Ci siamo dimenticati di fissare unora per quando posso venire da te, spiegai. Ne hai in mente qualcuna in particolare? Per me fa lo stesso".
Eehh, esord. Il nostro appuntamento  saltato".
Saltato? Non puoi? I tuoi genitori non escono pi?
Non si tratta di questo, rispose. Ma ehhh ehh non posso s, stare pi con te".
Cosa?
Mi piantava?
Ma Eravamo insieme da cinque giorni!
Pronto? disse.
 finita? chiesi.
S, rispose.  finita".
Non dissi nulla. Sentivo il suo respiro dallaltra parte del filo. Le lacrime mi rigavano le guance. Ci fu una lunga pausa di silenzio.
Allora ciao, disse.
Ciao, risposi, riagganciai e mi diressi verso la fermata dellautobus. Ero accecato dalle lacrime. Le asciugai con il dorso della mano, tirai su con il naso, inforcai la bici e mi misi a pedalare. Vedevo a malapena la strada davanti a me. Perch laveva fatto? Perch? Proprio adesso che le cose cominciavano ad andare bene? Proprio il giorno in cui saremmo rimasti soli a casa sua? Alcuni giorni prima le piacevo, perch adesso aveva cambiato idea? Era perch non avevamo parlato cos tanto?
E lei che era cos bella. Lei che era cos incredibilmente bella.
Porca merda.
Porca puttana.
Porca di una puttana troia.
Quando arrivai al B-Max mi asciugai le lacrime sulle maniche della giacca, era sabato appena prima dellorario di chiusura, il parcheggio era gremito di automobili e di gente con le borse della spesa e di bambini, un mucchio di bambini. Ma le lacrime potevano essere causate dal vento? Stavo pedalando, no?
Proseguii su per il leggero pendio prima della zona pianeggiante. Spazi neutri, completamente vuoti, stavano prendendo piede dentro di me, potevano passare dieci secondi senza che pensassi un solo pensiero, ignaro del mio stesso esistere, poi allimprovviso compariva dentro di me limmagine di Kajsa, era finita tra noi due, e un singhiozzo mi squassava, impossibile da fermare.
Chiusi la bicicletta con il lucchetto dopo averla lasciata al suo posto davanti a casa, mi fermai sulla porta per localizzare dove fossero gli altri, in quel momento avrei preferito non imbattermi in nessuno e, quando sembr che la via fosse libera, salii le scale e andai in bagno dove mi lavai la faccia con cura, prima di dirigermi in camera mia e sedermi sul materasso.
Dopo un po mi alzai e andai da Yngve. Stava suonando la chitarra seduto sul letto, alz lo guardo su di me quando mi vide entrare.
Che cosa c? Hai pianto? disse.  questa Kajsa? Ti ha piantato?
Annuii e scoppiai nuovamente in lacrime.
Ma Karl Ove, continu. Ti passer presto. Sono tante le ragazze in attesa.  pieno di femmine da tutte le parti! Devi solo dimenticarla. Non  successo niente".
S, invece, replicai. Eravamo insieme soltanto da cinque giorni. E lei  cos bella. Io voglio stare soltanto con lei. E nessunaltra. E poi oggi. Quando saremmo stati soli a casa".
Aspetta un attimo, disse alzandosi. Voglio suonarti una canzone. Forse ti sar daiuto".
Quale canzone? domandai mentre mi sedevo sulla sedia.
Un secondo, ripet prima di passare in rassegna la pila di 45 giri che aveva sulla mensola. Questa, disse mostrandomi una copertina dei The Aller Vrste! Non c via di ritorno".
Ah, quella".
Ascolta il testo, mi disse facendo scivolare il vinile sulla mano, mise prima il blocchetto di plastica rotondo al centro del giradischi, poi appoggi il 45 giri, sollev la puntina e la posizion sul primo solco, che aveva gi cominciato a girare. Dopo un secondo di fruscio cominciarono a pompare i tamburi con la loro energia vitalizzante, poi si inserirono il basso, la chitarra e lorgano farfisa che si fusero con il resto, a cui seguirono i riff tuonanti, incredibilmente accattivanti della chitarra e infine la voce del cantante che cantava con laccento tipico di Stavanger:
 Non esagero quando dico che sapevo
 Che il nostro rapporto non era pi sincero
 E anche se cercavi di reprimere questo fatto
 Il preservativo della sensibilit alla fine non ha retto
 E tutti i nostri progetti eterni e le nostre visioni
 Si sono polverizzati in un attimo e senza esitazioni
 Tu mi concedevi solo un abbraccio, io volevo darti qualcosa di pi
 Ma gi in quel momento non ceri pi tu.
Adesso ascolta! disse Yngve.
 Tutto passa  tutte le cose devono finire
 Ti corichi e ti svegli davanti al nuovo
 Non c via di ritorno, non c pi nulla da dire
 Quella  la tua giacca, vedi di sparire.
S, dissi.
 Eravamo soltanto a un centimetro dal banale
 Per ogni cosa che dicevo ero sempre incazzato
 A che serviva sbronzarsi e fare il sentimentale
 Quando il nostro dialogare era gi contaminato
 A me hai spezzato il cuore, e amica mia carina
 Sto curando la gonorrea con la penicillina
 Perch continuare a sbattere la testa contro lo stesso vecchio muro
 Quando sappiamo bene che per noi non c pi futuro
 Tutto passa  tutte le cose devono finire
 Ti corichi e ti svegli davanti al nuovo
 Non c via di ritorno, non c pi nulla da dire
 Quella  la tua giacca, vedi di sparire.
Tutto passa, ripet Yngve quando il pezzo fin e la puntina ritorn in posizione di riposo. Tutte le cose devono finire. Ti corichi e ti svegli davanti al nuovo".
Ho capito che cosa intendi dire, commentai.
Ti  servito?
S, un po. Ti spiace farmela risentire?
Fortunatamente quando cenammo la mamma e il pap non si accorsero che avevo pianto. Dopo mangiato uscii, ero troppo inquieto per rimanere chiuso in casa e dal momento che la via era deserta e quelli che conoscevo meglio in vacanza, mi trascinai gi ai pontoni. Cera un bel po di gente, tutti concentrati intorno alla barca di Jrn, nuova fiammante. Quella primavera erano stati in parecchi a farsene una, Geir Hkon e Kent Arne possedevano rispettivamente una Gh 10 e una With Dromedille, anchessa lunga dieci piedi, entrambe dotate di motore fuoribordo Yamaha a cinque cavalli.
Mi diressi verso di loro.
Ecco che  arrivata anche la nostra checca, comment Jrn quando mi fermai.
Di nuovo quella parola.
Risero, cos capii che non era un complimento.
Ciao, dissi.
Jrn avvi il motore tirando alcune volte il filo.
Vieni qui, Karl Ove, disse.
No, risposi. Non credo".
Voglio mostrarti qualcosa, continu prima di guardare suo fratello pi piccolo e dirgli: Inserisci la retromarcia quando te lo dico.
Lui annu.
E dai, vieni, insistette spostandosi a prua.
Con una certa riluttanza avanzai di qualche passo. Non appena ebbi raggiunto il bordo del molo, si butt di colpo in avanti e mi afferr le gambe stringendomele con entrambe le braccia.
Vai! disse al fratello.
La barca si mosse allindietro, mi accovacciai, le gambe mi vennero portate via di peso da sotto il corpo, caddi e venni trascinato oltre il bordo perch Jrn non mollava la presa e la barca continuava a procedere in retromarcia. Riuscii ad aggrapparmi e a piantare le dita. Il fratello diede gas, il motore and su di giri mentre io ero appeso con le gambe a bordo della barca, avevo il corpo teso sopra lacqua e le mani ancorate sul molo. Urlai loro di smetterla. Scoppiai a piangere. I presenti si limitarono a guardare la scena sorridendo.
Basta cos, grid Jrn.
Lintermezzo era durato forse un minuto. Il fratello inser la marcia avvicinandosi cos al molo. Jrn mi lasci andare le gambe, mi tirai su prima di allontanarmi il pi velocemente possibile mentre piangevo. Le lacrime continuarono a colare fino a quando non ebbi raggiunto lo strapiombo, dove mi sedetti per un attimo avvolto da quellaria calda e perfettamente immobile che pareva satura di odori, quelli di roccia scaldata dal sole, di erba secca, di fiori selvatici.
Meditai se fosse il caso di chiamare Kajsa per domandarle il motivo per cui mi aveva mollato, in modo che mi servisse da lezione per la volta successiva, ma sarebbe stato troppo complicato, era come se io fossi gi in grado di sentire la telefonata, il suo esitare e il mio brancolare alla ricerca delle parole da dire, e poi per cosa, era finita, lei non voleva pi stare con me, pi chiaro di cos.
Ancora tremante e molle in tutto il corpo mi alzai e tornai a casa. Mi lavai a lungo il viso in bagno con lacqua fredda, tirai le tende, non volevo che dal di fuori nulla penetrasse allinterno, misi i Motrhead, Ace of Spades, ma non era adatto, cos lo sostituii con il nuovo singolo di Paul McCartney e cominciai un thriller di Desmond Bagley che avevo comprato con i miei soldi, si intitolava The Vivero Letter. Lavevo gi letto, ma parlava di piramidi in Sudamerica ed enormi grotte subacquee in cui si immergevano i protagonisti alla ricerca di un tesoro che faceva gola anche ad altri
Quando mi sedetti per fare lo spuntino serale, la mamma mi guard con un sorriso.
Forse  venuto il momento di cominciare a usare il deodorante, Karl Ove? disse. Te ne posso comprare uno domani".
Deodorante? ripetei come uno stupido.
S, non credi? Tra poco inizierai le medie e quantaltro".
In effetti puzzi, intervenne Yngve. Alle ragazze la cosa non piace, sai".
Era quello il motivo?
Ma quando lo chiesi dopo a Yngve mentre eravamo in camera, mi sorrise dicendomi che dubitava che la faccenda fosse cos semplice.
Il mattino dopo pap entr da me per comunicarmi che non potevo trascorrere tutta lestate barricato in casa a leggere e che dovevo uscire, a fare il bagno per esempio? sugger.
Chiusi il libro senza dire una parola e gli passai davanti senza guardarlo.
Rimasi seduto per qualche minuto sul muretto che divideva la via lanciando dei sassolini in strada. Non potevo rimanere l, tutti avrebbero visto che non avevo niente da fare o nessuno con cui stare, cos scarpinai fino al grande ciliegio che si trovava lungo la strada dalla parte del bosco, proprio nel punto in cui si estendeva il terreno di Kristen, per vedere se le ciliegie erano gi abbastanza mature da poterle mangiare. Non era molto chiaro a chi appartenesse quellalbero, secondo alcuni si trattava di un ciliegio selvatico, secondo altri era di Kristen, comunque la questione non ci aveva mai impedito di ripulirlo puntualmente dei suoi frutti a ogni estate da quando eravamo abbastanza grandi da poterci arrampicare e fino a quel momento nessuno si era lamentato. Conoscevo a menadito ogni singolo ramo, cos salii fino in cima prima di spostarmi verso lestremit di uno di essi e spingermi in l fino a quando non cominci a piegarsi verso il basso. Le ciliegie non erano ancora completamente mature, la buccia esterna era dura e verde da una parte mentre dallaltra si era gi tinta di una debole patina di rosso sufficiente a indurmi ad affondare i denti, masticare, deglutire e sputare i noccioli il pi lontano possibile.
Mentre ero seduto l in cima, vidi Jrn arrivare in bicicletta. Con una mano teneva la tanica della benzina premuta sul portapacchi, con laltra pilotava il manubrio. Quando mi vide, fren con cautela e si ferm.
Karl Ove! grid.
Scesi dallalbero il pi velocemente possibile. Per farlo impiegai esattamente lo stesso tempo che serv a lui per lasciare la bici e dirigersi verso il ciliegio, perch quando toccai terra era a soltanto pochi metri da me. I nostri occhi si sfiorarono prima che io mi mettessi a correre verso il bosco.
Volevo solo chiederti scusa! esclam. Per ieri! Ho sentito dire che piangevi!
Non mi voltai.
Non era mia intenzione! continu. Dai, vieni, cos possiamo stringerci la mano e dimenticare la faccenda".
Ah ah, pensai senza fermarmi mentre proseguivo inciampando tra arbusti e sterpaglia fino a quando mi trovai sulla sommit e lo vidi che stava ritornando verso la sua bicicletta e che, dopo esser salito, aveva ripreso il suo oscillante tragitto verso le barche. Tornai indietro, ma le ciliegie dure e aspre avevano perso il loro potere di attrazione, cos rinunciai allalbero e ripresi a camminare lungo la salita con la speranza di incrociare qualcuno da un momento allaltro. Capitava che quando vedevano arrivare uno dalla finestra uscissero, cos sbirciai verso i giardini su entrambi i lati mentre arrancavo. Ovunque era deserto. La gente era fuori in barca o si era recata in auto sulle spiagge allestremit dellisola, o era al lavoro. Il marito di Tove Karlsen era sdraiato sul lettino al centro del prato di casa arso e giallo dal sole con una radio accanto a s. La madre di Geir e Trond e Wenche, la signora Jacobsen, sedeva sotto lombrellone sulla veranda e fumava. In testa aveva un cappellino bianco. Il resto del corpo laveva avvolto in abiti bianchi e leggeri. Il loro fratellino di due anni sedeva per terra accanto a lei, lo intravedevo appena tra le sbarre del parapetto. Dietro di me qualcuno grid il mio nome. Mi girai. Era Geir, stava arrivando di corsa con i palmi delle mani che puntavano verso linterno.
Mi si ferm di fronte.
Dove  Vemund? chiesi.
In vacanza, rispose Geir. Sono partiti oggi. Vieni con me in barca?
Perch no, dissi. E dove andiamo?
Geir si strinse nelle spalle.
Allisolotto di Gjerstadholmen? O a uno di quelli pi piccoli l nei dintorni?
Okay".
Geir aveva soltanto una barca a remi, cos il suo raggio dazione era molto pi limitato di quello degli altri proprietari di imbarcazioni. Eppure, era sufficiente per permetterci di raggiungere i vari isolotti e avevamo addirittura percorso a remi parecchi chilometri lungo la costa interna dellisola. Non gli era permesso di avventurarsi nello stretto.
Salimmo a bordo, io diedi la spinta per staccarci, lui infil i remi negli scalmi, punt i piedi sul fondo della barca e si mise a remare con tanta forza che il suo viso si distorse in una smorfia.
Uh, ansim a ogni colpo di remi. Uh. Uh".
Scivolavamo su quella superficie azzurra, che di tanto in tanto veniva increspata dal vento che soffiava verso la riva. Pi al largo nello stretto le onde avevano le creste bianche.
Geir si gir per localizzare con precisione lisolotto, corresse la rotta con un remo e poi riprese ad ansimare mentre la mia mano penzolava in acqua e riposavo gli occhi sulla scia quasi impercettibile.
Quando ci avvicinammo, mi alzai, saltai sulla terraferma e tirai la barca su una piccolissima insenatura. Non sapevo fare nessun nodo, quindi tocc a Geir legare la corda a una delle tante minuscole barre di metallo che sembravano spuntare da ogni sporgenza rocciosa che componeva quellarcipelago di isole e isolotti.
Facciamo il bagno? propose.
Va bene, risposi.
Sul lato che dava sullo stretto si stagliava uno scoglio alto forse due metri dalla cui sommit ci tuffammo. Il vento era freddo, ma il mare era caldo, cos rimanemmo in acqua per quasi unora prima di uscire e sdraiarci sulla roccia ad asciugarci.
Dopo che ci fummo rivestiti, Geir estrasse un accendino dalla tasca e me lo mostr.
Dove lhai preso? gli chiesi.
Era nella casa delle vacanze, spieg.
Diamo fuoco a qualcosa?
S, lidea era questa".
Tra le intercapedini della roccia cresceva ovunque lerba e al centro dellisolotto cera una minuscola zona pianeggiante.
Geir si accovacci e, proteggendo laccendino con la mano, diede fuoco a un piccolo ciuffo derba, che si incendi subito con una fiamma chiara, quasi trasparente.
Me lo presti? gli chiesi.
Geir si raddrizz, e dopo aver scostato lateralmente la frangia indurita dal sale mi porse laccendino.
Attento, esclamai. Stai attento! Si sta diffondendo!
Geir si mise a pestare il fuoco con il piede mentre rideva. Ci era quasi riuscito quando allimprovviso la fiamma riprese a guizzare un po pi lontano, dove laveva gi spenta.
Hai visto? disse.  ricominciato da solo!
Lo spense una seconda volta mentre mi dirigevo verso il piccolo tratto pianeggiante per incendiare lerba che cera l. In quel punto si lev una forte folata di vento. Il fuoco si sollev come un manto di fiamme.
Dammi una mano, dissi. Ci sono troppi punti da spegnere".
Saltammo e calpestammo con tutte le nostre forze riuscendo a soffocare linizio di incendio.
Passami laccendino, chiese Geir.
Glielo restituii.
Adesso diamo fuoco in pi posti contemporaneamente, disse.
Okay".
Cominci dal punto in cui si trovava, mi allung laccendino, io corsi fino al lato opposto e accesi, poi mi precipitai verso di lui, che si era spostato, e diedi fuoco anche l.
Senti come crepita!
Era vero. Il fuoco crepitava e scoppiettava nellerba mentre lentamente avanzava ingoiando tutto al suo passaggio. L dove lo avevo appiccato pareva quasi un serpente.
Si lev una nuova folata di vento che spingeva verso lentroterra.
Accidenti! esclam Geir quando le fiamme si alzarono di qualche decimetro e al contempo divoravano una bella fetta di erba.
Cominci a saltellare e a pestare i piedi come un invasato. Di colpo fu inutile.
Aiutami, disse.
Avvertii nella sua voce un panico crescente.
Anche io presi a pestare con i piedi. Una nuova folata di vento ed ecco che alcune fiamme ci arrivavano adesso fino alle ginocchia.
Oh, no! gridai. Pure laggi sta bruciando alla grande!
Togliti la maglietta, spegniamo lincendio usando le magliette! Una volta lho visto fare in un film!
Dopo essercele tolte, ci mettemmo a picchiarle per terra. Il vento continuava a portare scompiglio tra le fiamme, che ogni volta si allargava ed espandeva.
Adesso stava bruciando per davvero.
Saltavamo e pestavamo come forsennati, ma inutilmente.
Niente da fare, comment Geir. Non si riesce".
Anzi,  sempre peggio".
Che cosa facciamo?
Non lo so. Perch non usiamo la sassola? suggerii.
La sassola? Ma sei scemo?
No, non sono scemo, replicai.  solo una proposta".
Oh no, lincendio si stava diffondendo. Ne sentivo il calore anche se ero a parecchi metri di distanza.
Filiamocela, disse Geir. Dai, vieni!
E cos, mentre le fiamme danzavano crepitando attraverso lerba, in modo sempre pi selvaggio, spingemmo la barca in acqua. Geir si sedette ai remi e cominci a darci dentro, se possibile con maggiore intensit dellandata.
Cazzo, borbottava ogni tanto. Accidenti se bruciava! Miseria!
S. Chi lavrebbe mai creduto?
Almeno io, no".
Neanche io. Speriamo solo che non lo veda nessuno".
Fa lo stesso, concluse Geir. La cosa pi importante  che nessuno abbia visto noi".
Quando raggiungemmo la terraferma, trascinammo la barca dentro il bosco per nascondere le tracce. Sulle magliette cera della fuliggine, cos le immergemmo e le strizzammo in acqua, per sicurezza facemmo lo stesso anche con i pantaloncini. Se qualcuno ci avesse chiesto qualcosa, avremmo detto che avevamo fatto il bagno con indosso i pantaloncini e ci erano cadute le magliette in mare. Poi ci immergemmo anche noi in modo da liberarci dellodore di fumo e tornammo a casa.
Da lontano vidi che non cera anima viva nella parte anteriore del giardino. Mi fermai in corridoio: nessun rumore. Andai furtivamente nella stanza della caldaia, appesi la maglietta ad asciugare e a torso nudo salii in camera, ne presi unaltra dallarmadio e cambiai i pantaloncini.
Dalla finestra della stanza di Yngve vidi che pap era nel prato sdraiato sul lettino. Era capace di prendere il sole per ore senza muoversi, come una lucertola. Ecco da dove veniva la sua pelle abbronzata. Da qualche parte nei paraggi si sentiva il suono di una radio, la mamma doveva essere in terrazza sotto la finestra del soggiorno.
Unora dopo entr in camera mia con un deodorante per me. MUM uomo, si chiamava. Era un flaconcino di vetro di colore blu e sapeva di dolce e di buono. Pensai: per uomo. Io ero un uomo. Perlomeno uno giovane. Avrei cominciato le medie tra qualche settimana e usavo il deodorante.
La mamma mi spieg che non dovevo fare altro che passarlo sotto lascella per qualche volta dopo che mi ero lavato. Ma sempre dopo che mi ero lavato, mai senza averlo fatto, lodore sarebbe soltanto peggiorato.
Quando se ne fu andata, feci come mi aveva detto, per un po annusai quella fragranza nuova che emanavo, poi continuai con il libro che stavo leggendo, Dracula, la mia opera preferita, era la seconda volta, ma era eccitante come la prima.
 ora dello spuntino serale! grid la mamma. Appoggiai il volume e mi fiondai in cucina.
Pap era seduto al suo posto, scuro nel corpo e negli occhi. La mamma vers lacqua bollente nella teiera prima di appoggiarla in tavola tra di noi.
Martha ci ha invitato ad andare alla loro casa al mare oggi, disse la mamma.
Non se ne parla proprio, replic pap. Ha detto qualcosaltro?
La mamma scosse la testa.
Niente di particolare".
Tenevo gli occhi sul tavolo mentre mangiavo il pi velocemente possibile, ma facendo in modo che non si pensasse che volevo svignarmela.
Nei paraggi si sent il rombo di un motore che veniva acceso, toss un paio di volte prima di spegnersi nuovamente. Pap si alz e guard fuori dalla finestra.
I Gustavsen non sono in ferie? chiese.
Nessuno rispose, guard me.
S, risposi. Ma non Rolf e Leif Thore. Loro sono a casa da soli".
Lautomobile ripart. Questa volta il motore and su di giri, poi fu inserita la marcia e il rumore si alz e si abbass in modo repentino e a colpi.
Comunque qualcuno sta usando la loro auto, comment pap.
Mi alzai per andare a vedere.
Siediti! disse pap.
Mi sedetti.
Cosa sta succedendo? domand la mamma.
Quella marmaglia sta prendendo in prestito di nascosto lauto dei genitori".
Si gir e guard la mamma.
Non  incredibile? disse.
Il rombo dellautomobile si spost a singhiozzi lungo la via.
Non hanno nessun controllo sui figli? sbott pap. Leif Tore va in classe con Karl Ove. Ruba lauto ai propri genitori?
Mandai gi lultimo boccone di pane, versai un po di latte nel t per raffreddarlo abbastanza in modo da berlo in un sorso. Mi alzai.
Grazie per lo spuntino, dissi.
Non c di che, rispose la mamma. Vai a dormire?
Credo di s".
Buona notte".
Buona notte".
Pap entr prima che io spegnessi la luce.
Tirati su, disse.
Eseguii.
Mi guard a lungo.
Sento dire che hai fumato, Karl Ove, esord.
Cosa? esclamai. Ma non lho fatto! Lo giuro, non  vero!
Non  quello che ho sentito dire. Ho sentito dire che tu hai fumato".
Alzai velocemente lo sguardo e incrociai il suo.
Allora? insistette.
Abbassai gli occhi.
No, risposi.
La sua mano sullorecchio.
Invece s, disse torcendolo. Lhai fatto, vero?
No-o! gridai.
Moll la presa.
 stato Rolf a dirmelo, continu. Vorresti insinuare che Rolf mi dice le bugie?
S, deve averlo fatto, risposi. Perch io non ho fumato".
Perch mai Rolf dovrebbe mentire?
Non lo so".
E perch piangi? Se hai la coscienza pulita? Ti conosco, Karl Ove. Lo so che hai fumato. Ma che non lo rifarai. Quindi per questa volta, lasciamo stare".
Si gir e usc, cupo come era entrato.
Mi asciugai gli occhi con il copripiumone e rimasi sdraiato a guardare il soffitto per un po, di colpo perfettamente sveglio. Non avevo fumato.
Comunque sapeva che avevo combinato qualcosa.
Come faceva a saperlo?
Come poteva saperlo?
Il giorno dopo non resistemmo alla tentazione e passammo davanti allisolotto con la barca.
 completamente nero! proruppe Geir mentre si riposava sui rami.
Ridemmo cos tanto che a momenti stavamo per finire in acqua.
Anche se quellestate esternamente era come tutte le altre  eravamo andati a Srbvg, eravamo stati nella casa di villeggiatura dei nonni paterni, e il resto del tempo lavevo trascorso bighellonando nel quartiere e unendomi a chiunque ci fosse in giro quando non ero sdraiato a leggere  allinterno la sua natura era molto diversa perch quello che mi aspettava mentre trascorreva non era soltanto un nuovo anno scolastico come tutti gli altri nuovi anni scolastici, no: durante la festa finale a giugno il preside aveva tenuto un discorso rivolto solo a noi perch avevamo concluso il nostro iter scolastico alle elementari di Sandnes, quellepoca era passata, adesso dopo le vacanze avremmo cominciato la settima alla scuola media di Roligheden. Non eravamo pi bambini, ma ragazzi.
Lavorai in unazienda ortofrutticola per tutto luglio, me ne stavo sui campi dalla mattina presto sotto il sole cocente a raccogliere e impacchettare fragole, a diradare le carote, a met giornata mangiavo il pi velocemente possibile il pranzo al sacco seduto su una roccia in modo da avere il tempo per recarmi in bicicletta al laghetto di Gjerstadvannet a fare il bagno prima di riprendere il lavoro. Tutto quello che guadagnavo lavrei usato per gli sfizi alla Norway Cup. La settimana in cui cera il torneo di calcio, la mamma e il pap fecero escursioni in montagna. Quellestate ci fu una terribile ondata di caldo, stavamo giocando su un campo di terra battuta, per via del calore ebbi un collasso e mi portarono in una specie di ospedale da campo che si trovava allinterno di quellenorme pianura, dove mi ripresi verso sera, in lontananza qualcuno stava suonando More Than This dei Roxy Music, alzai lo sguardo verso il soffitto della tenda ed ero cos felice come non lo ero mai stato prima, per qualche strano motivo che non capivo, ma accettavo.
Forse perch in quei giorni ero in giro con Kjell, avevo cantato le canzoni dei Police fino a far rintronare le pareti della metropolitana, avevo parlato con ragazze sconosciute, mi ero comprato un mucchio di spille da un venditore ambulante, tra cui quelle degli Specials e dei Clash, oltre a un paio di occhiali da sole neri che portavo sempre fino a quando ero sveglio?
S, poteva essere per quello, Kjell aveva un anno pi di me ed era il ragazzo pi ambito e corteggiato dalle ragazze. Sua madre era brasiliana, ma non solo aveva gli occhi scuri, i capelli neri ed era bello, era anche un duro ed era rispettato da tutti. Il fatto che lui non sembrasse avere nulla contro di me fu per me un grande balzo in avanti, mi elevava enormemente rispetto a Tybakken e ai ragazzi di quella zona. Loro non volevano avere niente a che fare con me, invece Kjell s, quindi che importanza aveva? Bazzicai anche Lars durante il nostro viaggio a Oslo, e anche quello era pi di quanto sperassi.
Probabilmente era per questo che ero cos inverosimilmente felice mentre me ne stavo l sdraiato. Ma forse era anche per via di quel brano dei Roxy Music, More Than This. Quel pezzo era cos accattivante e bello, e intorno a me, in quelloscurit bionda, chiara, azzurrognola che contrassegnava le notti estive norvegesi, giaceva una grande citt, non soltanto piena di persone di cui non conoscevo nulla, ma anche di negozi di dischi con centinaia, forse migliaia, di buone band sugli scaffali. Luoghi dove quei gruppi di cui avevo soltanto letto in effetti tenevano i loro concerti. In lontananza si sentiva il brusio del traffico, ovunque il suono di voci e risate, e Bryan Ferry cantava More than this  there is nothing. More than this  there is nothing.
Una sera tardi a met agosto andammo tutti quanti a Torungen per pescare granchi. Pap aveva comprato una potente torcia subacquea e si era portato dietro un rastrello, oltre alla maschera, alle pinne e a una tinozza bianca, vuota. Unintera colonia di gabbiani si alz in volo quando arrivammo a riva, urlavano sbattendo le ali sopra le nostre teste, alcuni di essi si tuffarono con tale violenza che quasi ci fecero il pelo, era qualcosa di violento e pauroso, ma tutto si attenu quando raggiungemmo lestremit dellisola e il mare giaceva nero come la notte davanti a noi. La mamma accese un fal, pap si spogli, si infil le pinne e scivol in acqua con una torcia in mano, mise la maschera e scomparve sotto la superficie. Quando riemerse, lacqua gli zampillava dal boccaglio formando una piccola cascata.
Non ce nerano, disse. Proviamo un po pi in l".
Yngve e io ci avviammo lentamente verso gli scogli. I gabbiani continuavano a gridare dietro di noi. La mamma preparava da mangiare.
Riemerse, questa volta con un granchio enorme dalle chele divaricate in una mano.
Venite qui con la tinozza! disse. Yngve si avvicin fino al bordo dellacqua, pap lo infil nel recipiente e si allontan nuovamente a nuoto.
Provavo un certo imbarazzo, non era cos che si prendevano i granchi, ma si usava un rastrello mentre si arrivava sulla terraferma e usando la torcia. Daltro canto sullisolotto ceravamo soltanto noi.
Dopo, quando la tinozza fu piena di granchi brulicanti, pap si sedette accanto al fal per scaldarsi mentre grigliavamo gli hot dog e bevevamo bibite. Mentre stavamo tornando verso la barca e pap era intento a spegnere le fiamme sfrigolanti con un secchio di acqua di mare, io scoprii un gabbiano morto che giaceva in un piccolo avvallamento della roccia. Lo toccai. Era caldo. Allimprovviso una zampa fu percossa da un tremito e io sobbalzai. Non era morto? Mi chinai in avanti e premetti il dito contro il petto bianco. Nessuna reazione. Mi alzai. Era una cosa sgradevole che si trovasse proprio l. Non tanto per il fatto che fosse morto, ma perch mi pareva quasi osceno con la sua nitidezza di colori e linee. Il becco arancione, gli occhi gialli e neri, le grandi ali. E le zampe, squamose e simili a quelli di un rettile.
Cos che hai trovato? chiese pap dietro di me.
Mi girai e mi illumin il viso con la torcia. Alzai la mano per proteggermi.
Un gabbiano morto, risposi.
Abbass il cono di luce.
Fammi vedere, disse. Dov?
L, risposi indicando con il dito.
Un attimo dopo luccello si trov avvolto dal bagliore della luce, come su un tavolo operatorio. Gli occhi scintillavano per via del riflesso.
Da qualche parte ci saranno probabilmente dei piccoli che non se la passeranno molto bene, comment.
Credi?
S, i piccoli sono ancora nei nidi. Ecco perch erano cos inferociti con noi".
Ritorno verso la citt scintillante di luci, attraverso lo stretto, fino al molo, tutto il tempo con il ticchettare dei granchi e quel frusciare spettrale che proveniva dai due secchi pieni. Pap li boll non appena arrivammo a casa, e cera un che di liberatorio nellassistere alla spietatezza delloperazione: vivi venivano sollevati dal secchio, vivi cadevano nellacqua bollente, morti galleggiavano rigirandosi lentamente nel biancore delle ossa e con il guscio marroncino.
Due giorni dopo quellescursione notturna pap si trasfer a Kristiansand. Aveva ottenuto la cattedra di insegnante al liceo di Vennesla, era troppo lontano per fare il pendolare, cos aveva preso in affitto un appartamento in un condominio a Slettheia. Vi trasport tutte le cose che gli servivano, in tre volte con un piccolo rimorchio che gli avevano prestato, e da quel momento in poi si fece vedere a casa soltanto il fine settimana e con il passare del tempo a malapena quello. Lintenzione era che lui avrebbe cercato una casa nella zona di Kristiansand e che noi ci saremmo trasferiti l dopo lestate successiva.
Per me fu un grande sollievo che lui se ne andasse. Che avesse cambiato lavoro proprio lautunno in cui avrei iniziato la scuola dove lui aveva lavorato per tredici anni era una fortuna quasi sfacciata. Se fosse rimasto l a lavorare, avrei pensato continuamente al suo sguardo e difficilmente avrei osato sollevare un dito senza aver riflettuto prima sulle conseguenze. Cos era stato per Yngve. Ma cos non fu per me.
I primi giorni alle medie ricordavano quello che avevamo vissuto quando sei anni prima avevamo cominciato la prima. Tutti gli insegnanti erano nuovi e sconosciuti, tutti gli edifici erano nuovi e sconosciuti e a parte quelli che frequentavano alle elementari la stessa classe, tutti gli studenti erano nuovi e sconosciuti. Qui valevano altre regole e altri codici, qui circolavano altre voci e altre storie, qui latmosfera era unaltra. Nessuno giocava alle medie. Nessuno saltava la corda, giocava a elastico o con la palla, nessuno giocava a ce lhai o a nascondino o a tutti quei giochi che facevamo in cortile. Lunica eccezione era rappresentata dal calcio, che si giocava l come alle elementari. No, quello che si faceva alle medie nellintervallo, era bighellonare. Quelli che fumavano se ne stavano per conto loro in un angolo sotto il riparo per la pioggia a parlare, a ridere e a giocherellare con i loro accendini e sigarette, alcuni con indosso giubbotti di pelle, altri di jeans, quasi tutti con un qualche tipo di motorino, perch le moto appartenevano alla vita che conducevano. Correvano voci su alcuni di loro, che avessero partecipato per esempio a furti con scasso, che si fossero presentati a scuola ubriachi o addirittura avessero fatto uso di droga, cose che naturalmente gli interessati non negavano, ma neppure confermavano, era come se fossero avvolti da un sentore di mistero e di male e chi tra tutti se non John si un a loro gi il primo giorno di scuola ridendo quella sua risata roca? Chi faceva parte di quel gruppo disprezzava il sapere offerto dai libri, odiava la scuola, la maggior parte di loro era brava nelle attivit manuali e desiderava entrare nel mondo del lavoro gi quando frequentava lottava, e venivano accontentati, e questo valeva per tutti i casi disperati perch la scuola era soltanto felice di liberarsi di loro. Ma fatta eccezione per la sigaretta che pendeva allangolo della bocca in effetti si comportavano come gli altri studenti, perch anche questi ultimi si radunavano in gruppetti e parlavano e ridevano. Le ragazze da una parte, i ragazzi dallaltra. Ogni tanto alcuni di loro si accanivano su alcune di loro, allora si poteva assistere a qualche corsetta avanti e indietro, allo scambio di qualche parola pesante, a volte scoppiava una zuffa tra due ragazzi e in quel caso tutti quelli che si trovavano in cortile venivano attratti verso i due contendenti alla stregua di nuotatori in balia della marea, era impossibile resistere.
Ci vollero parecchie settimane prima che ci adattassimo alla nostra nuova esistenza scolastica. Bisognava testare tutto. I limiti e le preferenze degli insegnanti andavano mappati. Dovevamo scoprire fino a dove era possibile spingersi. Quello che valeva dentro le pareti della classe e quello che valeva allesterno.
In scienze avevamo Larsen, il professore che si era presentato a scuola ubriaco, aveva sempre laspetto di uno che aveva dormito vestito sul divano ed era appena stato svegliato, indipendentemente dallora e dal giorno in cui avevamo lezione con lui, era sempre un po apatico e poco concentrato, ma amava fare esperimenti, fumo e botti, quindi le sue ore ci piacevano. Di musica avevamo Konrad, era responsabile del club per i giovani, vestiva sempre camicie che assomigliavano a delle camicette con sopra un gilet nero, portava gli occhiali, aveva il viso rotondo, i baffi e una piccola luna al centro della testa, era gioviale e giovanile, chiamava tutti per nome, di matematica avevamo lex insegnante di Yngve, Vestad, un tipo pelato e rossiccio con gli occhiali e occhi acuti, in economia domestica la Hansen, una signorina modello missionario, rigida e dai capelli grigi che sembrava genuinamente interessata a insegnarci a friggere le polpette di pesce e a far bollire le patate, in inglese, norvegese, cristianesimo, storia e geografia il nostro insegnante era Kolloen, un uomo esile e alto che aveva quasi trentanni dai lineamenti del volto molto marcati e che aveva poca pazienza, perlopi manteneva le distanze da noi, ma ogni tanto era capace di mostrare un guizzo sorprendente e improvviso di empatia e partecipazione.
Questi insegnanti non si limitavano a fornirci commenti generali e giudizi, come avevano fatto quelli delle elementari, no, adesso ci davano i voti per tutto quello che facevamo. Questo cre in classe una tensione e una eccitazione del tutto nuove perch allimprovviso avevamo nero su bianco la risposta a tutte le nostre intuizioni sui lati deboli e su quelli forti di ciascuno di noi. Era impossibile tenere i voti segreti, o meglio, era fattibile, ma veniva considerato un brutto gesto. Io ero su M, M+ e qualche rara volta arrivavo fino a S, e qualche rara volta scendevo a G, ma negli ultimi mesi avevo cominciato a cogliere i segnali per cui essere bravo a scuola non era un fatto positivo, che una S, al contrario di quanto si era spinti a credere, era segno di un deficit caratteriale, e non il contrario, come avrebbe invece dovuto esprimere inizialmente. La fama di cui godevo era da tempo in declino, adesso stavo cercando di ribaltare il processo e di rifarmi una nomea positiva, senza che naturalmente pensassi in concreto e in modo risoluto alla cosa, tutto si basava su intuizioni e presentimenti che si ricollegavano a quella forma di correzione di natura sociale in cui tutti si imbattevano ovunque. In questo lavoro avevo un grande vantaggio, cio il calcio, attraverso cui avevo conosciuto molti di quelli che l frequentavano la ottava e la nona, tra cui un quattro, cinque di loro che godevano di grande considerazione, da parte sia dei ragazzi che delle ragazze. Come unico della classe potevo avvicinarmi al gruppo a cui apparteneva Ronny, per esempio, o Geir Helge o Kjell o tutti quanti insieme in una volta sola, senza che loro mi fissassero con aria interrogativa o cominciassero a sfottermi. A dire il vero non si curavano di me, non era molto quello che ricevevo da loro, ma non era quella la cosa pi importante, la cosa pi importante era che io potevo starmene l e tutti erano in grado di vederlo. In un attimo Geir e Geir Hkon e Leif Thore erano passati dallessere dei piccoli re a dei piccoli giullari, qui non erano niente, qui dovevano ricostruire nuovamente la propria immagine e chiss se ce lavrebbero fatta nellarco dei tre anni che avevano a disposizione. Io non guardavo pi nella loro direzione, tranne che in classe, che per non contava pi.
Durante le prime settimane di scuola Lars divenne il mio migliore amico. Frequentava la sezione parallela alla mia e rappresentava in un certo senso qualcosa di nuovo, abitava a Brattekleiv, dove noi di Tybakken ci trovavamo raramente, e giocava a calcio. Era socievole, conosceva tanta gente, andava daccordo con tutti. Aveva i capelli ricci, di un biondo rossiccio, era sempre di buon umore, rideva ad alta voce e in modo nitido e deciso, scherzava con tutti, raramente in modo cattivo. Suo padre era ex campione europeo di pattinaggio su ghiaccio, aveva partecipato a numerosi campionati mondiali e olimpiadi, tra cui Squaw Valley, la loro tavernetta era piena di coppe, medaglie e diplomi e cera anche una grande corona dalloro, rinsecchita e sbiadita. Era un uomo gentile e premuroso, ma deciso, sposato con una danese che faceva sempre di tutto per far star bene le persone che aveva intorno a s.
Con Lars come amico tutto quello che poteva giungere da Tybakken mi rimbalzava via. Al contempo io stesso ero cambiato, successe quasi da un giorno allaltro, non mi interessava pi compiere buone azioni, al contrario iniziai a imprecare e dire parolacce, mi misi a rubare la frutta nei giardini altrui, a scagliare i sassi contro i lampioni e le finestre delle baracche, potevo rispondere da ribelle a lezione e smisi di pregare Dio. Che libert era insita in tutto questo! Adoravo andare a rubare le mele e maggiore era il rischio, tanto meglio. Fermare la bici sul bordo della strada la mattina diretto a scuola, precipitarsi dentro il giardino, arraffare un cinque, dieci mele in piena luce del giorno e poi salire nuovamente sul sellino e proseguire come se niente fosse mi dava una sensazione favolosa, di un genere che non avevo mai provato e che non sapevo esistesse. Uno dei giardini che superavo era stato allestito da poco e al centro cera un unico e piccolo melo, che aveva una sola mela e non bisognava essere dotati di un grande spirito di immedesimazione per capire che quella mela era particolarmente importante per il padre che aveva piantato lalbero quella primavera, e per i suoi due figli piccoli, che tutti i giorni non vedevano lora che la mela, che per loro doveva essere la Mela, diventasse matura. Era la loro mela quella che io vedevo appesa tutti i giorni mentre andavo a scuola, e alla fine la presi.
Non la sera, quando era buio e la possibilit di non essere visto era grande, no, lo feci una mattina recandomi a scuola, mi bast appoggiare la bici, scavalcare il recinto, attraversare il prato, prendere la mela e affondarci i denti mentre tornavo indietro. Mi si era aperto un mondo. Non rubavo ancora nei negozi, ma ci stavo pensando e ne valutavo in continuazione la possibilit. A casa invece non cambiai atteggiamento se non per il fatto di comportarmi in maniera pi libera, ero pi felice, parlavo di pi, cosa che probabilmente la mamma non not pi di tanto poich la mancanza di libert era fortemente connessa alla presenza di pap e la sua rabbia si manifestava appieno quando eravamo soli con lui. Insieme a mamma e Yngve ero sempre stato cos. Con la mamma avevo sempre parlato di tutto, cio, raramente di quello che riguardava direttamente il mondo esterno, era pi di ci che pensavo in un dato momento, ci che mi affiorava sulle labbra, ogni genere di idea o di pensiero, ma in quel periodo cominciai a essere pi consapevole di quello che le dicevo, e di quello che non le dicevo, perch capivo che era importante che uno dei due mondi rimanesse pulito e luminoso e non contenesse nessuna delle tante ombre che albergavano nellaltro.
Quellautunno li aprii entrambi, ma non si trattava di un portone automatico del garage che si spalancava in modo meccanico, lapertura era viva e organica, come gestita da un muscolo: tutti i venerd, quando pap tornava, a casa il mondo si richiudeva intorno a me, rispuntavano i vecchi modelli e per questo ci rimanevo il meno possibile. Ma mentre il mondo a casa era ben noto e sempre uguale nella sua imprevedibilit, quello esterno era vasto e incontrollabile, o meglio, quello che accadeva, accadeva in modo nitido, palese e indubbio, erano invece le cause alla base degli eventi a essere cos terribilmente poco chiare.
Tutti i venerd veniva organizzato nella vecchia palestra della scuola il club per i giovani. Era aperto a tutti gli studenti delle medie. Da un paio danni per me era un luogo mitico, tanto allettante quanto irraggiungibile. Avevo visto Yngve vestirsi con cura prima di andarci, addirittura una volta con un piccolo foulard intorno al collo, sapevo che l si ballava, si giocava a ping-pong e a carambola, vendevano Coca-Cola e hot dog, a volte facevano vedere dei film, tenevano concerti e avvenimenti speciali. Che un giorno avremmo avuto il permesso di accedere a questo luogo miracoloso fu un acceso argomento di discussione, soprattutto tra le ragazze perch in qualche modo dovevano essere loro a identificarsi soprattutto in esso, come se il club fosse pensato preferibilmente per loro, ma a volte se ne parlava con lo stesso fervore anche tra noi maschi.
La prima sera che mi ci recai in bici avevo la sensazione che sarei stato iniziato a una specie di rituale. Laria era pungente, lungo la salita che portava alla scuola superai numerose ragazze della settima, tutte avevano fatto qualcosa in pi con il proprio aspetto, nessuna pareva la stessa. Parcheggiai la bicicletta allesterno, passai davanti al gruppetto intento a fumare, pagai lingresso ed entrai in quella palestra buia trasformata da faretti colorati e globi scintillanti, dove la musica rimbombava attraverso due amplificatori enormi. Mi guardai intorno. Cerano molte ragazze che frequentavano lottava e la nona, nessuna mi degn di uno sguardo, ovviamente, ma la maggior parte era della settima come me. Eravamo gli unici per cui il club costituiva ancora una novit.
La pista da ballo era deserta. La maggior parte delle ragazze sedeva ai tavoli disposti accanto alla parete, la maggior parte dei ragazzi si era accampato nelle altre stanze dove si poteva giocare a ping-pong e a carambola, oppure se ne stava davanti alluscita dove nel corso della sera si radunava sempre un gruppo con i motorini. Molti di loro avevano finito le medie, ma non da cos tanto tempo e per questo continuavano a tenere sottocchio le ragazze.
Ma io non ero l per giocare a ping-pong o per ciondolare in un parcheggio con una coca in mano. A me piaceva la musica, a me piacevano le ragazze, a me piaceva ballare.
Non osavo salire su una pista da ballo vuota. Ma nel momento in cui un paio di amiche avevano cominciato a danzare con una certe esitazione e a esse se ne erano aggiunte altre due, anchio mi buttai.
Preso dal ritmo e dalla piacevole consapevolezza di essere cos visibile, ballai con grande partecipazione. Una canzone, due, e poi andai alla ricerca di qualcuno che conoscevo. Mi comprai una Coca-Cola e mi sedetti insieme a Lars ed Erik.
Tutto il mio essere, con quellinteresse per i vestiti, le mie ciglia lunghe, la mia attitudine da saputello e la mia malcelata bravura a scuola facevano presagire una catastrofe prepuberale di proporzioni enormi. Il mio comportamento durante quelle serate non serv di certo a migliorare la mia posizione. Ma di ci non sapevo ancora niente. Non vedevo nulla dallesterno, ma vivevo tutto allinterno, dove il ritmo seducente, accattivante di Funkytown, le strane canzoni in falsetto dei Bee Gees, lavvincente Hungry Heart di Bruce Springsteen, il buio scintillante di luci, tutte le ragazze che si muovevano l dentro, con i loro seni e cosce, bocche e occhi, quegli odori arrapanti di profumi e sudore, erano le uniche cose che contavano. Dopo quelle sere di venerd tornavo a casa ebbro ed euforico, perch tutto quello che era normale era stato misteriosamente trasformato in un che di magico e anche se di colpo appariva come qualcosa di cupo, quasi indistintamente ombroso, era infinitamente ricco e allettante, pieno di speranza e possibilit. Perch, insomma, era della palestra che stavamo parlando! Cerano Slvi, Hege, Unni e Marianne! Geir Hkon, Leif Tore, Trond e Sverre! Quelli che vendevano erano hot dog con ketchup e senape! I tavoli e le sedie erano ovviamente gli stessi che usavamo nelle nostre aule. Le spalliere identiche a quelle con cui facevamo gli esercizi di ginnastica. Ma tutto questo non aveva nessuna importanza quando arrivavano il buio e le luci scintillanti, allora tutto veniva attratto in quel cerchio magico oscuro e carico di promesse, quando ogni cosa diventava occhi neri e corpi morbidi e deliziosi, cuori che battevano e nervi scalpitanti. Intontito lasciai il club il primo venerd, eccitato e carico di attese mi ripresentai a quello successivo.
Laspetto pi geniale di quel posto era che rendeva pi semplice approcciarsi alle ragazze. Di solito erano fuori portata, la maggior parte di loro aveva assunto negli ultimi mesi un che di blas, da donne di mondo, quello che facevamo noi maschi era infantile, si sedevano in un angolo al sole durante lintervallo con i loro mangianastri e parlavano o lavoravano a maglia, impossibile unirsi a loro. Per quanto ci provassi, perch parlavo ancora la loro lingua, i miei tentativi non conducevano a nulla, perch appena suonava la campanella ognuno se ne andava per conto suo.
Ma al club era diverso, l si poteva andare da una di loro e chiederle se voleva ballare. Se non si puntava troppo in alto e non ci si rivolgeva alla pi bella e pi gettonata di quelle della nona, andava sempre bene, dicevano di s e poi non bisognava fare altro che scendere in pista, stringersi al suo corpo morbido e caldo e ondeggiare e girare fino a quando la canzone era finita. La speranza era che il tutto sfociasse in qualcosa di pi, magari che seguissero occhiate languide e nascoste e sorrisetti ambigui, ma anche se questo non accadeva quei momenti erano preziosi in s, soprattutto per via di tutte le promesse che implicavano riguardanti un futuro paradiso fatto di nudit totali. Tutte quelle con cui ero stato insieme fino a quel momento, Anne Lisbet, Tone, Mariann e Kajsa, andavano a scuola e frequentavano il club, ma anche se ero ancora capace di provare una fitta al cuore quando le vedevo in compagnia di qualcun altro, per me erano del tutto morte e sepolte, da loro desideravo solo che non dicessero nulla alle altre su quello che ero stato. Questo riguardava soprattutto Kajsa. Avevo ben capito che quanto era successo nel bosco era stato ridicolo, mi ero comportato da perfetto idiota, me ne vergognavo profondamente e da tempo avevo deciso di non farne parola con nessuno, neppure a Lars. Soprattutto a Lars. Invece lei non aveva nessun motivo di sentirsi in imbarazzo e io la tenevo un po docchio quando era nelle vicinanze per controllare se, chinatasi in avanti, avrebbe sussurrato qualcosa e tutti si sarebbero girati a guardarmi. Non accadde. I colpi bassi giunsero invece da altre parti, pi inaspettate. Fin dalla quarta avevo un debole per Lise, che frequentava la sezione parallela, era bella e mi piaceva guardarla, il modo in cui sorrideva, che cosa indossava, il suo carattere tagliente, era una persona che non accettava passivamente le situazioni e lo diceva a chiare lettere se non le andava bene qualcosa, non aveva paura, eppure i tratti del suo volto erano dolci e, quando cominciammo la settima, le sue forme erano morbide e deliziose. Ero sempre pi convinto di puntare su di lei. Era la migliore amica di Mariann, e dopo che le controversie che erano insorte per il fatto che lavessi piantata si erano sopite definitivamente, di tanto in tanto parlavamo insieme oppure laccompagnavo a casa dopo la scuola e fu in una di quelle occasioni che mi rifer quello che Lisa aveva detto di me quel giorno.
Ero entrato nella vecchia palestra che in quel momento veniva usata come sala da pranzo dove potevamo mangiare le nostre fette imburrate durante lintervallo. Nel momento in cui avevo fatto la mia apparizione, Lise, che era seduta a un tavolo completamente occupato, vedendomi arrivare aveva detto, Che schifo,  cos disgustoso! Mi vengono i brividi quando lo vedo!
Io non la penso cos, aggiunse Mariann dopo avermelo raccontato. Per me non sei neanche una checca".
Checca? esclamai.
S, lo dicono tutti".
Che cosa?
Non lo sapevi?
No".
E come se fosse esistito una specie di accordo segreto secondo cui nessuno poteva chiamarmi cos apertamente se prima non ne fossi stato debitamente informato, anche se in modo discreto, subito dopo la conversazione con Mariann la cosa cominci a essere usata contro di me, diffondendosi quasi alla velocit della luce. Di colpo ero la checca. Tutti mi chiamavano cos. Le ragazze in classe, le ragazze delle altre classi, alcuni dei ragazzi della classe, ragazzi di altre classi, s, persino nella squadra di calcio. Di colpo John era capace di girarsi verso di me durante lallenamento dicendomi, sei proprio una checca. E anche bambini pi piccoli che andavano per esempio in quarta e abitavano nel quartiere erano riusciti a venirne a conoscenza e me lo gridavano dietro quando passavo. Checca, checca, checca, riecheggiava ovunque intorno a me. Era stato emesso un verdetto ai miei danni e non poteva essere peggiore di quello. Se litigavo con qualcuno, per esempio Kristin Tamara, lei liquidava qualsiasi argomentazione e mi distruggeva del tutto aggiungendo semplicemente, sei cos checca. Checca. Ciao, checca! Vieni qui, checca. La cosa mi stava logorando, non pensavo quasi ad altro, era come se nella mia coscienza si fosse eretto un muro che mi impediva di fuggire. La cosa peggiore era che non potevo farci niente.
Infatti non si trattava di comportarsi in maniera un po meno effeminata per un paio di giorni in modo che tutti avrebbero commentato ah, ma allora non sei una checca! No, la cosa penetrava nel profondo, dove sarebbe rimasta in eterno. Avevano unarma contro di me e la usavano senza piet. A eccezione di Lars, lui si limitava a dirmi che non dovevo prendermela, e di questo gli ero riconoscente, uno dei primi pensieri che ebbi allinizio fu che Lars non avrebbe pi voluto mostrarsi insieme a me, di colpo aveva cos tanto da perdere. Invece non lo fece. Neppure Geir n Dag Magne n Dag Lothar. Ovviamente neanche gli insegnanti o i genitori. Ma tutti gli altri s. Quella parola annientava tutte le altre qualit che possedevo, non importava cosa facevo o sapevo fare, io ero una checca.
Durante unora di biologia dedicata alla riproduzione della specie umana, come si chiamava, con la signora Srsdal, Jostein, il portiere della squadra che frequentava la sezione parallela, si era intrufolato nellaula e si era seduto a un banco libero. Non fu scoperto, la lezione cominci, la signora Srsdal si mise a parlare dellomosessualit e Jostein esclam, Karl Ove  un esperto in materia!  gay! Lasciate che vi spieghi lui! La risata che segu fu variegata, si era spinto troppo oltre e fu immediatamente buttato fuori, ma era stato piantato un seme. Forse anche io ero gay? Era quello che non andava in me? Presi anche io a meditarci sopra. Ero una checca, forse anche un gay e con questo ogni speranza era perduta. In quel caso non cera niente per cui valesse la pena vivere. Buio, mai era stato cos buio, come adesso.
Non dissi nulla alla mamma, ovvio, ma dopo qualche settimana trovai il coraggio di parlarne con Yngve. Stava percorrendo la salita che portava al negozio, quando lo raggiunsi.
Hai fretta? gli chiesi.
Abbastanza, rispose. Perch?
Ho un problema".
S?
 per come mi chiamano, spiegai.
Mi lanci una rapida occhiata, come se in realt non volesse saperlo.
Di che si tratta? riprese.
S셔 dissi. ȅ
Si ferm.
Come  che ti chiamano? Dillo, no!
S, mi chiamano checca, dicono che sono effeminato".
Yngve scoppi a ridere.
Come poteva ridere?
Non  poi una tragedia, Karl Ove, comment.
Accidenti, risposi, certo che lo ! Lo capisci, vero?
Pensa a David Bowie.  androgino. Nel rock  una bella cosa, sai. E anche David Sylvian".
Androgino? ripetei ed ero cos deluso, non aveva capito niente.
S, che ha unidentit sessuale ambigua. Un po uomo, un po donna".
Mi guard.
Passer, Karl Ove".
Non sembrerebbe, replicai prima di girare i tacchi e tornare a casa mentre Yngve proseguiva lungo la salita.
Avevo ragione, non pass, ma in un certo senso ci feci labitudine, era cos, io ero una checca e anche se i pensieri al riguardo mi tormentavano in un modo che non avevo mai sperimentato prima, e le ombre che lanciavano erano lunghe, avvennero intorno a me cos tante cose, la maggior parte di una tale intensit, da cancellare tutto il resto mentre accadeva.
Quello che facevamo era andarcene in giro. In effetti era quello che avevo sempre fatto, ma mentre per me e Geir in tutti quegli anni lo scopo era stato quello di andare alla ricerca di luoghi segreti, che erano soltanto nostri, ora succedeva il contrario, con Lars cercavamo posti dove poteva nascere qualcosa. Andammo ovunque in autostop, spingendoci fino a Hove se era il caso, gi a Skils, sul versante orientale, ce ne stavamo davanti al B-Max nella speranza che capitasse qualcosa, arrivasse qualcuno, ce ne stavamo alla Fina, vagavamo per la citt, ci recavamo in bicicletta fino al nuovo palazzetto dello sport anche se non dovevamo allenarci, fino alla sala parrocchiale dove i Ten Sing si esercitavano, perch al palazzetto cerano le ragazze, agli incontri religiosi dei Ten Sing cerano ragazze ed era proprio di loro di cui parlavamo e a cui pensavamo tutto il tempo. Ragazze, ragazze, ragazze. Chi aveva i seni grossi e chi li aveva piccoli. Chi sarebbe diventata bella, chi lo era gi. Chi aveva il sedere pi bello. Chi aveva le gambe pi belle. Chi aveva gli occhi pi belli. Con chi di loro potevamo avere qualche speranza. Chi era irraggiungibile.
Una buia sera dinverno prendemmo lautobus per Hastensund, dove abitava una ragazza che frequentava i Ten Sing, aveva i capelli biondi, era cicciottella, ma davvero magnifica, eravamo interessati a lei anche se aveva un anno pi di noi, bussammo alla sua porta e rimanemmo seduti in camera sua parlando con qualche riluttanza del pi e del meno mentre bruciavamo dal desiderio e mentre tornavamo a casa in autobus eravamo cos carichi di sensazioni da non riuscire quasi a spiccicare parola.
Un fine settimana che la mamma si rec a Kristiansand a trovare pap, Lars pernott a casa mia, mangiammo patatine, bevemmo Coca-Cola, mangiammo il gelato e guardammo la tv, era in primavera, la notte del 1o maggio, alla televisione avrebbero trasmesso un concerto rock per tenere in casa la giovent di Oslo che altrimenti quella notte se ne sarebbe andata in giro a lanciare pietre. Non avevamo riviste porno, non osavo tenerle in casa anche se adesso eravamo soli, cos ci accontentammo di Insektsommer di Knut Faldbakken, il passaggio che avevo letto cos tante volte che il romanzo si apriva da solo a quella pagina. Arrivammo alla conclusione che non potevamo rimanere da soli, dovevamo invitare qualche ragazza, e Lars sugger Bente.
Bente? dissi. Bente chi?
Quella che abita qui sopra, no, rispose Lars.  bella".
Bente? gridai quasi. Ma  pi giovane di noi!
La vedevo da una vita, da sempre era pi piccola di me, non era mai stata una ragazza che avevo preso in considerazione. Ma adesso si era sviluppata, continu Lars, laveva visto, aveva tette e tutto quanto. Ed era bella! Sul serio!
Non ci avevo mai fatto caso, per adesso che lui me lo faceva notare
Ci vestimmo in un baleno e ci dirigemmo di corsa a casa sua, suonammo il campanello. Fu sorpresa del nostro arrivo, ma venire gi da me, no, non poteva, non quella sera.
Okay, dicemmo, magari unaltra volta!
S, unaltra volta.
Ci risedemmo davanti alla tv a guardare una band dopo laltra mentre parlavamo di quello che stavamo vedendo e di tutte quelle di cui avremmo desiderato la presenza in quel momento. Siv, che veniva in classe con me e che non avevo mai preso in considerazione, era diventata allimprovviso interessante, andammo a suonare anche da lei. Cosa sarebbe successo dopo, non ne avevamo idea.
Ecco che cosa facevamo, vagavamo ovunque come due anime in pena spinti da un desiderio impossibile che ci riempiva. Leggevamo riviste porno, faceva fisicamente male vedere quelle foto, cos vicine e al contempo cos lontane, cos infinitamente lontane, senza che per questo ci impedissero di risvegliare in noi tutte queste sensazioni potenti. La cosa che bramavo di pi sarebbe stata quella di urlare a squarciagola ogni volta che vedevo una ragazza, buttarla a terra e strapparle i vestiti. Il pensiero mi faceva ispessire la gola e il cuore cominciava a martellare. Il fatto che fossero nude sotto gli indumenti mentre se ne stavano l in piedi davanti a noi, tutte quante, e che potevano toglierseli, dal punto di vista puramente teorico, era qualcosa da non credere. Era un pensiero impossibile.
Come facevano tutti ad andarsene in giro senza uscire di senno e passare allassalto?
Reprimevano quella pulsione? Facevano finta di niente?
Io perlomeno non ne ero capace. Non pensavo ad altro, era lunica cosa che avevo in testa, da quando mi svegliavo la mattina a quando mi coricavo la sera.
S, leggevamo i giornaletti porno. Giocavamo anche a carte, ovunque e in qualsiasi contesto fuori con il mazzo e vai con le carte, andavamo a casa della gente, andavamo al club dei giovani, ascoltavamo la musica, giocavamo a calcio, facevamo il bagno fino a quando era possibile, andavamo a rubare le mele, girovagavamo e bighellonavamo un po da una parte un po dallaltra mentre parlavamo in continuazione.
Kjersti?
Marianne?
Tove?
Bente-Lill?
Kristin?
Lise?
Anne Lisbet?
Kajsa?
Marian?
Lene?
La sorella di Lene?
La mamma di Lene?
Nel corso della mia vita non ho mai pi avuto una conoscenza cos approfondita come quella che possedevo nei confronti delle ragazze da cui eravamo circondati a quei tempi. In seguito sono stato in dubbio se En Australiareise fosse o meno un buon romanzo, o se Hermann Broch sia uno scrittore migliore di Robert Musil, ma non ho mai dubitato per esempio del fatto che Lene fosse una bella ragazza, e che appartenesse a tutta unaltra categoria di, per esempio, Siv.
Lars aveva anche molti altri passatempi e qualit che lo riguardavano, andava spesso in barca a vela, sia con suo padre e sua madre, sia da solo in un natante Europa. Era bravo a sciare, molto pi bravo di me, a volte andava con il padre a mli o a Hovden, l aveva i suoi vecchi amici, Erik e Sveinung. Quando era impegnato, rimanevo in camera mia a suonare musica, leggere libri, parlare con Yngve o la mamma. Nei boschi o sulla cima della montagna, gi ai pontoni o a Gamle Tybakken non ci andavo pi.
Una domenica di fine inverno mi recai in bicicletta da Lars. Sarebbe andato a mli con suo padre e Sveinung a sciare lungo le piste da slalom. Non potevo unirmi anche io perch era stato pianificato da tempo. Rimasi cos deluso e successe in modo cos inatteso che gli occhi mi si riempirono di lacrime. Lars se ne accorse e io mi girai per impedirgli di vedere, poi me ne andai. Lacrime, questo proprio no, era in assoluto la cosa peggiore.
Mi telefon quando arrivai a casa. Cera posto anche per me. Potevano passare a prendermi. Avrei dovuto dire di no, per mostrare che la cosa mi era indifferente e chiarirgli che le lacrime, che, come avevo notato, non aveva gradito affatto, non erano lacrime, ma soltanto un bruscolino nellocchio, un po di vento sulla cornea. Ma non ne fui capace, mli era un impianto sciistico coi fiocchi, non ero mai stato l, quindi ingoiai lorgoglio e andai con loro.
Suo padre sciava con uneleganza anni cinquanta che non avevo mai visto prima.
Ma le lacrime avevano deluso Lars e avevano deluso me. Perch non potevano starsene alla larga, adesso che avevo tredici anni? Adesso che era impossibile scusarle?
Durante unora di educazione tecnica, mentre eravamo nel laboratorio di falegnameria, John si mise di colpo a sfottermi, mi infuriai a tal punto che lo colpii alla testa con tutta la forza di cui ero capace con una ciotola in legno mentre piangevo come un pazzo, dovevo avergli fatto male, per punizione mi mandarono in corridoio, ma lui si limit a ridere, poi venne verso di me per chiedermi scusa, non sapevo che ti saresti messo a piangere, disse. Non volevo. Tutti avevano visto, avevano visto quanto fossi debole e patetico e di colpo tutti gli sforzi che avevo fatto per sembrare un duro, come i veri duri, erano stati vanificati da John, che aveva mostrato il culo allinsegnante gi il primo giorno di scuola e che una mattina si era presentato con le sopracciglia rasate, che aveva cominciato a marinare, e tutti erano dellidea che sarebbe andato a lavorare gi allottava. Andava salvato. Io cercavo di salvare me stesso. In garage Lars aveva i pesi, erano del padre, ma li sollevava anche lui e un pomeriggio gli chiesi di provare.
Ma certo, fai pure, disse.
Quanto sollevi? gli chiesi.
Lo disse.
Mi puoi aggiungere i pesi? gli domandai.
Non sei capace di sbrigartela da solo?
Non so come si fa".
Okay. Vieni".
Scesi con lui. Aggiunse i dischi e mise la barra al suo posto. Mi guard.
Devo farlo da solo, dissi.
Stai scherzando?
No. Vai pure. Vengo su dopo".
Okay".
Quando se ne fu andato, mi sdraiai sulla panca. Non riuscii neppure a muovere la barra. Neanche di un centimetro riuscii a sollevarla. Tolsi la met dei dischi. Ma ad alzarla non ci riuscii neppure adesso. Forse due o tre centimetri.
Sapevo che bisognava far scendere il bilanciere fino al petto e poi sollevarlo per tutta la lunghezza delle braccia.
Tolsi altri due dischi.
Niente.
Alla fine, dopo aver tolto tutti i pesi, sdraiato sulla panca, mi misi ad alzare e abbassare la barra, e soltanto questa, qualche volta.
Com andata? chiese Lars quando salii. Quanto sei riuscito a sollevare?
Non quanto te. Ho dovuto togliere due dischi".
Bene! Niente male, no? comment.
Gi".
Nel corso di tutti quegli anni, fin da quando ero in prima e stavo con Anne Lisbet, avevo pensato che ogni volta avrei imparato qualcosa. Che tutto sarebbe migliorato a ogni ragazza nuova. Che Kajsa sarebbe stata lultima sconfitta. Dopo di lei, s, sarebbe andata bene perch sapevo di cosa si trattava e quindi potevo evitare ogni tipo di errori.
Le cose non andarono cos.
Mi innamorai di Lene. Frequentava la sezione parallela alla mia. Era la pi bella della scuola. Non cera storia, era pi bella di tutte le altre, ma anche timida, una caratteristica che non avevo mai visto prima. Era insita nella sua persona una fragilit da cui era difficile non essere attratti e che faceva sognare.
Aveva una sorella che andava in nona, si chiamava Tove ed era lesatto contrario di Lene, anche lei era bella, ma in un modo pi selvaggio, provocatorio e malizioso. Entrambe erano corteggiatissime.
Ma Lene soltanto indirettamente, era il tipo di ragazza che uno osservava e desiderava in segreto. Perlomeno questo valeva per me. I suoi occhi erano sottili, gli zigomi alti, le guance morbide e pallide, di solito imporporate da un leggero rossore, era alta e slanciata, teneva la testa leggermente inclinata e quando camminava intrecciava spesso le mani. Ma aveva in s anche qualcosa della sorella, lo si notava di tanto in tanto quando rideva, il guizzo che le appariva in quel momento negli occhi turchesi, e in quella sicurezza mista a caparbiet che emergeva talvolta in lei, che era cos difficile da conciliare con limpressione per il resto dominante di sognante fragilit. Era una rosa, ecco cosera Lene. La guardavo e subito cominciavo a piegare la testa di lato come lei. In quel modo entrai in contatto con lei, in quel modo nacque tra di noi un legame. Non potevo sperare in qualcosa di pi, in realt, per me era troppo in alto perch io osassi avvicinarmi a lei in qualsiasi altra maniera. Il pensiero di chiederle se voleva ballare, per esempio, era assurdo. Parlarle improponibile. Mi accontentavo di guardare e sognare.
Invece mi misi con Hilde. Me lo chiese lei, io accettai, andava nella stessa classe di Lene, aveva un corpo muscoloso e potente, quasi mascolino, era pi alta di me di un bel pezzo, aveva dei lineamenti fini del viso e un modo di essere piacevole e gentile, e mi piant dopo due giorni perch, come disse, tu non sei minimamente innamorato di me. Per te esiste soltanto Lene. No, le risposi, ti sbagli, ma ovviamente aveva ragione. Lo sapevano tutti, io non pensavo ad altro e quando eravamo nel cortile della scuola durante lintervallo sapevo sempre dovera e con chi, e quellattenzione costante da parte mia non poteva di certo passare inosservata.
Un giorno Lars rifer di aver sentito dire da qualcuno che lei aveva dichiarato di non avere nulla contro di me. Anche se ero una checca. Anche se ero scoppiato a piangere durante la lezione di educazione tecnica. Anche se ero alquanto lento e goffo sul campo da calcio e riuscivo a malapena a sollevare la barra del bilanciere.
La guardavo nel cortile della scuola, lei incrociava il mio sguardo e sorrideva prima di girarsi con un leggero rossore sulle guance.
Pensavo che dovevo prendere loccasione al balzo finch mi si presentava. Pensavo che era ora o mai pi. Pensavo di non aver niente da perdere. Se diceva di no, be, sarebbe rimasto tutto come prima.
Se diceva di s, invece
Un venerd mandai da lei Lars con una domanda. Avevano frequentato la stessa classe per sei anni, lui la conosceva bene. E Lars torn con un sorriso sulle labbra.
Ha detto di s, mi comunic.
Davvero?
S. Adesso sei insieme a Lene".
Poi ricominci la stessa storia.
Adesso potevo andare da lei?
Guardai nella sua direzione. Mi sorrise.
Che cosa avrei dovuto dirle?
Vai da lei, insistette Lars. Dalle un bacio da parte mia".
Non mi spinse per tutto il cortile, ma ci manc poco.
Ciao, dissi.
Ciao, rispose.
Abbass lo sguardo, gir leggermente un piede sullasfalto.
Oddio comera bella.
Ohi, ohi, ohi.
Grazie per aver detto di s, esclamai.
Scoppi a ridere.
Non c di che, rispose. Che coshai alla prossima ora?
La prossima ora?
S".
Ehh norvegese?
Non chiederlo a me, disse.
Suon la campanella.
Ci vediamo dopo? chiesi. Dopo la scuola intendo dire".
Per me va bene, rispose. Ho allenamento al palazzetto dello sport. Possiamo vederci dopo l".
La questione non era come sarebbe andata, la questione era quanti giorni ci sarebbero voluti prima che non fosse pi andata bene e lei mi avrebbe piantato. Lo sapevo, eppure tentai, dovevo lottare, non si poteva mai sapere e ogni minuto che passavo in stato di veglia lei era presente in me, in parte come una specie di sentimento libero e senza pi freni, una sensazione costante, in parte come una percezione pi nebulosa del suo essere e del suo carattere. S, dovevo combattere, anche se a dire il vero non avevo niente con cui farlo. Non sapevo neppure in che cosa consistesse quella battaglia. Tenerla stretta a me, certo, ma come? Rimanendo me stesso? Ridicolo. No, dovevo ricorrere ad altri, di questo mi rendevo conto, e in quei giorni andai in giro con lei a trovare un po di gente in modo che tutta la conversazione non ricadesse sulle mie spalle. Fino al palazzetto con Lene, a Kjenna con Lene, al traghetto per Skils con Lene. A scuola ci avevano distribuito una Bibbia, lautunno dopo sarebbero iniziati i corsi di preparazione alla cresima e mi venne in mente che avrei potuto chiederle che cosa ne avesse fatto del suo esemplare, perch in quel caso avrei potuto dirle che avevo buttato via il mio, e poi potevo riproporre la stessa domanda anche agli altri. Lene ascoltava, Lene mi seguiva, Lene cominci ad annoiarsi. Era una rosa, ci baciavamo e camminavamo mano nella mano nel cortile della scuola, ma io ero soltanto un ragazzino e bench avessi i denti dritti e perfettamente bianchi dopo che mi avevano tolto lapparecchio, non era abbastanza, Lene si annoiava con me e una sera in cui mi segu allallenamento di calcio, la vidi allontanarsi dalla tribuna e sparire, rimase via per tutta lultima ora, io andai con gli altri a cambiarmi, intuivo che qualcosa non andava, mi fermai allingresso dove cera il banco della reception e il distributore automatico di Coca-Cola e guardai fuori: l cera Lene Rasmussen e l cera Vidar Eiker, parlavano e ridevano, e dal modo in cui lei rideva capii che non cerano pi speranze. Vidar aveva finito la nona lanno prima, apparteneva al gruppo che bazzicava la Fina, e aveva anche il motorino, a cui era appoggiato in quel momento.
Andai in tribuna a sedermi.
Dopo mezzora arriv Hilde. Si accomod accanto a me.
Ho brutte notizie, Karl Ove, disse. Lene non vuole pi stare con te".
S, risposi girando la testa in modo che non vedesse le lacrime che mi rigavano le guance. Ma lei se ne accorse lo stesso perch scatt in piedi come se si fosse scottata.
Piangi? disse.
No, risposi.
La ami per davvero? disse con voce sorpresa.
Non risposi.
Ma Karl Ove".
Mi asciugai le lacrime con una mano, tirai su con il naso e inspirai lentamente e tremando.
 l fuori? chiesi.
Annu.
Vuoi che ti accompagni? disse.
No. No. Vai pure".
Non appena fu sparita dietro la porta che si trovava alla fine della tribuna, mi alzai, mi buttai la borsa sulla spalla e uscii. Mi asciugai nuovamente le lacrime, percorsi velocemente il corridoio, sbucai nellingresso, aprii la porta, erano ancora l.
Chinai la testa e proseguii.
Karl Ove! disse lei.
Non risposi, e non appena furono fuori dalla mia vista cominciai a correre.
Lene si mise con Vidar, per parecchi mesi fui a pezzi, ma poi arriv la primavera che spazz via tutto con il suo vigore. Per una settimana quelli dellottava e della nona presero parte a un campo scuola, quindi rimasero soltanto quelli della settima e tra di noi si diffuse una specie di mania, cominciammo ad assalire le ragazze, uno arrivava da dietro e tirava su loro la maglia, un altro sopraggiungeva di fronte e toccava loro i seni nudi con le mani mentre lottavano per liberarsi e gridavano, ma mai cos forte da farsi sentire da qualche insegnante. Lo facevamo nei corridoi tra le aule, lo facevamo nel cortile della scuola e lo facevamo nei tratti di strada dove non cerano case. Circolavano voci che Mini, ystein e alcuni degli altri componenti del gruppo della Fina avessero fatto sesso con Kjersti, lavessero tenuta ferma, le avessero tirato gi i pantaloni e poi le avessero infilato un dito, cos una sera io e Lars andammo a casa sua pensando che magari avremmo potuto sperimentare qualcosa di simile, ma quando suonammo venne ad aprire il padre e quando arriv Kjersti e le chiedemmo se potevamo entrare, sulle sue labbra si dipinse un secco no, col cavolo che potevamo entrare, cosa credevamo?
Il bagliore che le illumin gli occhi era ancora pi sfacciato del nostro, sapeva esattamente che cosa volevamo. Alcune settimane dopo ci incontrammo a Hove alla Fiera della Imbarcazione, dove dentro un chiosco io e Lars vendevamo i biglietti per una grande lotteria il cui ricavato sarebbe andato al Trauma, avevamo anche un biglietto vincente che sottraemmo e che facemmo sparire quando vennero a darci il cambio, girammo per la fiera guardando le barche e la gente fino a quando la cosa non sembr pi sospetta perch avevamo in mente una frode vera e propria, infatti ci fermammo davanti al chiosco dei biglietti, comprammo ognuno il proprio, li aprimmo e mentre io mostravo il mio per chiedere se avevo vinto qualcosa, Lars sostituiva il suo con quello vincente. In quel momento cerano Christian e John che si rifiutarono di credere a Lars quando porse loro il biglietto vincente. Dissero che era vecchio. Noi negammo con tanta ostinazione che alla fine proposero di darci la met della vincita. Accettammo e cos ce ne andammo con unenorme scatola di cioccolatini sotto braccio, scalpitando dalle risate e di paura al pensiero di quello che avevamo fatto. Poco dopo ci imbattemmo in Kjersti.
Vieni a fare un giro con noi? le propose Lars.
Ma certo, rispose Kjersti e io provai una strana sensazione nel corpo quando lo disse.
Attraversammo il bosco e giungemmo fino alla spiaggia di ciottoli, dove ci sdraiammo e ci mettemmo a mangiare cioccolato.
Indossava un paio di pantaloni rossi e una giacca a vento blu e non disse niente quando laccarezzai con cautela sulla coscia. Neanche quando gliela passai allinterno. Lars fece lo stesso dallaltra parte.
Lo so cosa volete, comment. Scordatevelo".
Non vogliamo niente, risposi io deglutendo, con la gola spessa di desiderio.
Niente, conferm Lars.
Le passai una mano tra le gambe, gliela premetti sul pube e avrei potuto urlare di gioia e frustrazione. Lars alz furtivamente la mano verso la cerniera della giacca a vento e la abbass, poi la infil sotto il maglione. Feci lo stesso. La sua pelle era calda e bianca e sentii i seni sotto le dita. I capezzoli erano duri, i seni sodi. Ricominciai ad accarezzarla allinterno della coscia, appoggiai nuovamente la mano tra le gambe ma poi, mentre deglutivo senza sosta, commisi lerrore di abbassarle la cerniera dei pantaloni.
No, esclam. Che ti credi?
Niente, risposi.
Si raddrizz, abbass il maglione.
Ce ne sono ancora di cioccolatini?
S, certo, rispose Lars e cos rimanemmo l seduti a mangiare e a guardare il mare come se non fosse successo niente. Le onde somigliavano a cumuli di neve nellattimo in cui si infrangevano sugli scogli bassi e lisci. Alcuni gabbiani veleggiavano con le ali che tremavano al vento. Finita la scatola, ci alzammo e tornammo alla fiera passando nuovamente dal bosco. Kjersti ci salut, forse ci vediamo dopo, e noi decidemmo di andare a casa. Ma, per farlo, dovevamo passare dal chiosco dei biglietti, dove avevamo le biciclette. yvind, il nostro allenatore, non aveva unaria gentile quando ci vide. Negammo tutto. Ci disse che non era in grado di provare niente, ma che sapeva quello che avevamo fatto. Se no perch ci saremmo accontentati della met del premio? Continuammo a negare con tutte le nostre forze. Ci disse che era deluso, che non voleva pi averci davanti agli occhi per quel giorno, e noi tornammo a casa.
Il luned, prima che la scuola cominciasse, Lars alz il maglione a Siv e io le appoggiai entrambe le mani sui seni. Url dicendo che eravamo infantili prima di allontanarsi con la massima calma.
Durante la prima ora, che era di norvegese, ognuno di noi doveva andare a prendere un libro in biblioteca, leggerlo nellarco della settimana e poi presentarlo in un tema. Dissi che avevo letto tutte le opere presenti. Kolloen non mi credette. Ma era vero. Per ogni volume che tirava fuori chiedendomi di cosa trattasse, io glielo dicevo. Alla fine mi permise di scrivere di un altro libro. Questo significava che in quellora non avevo niente da fare. Scovai un testo di storia e mi sedetti al banco sotto la finestra. Fuori era nebbioso, ma caldo. Il cortile della scuola era deserto. Sfogliai il volume mentre guardavo le immagini.
Allimprovviso ne vidi una di una donna nuda. Era cos magra che le anche le sporgevano come delle ciotole. Si vedevano tutte le costole. Tra le gambe aveva un ciuffetto piccolo e nero. Dietro di lei cerano file di letti a castello, su cui intravidi altre sagome di donne.
Fui percorso da un brivido.
Non perch fosse cos magra, ma perch in lei non cera assolutamente nulla di attraente bench fosse nuda, e perch nella pagina successiva cera la foto di un enorme mucchio di cadaveri accatastati davanti a una fossa profonda dove ne erano stati buttati degli altri. Vidi quanto segue: le gambe erano soltanto gambe, le mani soltanto mani, i nasi soltanto nasi, le bocche soltanto bocche. Qualcosa che era cresciuto e si era formato da qualche altra parte e che adesso giaceva l, abbandonato a casaccio nella terra. Quando mi alzai, avevo la nausea e mi sentivo confuso. Poich non avevo niente da fare, uscii e mi sedetti vicino al muro. Il sole scaldava anche se cera foschia. Lerba che cresceva negli anfratti e negli avvallamenti di quella roccia che si trovava al centro, circondata da muri e asfalto, era lunga e oscillava avanti e indietro in quel vento mite. La nausea non mi passava perch era connessa a quello che stavo vedendo, faceva parte della stessa cosa. Lerba verde, i denti di leone gialli, i seni nudi di Siv, le cosce grosse di Kjersti, la donna scheletrica del libro.
Mi alzai e tornai dentro, chiamai Geir che venne da me con espressione interrogativa.
Ho trovato la foto di una donna nuda, gli dissi. Vuoi vederla?
Certo, rispose e io aprii il libro davanti a lui indicandogli la donna che sembrava uno scheletro.
Eccola, dissi.
Oh, cazzo, esclam Geir. Che schifo".
Che c? commentai. Non  forse nuda?
Oddio, ma sembra morta".
Era proprio cos. Pareva una morta vivente. O la morte in una forma vivente.
Il fine settimana dopo io e la mamma andammo a trovare pap. Era strano vederlo nel suo appartamento. Si trovava in un condominio a un piano superiore, era completamente bianco, il sole che splendeva attraverso le finestre lo inondava del tutto e cerano cos pochi mobili da dare lidea che non ci abitasse nessuno.
Che cosa ci faceva l?
Ci port dalla nonna e dal nonno, dove mangiammo, e poi a casa. Quando ci saremmo trasferiti l, nessuno lo sapeva con esattezza, dipendeva da tante cose, bisognava vendere la casa, comprarne una nuova, la mamma doveva trovarsi un lavoro, dovevamo cambiare scuola, quindi non ci pensai pi di tanto. Per non mi dispiaceva lidea di andarmene dalla zona residenziale e dalla scuola. Avevo la sensazione di aver giocato ormai tutte le mie carte. Commettevo un errore dopo laltro. Un giorno, al termine dellora di ginnastica, per esempio, mentre me ne stavo in corridoio davanti allaula, mi si avvicin Kjersti.
Sai una cosa, Karl Ove? esord.
No, risposi intuendo il peggio, lespressione del suo viso era beffarda.
Abbiamo appena parlato di te nello spogliatoio, continu. E siamo arrivate alla conclusione che non piaci a nessuna delle ragazze della classe".
Non dissi niente, mi limitai a guardarla, colmo di una rabbia improvvisa ed enorme.
Hai sentito? incalz. Non piaci a nessuna delle ragazze della classe!
La colpii con tutte le mie forze sul viso con il palmo della mano. Quel gesto brusco e lo schiocco che ne segu, che le lasci un segno rosso sulla guancia, fece s che i presenti si girassero.
Bastardo, grid sferrandomi un pugno sulla bocca. Le afferrai i capelli e glieli tirai. Mi colp allo stomaco, mi diede un calcio negli stinchi e a sua volta si attacc ai miei capelli, il tutto era una girandola di calci e pugni e tirare di capelli, e io, povero patetico piccolo stronzo, scoppiai in lacrime: tra tutti coloro che nellarco di secondi si erano riuniti intorno a noi, si sent gridare sta piangendo, ma non potevo farci niente, poi avvertii una mano enorme che mi agguantava per la collottola, era Kolloen, che stava tenendo Kjersti allo stesso modo chiedendoci che cosa voleva dire quel comportamento, stavamo facendo a botte? Io risposi che non era niente, Kjersti disse lo stesso, cos entrammo in classe ognuno con la rispettiva mano dellinsegnante sulla schiena, io condannato alla berlina perch avevo infranto non solo la regola del non piangere mai, ma anche quella di non azzuffarsi con una femmina. Kjersti destinata allo status di eroina perch era stata picchiata e aveva picchiato senza piagnucolare.
Fino a che punto si poteva cadere pi in basso?
Kolloen disse che dovevamo darci la mano. Lo facemmo, Kjersti mi chiese scusa sorridendomi. Quel sorriso non era sardonico, era in un certo senso di cuore, come se io e lei stessimo condividendo qualcosa.
Che cosa significava?
Lultima settimana di maggio scoppi il caldo, tutta la classe and a Bukkevika a fare il bagno, la sabbia era bianca, il mare blu e nel cielo sopra di noi ardeva il sole.
Anne Lisbet usc dallacqua.
Indossava lo slip di un bikini e una maglietta bianca. La t-shirt era bagnata e lasciava intravedere i suoi seni tondi. I capelli neri e bagnati scintillavano alla luce. Aveva sulle labbra il suo sorriso pi radioso. La guardai, non potei farne a meno, ma poi mi accorsi di qualcosa accanto a me, girai la testa ed ecco, l cera Kolloen, anche lui la stava osservando.
Non cera nessuna differenza nei nostri sguardi, lo capii immediatamente, lui vedeva la stessa cosa che vedevo io e pensava la stessa cosa che pensavo io.
Di Anne Lisbet.
Aveva tredici anni.
Quellistante non dur un secondo, lui abbass subito gli occhi quando lo guardai, ma fu sufficiente, e in quel momento cominciai a intuire qualcosa di cui fino ad allora non conoscevo neppure lesistenza.
Tre giorni dopo pap venne a prendermi presto a scuola, dovevamo andare a vedere una casa, si trovava a venti chilometri da Kristiansand, accanto a un fiume, forse lavremmo acquistata, dovevo esprimere il mio parere, con la massima sincerit. Dal modo in cui pap ne parl, che cera un fienile, che la casa era vecchia, era dellOttocento, che la propriet era grande, si poteva avere sia il giardino sia lorto, cerano alberi da frutto vecchi e maestosi e forse era possibile tenere delle galline, oltre a coltivare le proprie patate, carote ed erbe aromatiche, avevo gi deciso, gli avrei detto che mi piaceva, indipendentemente dal fatto che fosse cos o meno.
Quando arrivammo, con il cielo blu, lerba verde e il fiume che luccicava, corsi da una finestra allaltra e guardai dentro per mostrargli il mio entusiasmo, che non era del tutto falso, solo leggermente esagerato, e la questione fu decisa. Se ce la vendevano, lavremmo comprata. La mamma fece domanda di lavoro alla scuola di infermieristica, pap avrebbe continuato al liceo e io avrei iniziato a frequentare una scuola nuova. Che cosa avrebbe fatto Yngve era meno chiaro. Infatti si rifiut. Per la prima volta in vita sua si oppose a pap. Litigarono e non era mai successo prima. Non lo avevamo mai fatto con pap. Era lui quello che ci sgridava e noi quelli che subivamo.
Invece adesso Yngve disse di no.
Pap era furioso.
Ma Yngve continu con il suo no.
Non voglio frequentare lultimo anno a Kristiansand, disse. Perch dovrei farlo? I miei amici sono tutti qui, mi manca un anno per finire. Non ha senso ricominciare da unaltra parte".
Erano in soggiorno. Yngve era alto come pap.
Non lavevo mai notato prima.
Credi forse di essere grande, ma non lo sei, replic pap. Devi seguire la tua famiglia".
No, replic Yngve.
Okay, disse pap. Come hai intenzione di cavartela? Sentiamo, perch da me non avrai un soldo".
Far un prestito, rispose Yngve.
E chi te lo conceder, secondo te?
Ho diritto al prestito allo studio, continu Yngve. Ho controllato".
Hai intenzione di accollarti un prestito allo studio prima ancora di cominciare a studiare alluniversit? comment pap. Che idea brillante".
Se devo, devo, disse Yngve.
Dove andrai ad abitare? riprese pap. La casa sar venduta".
Prender in affitto una stanza".
Fai pure, disse pap. Ma da noi non avrai nessun aiuto. Neanche un centesimo. Hai capito bene? Se vuoi abitare qui, prego, accomodati, ma non venire poi a chiederci aiuto. Dovrai cavartela da solo".
S, rispose Yngve. Va bene".
E cos fu.
Quando in settima giunse lultimo giorno di scuola, si sapeva che mi sarei trasferito e i compagni di classe che avevo da sette anni mi avevano comprato dei regali daddio. Prima mi diedero un cavolo, dal momento che il mio nome, Karl, come mi chiamavano pi semplicemente alcuni, pronunciato con quellampia cadenza dialettale del posto suonava Kl, come cavolo, e con il passare del tempo quella parola era diventato il mio soprannome. Poi mi regalarono una scimmia di pezza, visto che assomigliavo a quellanimale.
Tutto l.
Poi uscimmo da quelle porte, io per non vederli mai pi.
Ma non era ancora del tutto finita. Infatti quella sera ci sarebbe stata una festa di classe da Unni. Alcune delle ragazze si erano incontrate prima nel pomeriggio per preparare tutto e verso le sei arrivarono gli altri in bicicletta. La festa si sarebbe tenuta in parte in giardino, in parte nel seminterrato della casa e mentre loscurit dellestate calava sulle colline antistanti, e tutti i tetti rossi delle case della zona residenziale scintillavano alla luce del sole che stava tramontando, essa cominci lentamente a degenerare anche se nessuno beveva. Un anno di pensieri e desideri segreti presero a materializzarsi. Era nellaria. Qualche mano si mise a frugare sotto qualche maglione, senza che quel gesto fosse frutto di qualche forma di violenza o brutalit, avveniva in modo intenso e intimo tra i cespugli di lill in giardino, le bocche si incontravano, le bocche si baciavano, allimprovviso alcune ragazze si tolsero tutto quello che avevano sopra e si misero ad andarsene in giro con i seni che oscillavano, si tratt di una specie di orgia prepuberale che lentamente raggiunse il culmine, e le stesse ragazze che soltanto un mese prima avevano affermato che non piacevo a nessuna di loro mi si offrivano una dopo laltra, si sedevano sulle mie gambe, mi baciavano, mi sfregavano i seni sulla faccia. La gerarchia secondo cui erano state catalogate, dove alcune erano salite di graduatoria nel corso dellautunno mentre altre erano state declassate, adesso non aveva nessuna importanza, nessun significato, mi era indifferente chi arrivava, premevo la testa sui loro seni bianchi e morbidi, baciavo loro i capezzoli duri e scuri, passavo le mani sulle loro cosce e sul pube e non dicevano di no, quella sera sulle loro bocche non cera quella parola, si chinavano invece in avanti e mi baciavano, i loro occhi erano caldi e scuri, ma anche meravigliati, come dovevano esserlo anche i miei, siamo davvero noi a fare questo?
Non ho pi rivisto nessuna di loro dopo quellestate e se le cerco su internet per vedere che aspetto hanno o che fine hanno fatto, non trovo nessun risultato. Non appartengono alla classe delle persone che vi si trovano, facevano parte di quella i cui genitori erano colletti blu o bianchi cresciuti fuori dal centro e che probabilmente sono rimaste in periferia anche per tutto quello che concerne la loro esistenza. Chi io sia per loro, non lo so, presumibilmente il vago ricordo di uno che un tempo conoscevano da bambino perch tante sono le cose contrastanti che da allora hanno fatto nella vita, tante quelle che sono successe e con una tale forza che i piccoli avvenimenti intercorsi durante linfanzia non hanno pi peso della polvere sollevata da una macchina di passaggio o di quella specie di piumino che si diffonde nellaria quando una piccola bocca soffia su un dente di leone sfiorito. E, oh, non era forse bella questa ultima immagine, il modo in cui un evento dopo laltro si sparge nel cielo che sovrasta il minuscolo prato della storia di ognuno di noi, cade tra i fili derba e scompare?
Quando il camion part con tutta la nostra roba e salimmo in auto, mamma, pap e io, e guidammo lungo la discesa e superammo il ponte, fu con immenso sollievo che pensai che non sarei mai pi tornato l, che tutto quello che vedevo, lo vedevo per lultima volta. Che le case e i luoghi che sparivano dietro di me scomparivano anche dalla mia vita, e per sempre. Intuivo ancora poco del fatto che ogni minimo dettaglio di quel paesaggio, e ogni singola persona che vi abitava, sarebbero rimasti per sempre impressi nella mia memoria in modo meticoloso e preciso, come una specie di musicalit assoluta dei ricordi.
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FINE.
